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Dalla comunità alla cittadinanza

· Gli ebrei e la modernità ·

Nell’ambito della xv edizione del Festival della mente di Sarzana, domenica 2 si avrà luogo un seminario sul tema «Dalla comunità alla cittadinanza: gli ebrei d’Europa di fronte alla modernità». Durante l’incontro, promosso dalla Fondazione Carispezia e dal comune della cittadina ligure, la storica Anna Foa terrà l’intervento, pubblicato in questa pagina, che ripercorre il declino della presenza ebraica nel vecchio continente, tracciando le differenze tra la comunità dell’Europa occidentale e di quella orientale.

La presenza ebraica nella diaspora è stata nei secoli una presenza collettiva, quella di una minoranza organizzata all’interno della maggioranza, non una presenza sparsa e sporadica. La struttura che tale organizzazione collettiva ha assunto è fin dal Medioevo quella comunitaria. Una forma, questa, tuttora esistente in molti paesi, non ultima l’Italia. Se questo è un dato di fatto indiscusso, più incerta è l’epoca della sua origine e il suo rapporto con il mondo esterno. In Europa — il mio discorso non intende infatti estendersi ad analizzare l’organizzazione degli ebrei nel mondo islamico — essa nasce probabilmente nell’Italia meridionale intorno al IX-X secolo, per allargarsi al mondo ebraico ashkenazita, che da quello italiano in parte deriva, e successivamente al resto d’Europa. Discussa è anche la questione se le comunità derivassero da trasformazioni interne del mondo ebraico o se invece fossero state influenzate, se non nella loro origine almeno nel loro consolidarsi, dalle trasformazioni del mondo esterno e in particolare da quelle che hanno dato vita alla società comunale italiana. 

Riproduzione dell’arco di Tito   che rappresenta l’inizio della diaspora  del popolo ebraico sotto l’impero romano (Museo della Diaspora di  Tel Aviv)

Comunque fosse, sia che a prevalere fosse il modello esterno o quello interno, le numerose differenze e specificità che le organizzazioni comunitarie ebraiche presentano nello spazio e nel tempo non impediscono di delineare un modello comunitario unitario. Dalle sue origini, fino alla sua disgregazione realizzatasi con l’emancipazione e l’accesso alla modernità, infatti, i caratteri fondamentali che caratterizzavano la comunità restarono, almeno nell’Occidente cristiano, a grandi linee gli stessi. 

