Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Dalla barca di Pietro  alla flotta vaticana

· Settant'anni fa monsignor Tardini previde questo articolo ·

Un mare anche per il Vaticano, ovviamente un «mare nel cassetto». Il cassetto è quello di un ufficio del Governatorato. Contiene addirittura un porto. Il porto del Vaticano. Nulla a che vedere con quello di Ripetta, sul Tevere, ormai solo un lontano ricordo dello Stato pontificio. Qui si parla di un porto che nessuno ha mai visto. Insomma c'è, ma non si vede. Eppure lo è a tutti gli effetti e con tutti i valori che il diritto internazionale di navigazione marittima riconosce a un porto, ovunque sia.

Le prime tracce si trovano tra le carte dell'Archivio internazionale della navigazione, dove si fa riferimento a una non meglio precisata flotta dello Stato della Città del Vaticano, e la conferma in un documento ufficiale della Sede Apostolica. Effettivamente dunque lo Stato ha il suo porto. È rimasto però sulla carta, quella del decreto della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, numero lXVII, che reca il titolo La navigazione marittima sotto bandiera dello Stato della Città del Vaticano. Compare negli « Acta Apostolicae Sedis» del 15 settembre 1951, numero 1o, anno XII, nella sezione supplementare per le leggi e le disposizioni dello Stato.

Nell'articolo 1 del testo si legge chiaramente che «ai trasporti per via marittima di persone o cose dirette alla Città del Vaticano o da questa provenienti possono essere adibite navi appartenenti allo Stato, a cittadini vaticani o a enti vaticani debitamente autorizzati dalla Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano». L'articolo 2 stabilisce che «essendo la direzione e l'amministrazione del servizio dei trasporti marittimi del Vaticano esercitate dal Governatorato in apposito ufficio» di conseguenza «il detto ufficio costituisce il porto d'iscrizione delle navi vaticane. Esso provvede altresì alla tenuta del registro navale». Nessun dubbio dunque, il porto vaticano esiste, anche se rinchiuso in una vecchia scrivania nei piani alti del Palazzo del Governatorato.

Del resto nel preambolo della convenzione sulla libertà di transito, siglata a Barcellona il 20 aprile 1921 (codice indicativo SR.0.740.4) e nell'atto finale della stessa conferenza indetta dalla Società delle Nazioni nella città spagnola — 1923, n. 228 nell'edizione in lingua francese, una delle due lingue ufficiali della conferenza; l'altra lingua era l'inglese — si legge: «I sottoscritti, debitamente autorizzati a questo scopo, riconoscono la bandiera di qualsiasi Stato sprovvisto di litorale marittimo, quando sono registrate in un luogo determinato situato sul loro territorio, questo luogo costituirà porto di registrazione per le sue navi». La possibilità per il Vaticano di avere uno sbocco al mare dunque fu sancita dalla dichiarazione di Barcellona, prima ancora dei Patti Lateranensi.

Ne venne fatto nuovo cenno nel 1927, quando vennero indicate due località per la possibile collocazione del porto: una zona nei pressi della Torre Clementina a Fiumicino o, in alternativa, un tratto di costa dell'alto Lazio compreso tra Torre Flavia, vicino a Ladispoli, e Civitavecchia.

Non se ne è più parlato sino a quando, con il decreto del 1951 della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, si è voluto dare seguito alla norma contenuta nella dichiarazione e si è voluto comunque compiere tutti gli adempimenti necessari a mettere lo Stato in grado di varare una sua ipotetica flotta, o comunque di consentire la navigazione a navi battenti bandiera vaticana.

Non risulta che, nei tempi moderni, una nave vaticana, o comunque battente bandiera vaticana, abbia mai solcato i mari. Si ha notizia tuttavia che siano state avanzate diverse richieste di poter utilizzare la bandiera vaticana per missioni in mare. La prima sarebbe stata quella di un frate francescano, missionario tra i sampang di Hong Kong. Voleva inalberare bandiera bianca e gialla, con le simboliche chiavi, perché riteneva che la sua missione avrebbe così acquistato maggiore credibilità e sarebbe stata più protetta. La domanda non sarebbe stata accolta dall'«ammiragliato» vaticano, perché non sarebbe stato ritenuto opportuno creare un precedente per possibili tentativi di «coinvolgere la sede di Pietro nei traffici che con grande facilità si intrecciano nei mari d'Oriente».