Innanzi tutto, perché esistesse una comunità era necessario il riconoscimento da parte dell’esterno, della società maggioritaria e dei suoi organi politici. Poi, era necessaria una struttura organizzativa interna, un consiglio derivato dalla primitiva organizzazione assembleare. Gli organismi direttivi potevano essere più o meno ristretti a seconda della diversificazione sociale all’interno della comunità, ma in generale il diritto di voto era riservato a chi pagava le tasse comunitarie.
Gli organismi comunitari erano prevalentemente laici; il rabbinato si limitava ad affiancarli anche se, in alcuni momenti, si verificarono da parte delle autorità esterne tentativi di potenziarne il ruolo. Le funzioni dei rabbini erano quelle tradizionali: l’insegnamento, la formulazione di pareri in materia rituale, la gestione dei tribunali rabbinici, la pronuncia dello cherem, la scomunica, l’unico mezzo che rendeva possibile alla comunità l’esecuzione delle proprie ordinanze. Tanto in Germania che in Italia — cioè nei paesi dove nella prima età moderna ancora esisteva una presenza ebraica — è solo a partire dai secoli fra il Tre e il Cinquecento che il rabbino si inserisce nella struttura organizzativa comunitaria e diventa un funzionario stipendiato dalla comunità. Così in Germania in occasione della crisi della Peste Nera, in cui fu creata la figura del rabbino comunitario. Il prestigio giocava un ruolo importante nel determinare il potere e le funzioni dei rabbini: nelle comunità ashkenazite del Veneto e dell’Italia del Nord i capi delle Yeshivot (scuole talmudiche), pur senza avere cariche comunitarie, erano dotati di molta influenza.
Le comunità erano organismi autonomi e le ordinanze rabbiniche non avevano generalmente valore al di là della comunità che le aveva emanate, tranne appunto che in casi di autorità rabbiniche di grande prestigio. Scarsi furono nella storia, e in genere legati a momenti di crisi delle comunità, i tentativi di organizzazione sovra o inter comunitaria. In molti casi ad intervenire perché fossero riconosciute figure di coordinamento delle autonomie comunitarie fu la nomina da parte del mondo esterno. Così nell’Impero nel Cinquecento, in Sicilia nel Quattrocento, in Castiglia prima dell’espulsione.
Con un occhio particolarmente rivolto all’ebraismo dell’Est Europa, ma non esclusivamente, il grande studioso della storia e della società ebraica Jacob Katz ha definito tale società con il termine di “società tradizionale”. La comunità rappresenta quindi la modalità con cui la società tradizionale ebraica si organizza ed articola. Una società ferma, immobile, quindi? In linea di massima, possiamo dire che un sapiente dosaggio di vecchio e nuovo è alla base stessa dell’organizzazione comunitaria, comprendendo fra il nuovo il rapporto, diverso nei momenti e nei luoghi, con la società esterna. Il mondo ebraico regola la sua esistenza attraverso quel fondamentale mezzo di conservazione che è la Legge. Ma attraverso lo strumento delle taqqanot (decreti e ordinanze) adegua la norma al presente, trasforma insomma nel mantenimento della tradizione. Per questo, fino a che sopravvive più o meno intatta la funzione della comunità possiamo ancora parlare di “società tradizionale”, anche se, come in Italia e a differenza che nell’Europa dell’Est, essa comprende trasformazioni non indifferenti e rapporti di circolarità con la cultura esterna. Solo quando la comunità si disgregherà più o meno radicalmente nell’incontro con la modernità potremo parlare di “ebrei” come individui.
Quando parliamo di comunità o di società tradizionale a proposito del mondo ebraico nella diaspora, non dobbiamo dimenticare che quella comunitaria è la forma di organizzazione diffusa anche nel mondo non ebraico. Tra le comunità di villaggio del Medioevo, tanto studiate dai sociologi, e la comunità come organizzazione della vita degli ebrei nello stesso periodo esistono tuttavia delle notevoli diversità. La comunità ebraica, come si struttura nella diaspora a partire dalla fine del primo millennio, non è, almeno in Occidente, una comunità rurale, bensì urbana. È inoltre una forma di organizzazione politica, la sua corrispondenza è semmai coi comuni della società italiana dell’inizio del secondo millennio, quindi con realtà urbane, non con le comunità come forma organizzativa “naturale” contrapposta alla società politica. Diverso è il discorso sull’Europa dell’Est, data la minor urbanizzazione tanto del contesto in cui la minoranza ebraica si inserisce che di quello ebraico. Ma anche qui, con chiaroscuri e ambiguità.
Tanto nell’Europa orientale che in quella occidentale, il secolo XIX vede la crisi della società tradizionale e la trasformazione radicale, se non la dissoluzione, della forma comunitaria ebraica. L’autonomia comunitaria viene radicalmente limitata e la comunità non ha più la possibilità, precedentemente conferitale dallo Stato, di imporsi sulla vita e sulle credenze dei suoi membri. Tale processo si realizzò in tutta la società ebraica e riguardò anche i paesi come la Russia lontani da ogni prospettiva di emancipazione.
A differenza che nell’Europa dell’Est, in Occidente questo processo fu infatti accompagnato dal raggiungimento dell’emancipazione, cioè della conquista della cittadinanza e dell’uguaglianza. Ma quale fu il legame tra la dissoluzione della forma comunitaria e il raggiungimento della cittadinanza? Nella Francia della Rivoluzione francese, il primo paese a concedere agli ebrei l’emancipazione, l’esistenza degli ebrei come gruppo con uno stato giuridico diverso e separato rappresentava, oltre che un’ingiustizia indegna di una società civile, un ostacolo all’omogeneizzazione dello Stato. È questo il senso delle parole del deputato monarchico costituzionale Clermont-Tonnère, pronunciate in sostegno all’emancipazione degli ebrei: «Tutto deve essere negato agli Ebrei in quanto nazione, tutto deve essere concesso agli Ebrei in quanto individui. Essi devono diventare cittadini. Alcuni sostengono che essi non lo desiderano. Se è così che lo dicano, e allora saranno espulsi. Non possono essere una nazione dentro una nazione». In generale possiamo dire che l’idea che la battaglia per l’emancipazione non potesse andare senza la dissoluzione della struttura collettiva tradizionale si affermò senza eccessivi contrasti in gran parte del mondo ebraico occidentale. Una dissoluzione, tuttavia, che non fu ovunque radicale; se Napoleone distrusse infatti l’organizzazione comunitaria tradizionale creando un’organizzazione concistoriale, centralizzata, tuttora esistente, e se nel mondo anglosassone (Inghilterra e Stati Uniti) l’organizzazione si fondò e si fonda sulle sinagoghe e non sulle comunità, altrove, come in Italia, sia pur radicalmente trasformata e indebolita, la comunità sopravvisse.
Questo processo fu all’Est molto più radicale perché avvenne in un clima di rifiuto dell’emancipazione da parte dello Stato, di impoverimento e di crisi sociale e culturale. Era, quella degli ebrei in Russia, una società basata su forti differenze sociali, sulla preminenza del sapere — un sapere religioso-rabbinico — e sull’alleanza fra lo strato mercantile più elevato e gli uomini di studio. Questa società entrò in crisi soprattutto dall’interno: una crescente pauperizzazione portò una parte del mondo ebraico dello shtetl nelle città e condusse ad una proletarizzazione degli strati più poveri. Dall’altra parte, decadde il primato del sapere tradizionale e si indebolì di conseguenza il potere rabbinico. Un fattore importante di questo processo di decadenza del primato rabbinico fu l’adozione delle lingue del mondo esterno: nei paesi dove gli ebrei erano abituati da secoli a parlare lo yiddish, i giovani si volsero ad imparare il polacco, l’ungherese, il russo, con effetti dirompenti sul tessuto comunitario e famigliare. Fu una vera e propria rivoluzione culturale che interruppe il circuito di trasmissione del sapere tra le generazioni, che scavò un fossato fra padri e figli, che allontanò dall’osservanza e dalla religione i più giovani, che li portò all’emigrazione, all’adesione ai movimenti rivoluzionari, al sionismo. Più graduale fu invece il passaggio nell’Occidente emancipato, in cui le forme comunitarie sopravvissute, pur tanto differenti dal passato, sono ancora in molti casi in grado di servire da supporto ad una sia pur parziale identità collettiva. Fra mille incertezze, tuttavia, e altrettanti dubbi e ambiguità.

di Anna Foa

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14 novembre 2019

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