Risulta anche che alla Santa Sede fu proposto di armare una sua flotta. Accadde durante l'ultima guerra mondiale. Certo l'idea non era quella di rispolverare il ricordo dei tempi in cui le navi del Papa, per ordine di Niccoló v (1447-1455), andavano per mare sin quasi alle porte di Costantinopoli, che stava per cadere. Si pensava, al contrario, a una missione per alleviare le sofferenze delle popolazioni europee sconvolte dalla guerra, secondo una delle preoccupazioni che principalmente assillavano Pio XII. Il suggerimento, accompagnato dall'offerta delle navi, era venuto dal maresciallo Petain, presidente della Repubblica collaborazionista francese di Vichy. «Le potenze marittime — si legge in una lettera di richiesta da lui inviata a Papa Pacelli, e successivamente resa pubblica da alcune testate giornalistiche — crediamo che non ostacolerebbero una flotta neutrale, sotto una bandiera universalmente venerata, che trasportasse, dai continenti americani, i viveri e le medicine di cui l'Europa ha tanto bisogno». Anche in questo caso non se ne fece nulla. Il Papa fu sconsigliato dall'imbarcarsi in simile avventura da monsignor Domenico Tardini, segretario della Sacra Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari. Stando ai racconti del tempo, Tardini, chiosando la proposta pervenuta a Pio XII con il suo consueto e disarmante sarcasmo, avrebbe esclamato: «E perché no?!? Ci manca solo che indiciamo un concorso per nominare un ammiraglio e un articolo de “L'Osservatore Romano” con un bel titolo, che potrebbe suonare così “Dalla barca di Pietro alla flotta vaticana”».

Anche se mai fu messa in mare un'imbarcazione battente bandiera dello Stato della Città del Vaticano, tuttavia tutto è pronto e stabilito nel caso di un ipotetico varo. Dalle caratteristiche che dovrebbero avere le navi, alle specificità delle conoscenze dell'ammiraglio, alle competenze dei marinai, per finire con la stesura del «diritto marittimo Vaticano».

Per le navi nulla è lasciato al caso. Una volta riconosciute «idonee alla navigazione» (articolo 7 del decreto numero lXVII), saranno distinte «ciascuna da un proprio nome, approvato dalla Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano»; dovrà essere scritto a poppa e a prua in modo che sia «ben visibile» e sotto dovrà comparire la dicitura «Città del Vaticano» (articolo 8); la bandiera dovrà essere «inalberata sull'albero maestro» e sui fianchi dovrà esserci «lo stemma ufficiale dello Stato vaticano». E, sempre per non lasciare nulla al caso, è stabilito anche che le imbarcazioni «appartenenti allo Stato sono sempre considerate territorio dello Stato»; così come quelle appartenenti ai privati, ma battenti bandiera vaticana «sono anch'esse considerate, in alto mare, territorio dello Stato» (articolo 13).

Quanto all'ammiraglio, o al comunque comandante della nave dello Stato vaticano, avrebbe gli stessi poteri di un qualsiasi collega della marina italiana, statunitense o francese che sia: «Presiede all'applicazione del diritto internazionale di navigazione con gli annessi doveri; cura il giornale di bordo; esercita, durante la navigazione, tutti i poteri di polizia e di disciplina su tutti quanti sono a bordo; riferisce di qualsiasi cosa sia avvenuta sulla nave al rappresentante della Santa Sede nel porto di approdo» e così via.

Figura immancabile nella «flotta vaticana» è quella del cappellano. A tale proposito recita così l'articolo 17 del Titolo 3: «Su ogni nave e per ogni viaggio un sacerdote esercita la funzione di cappellano» e «prende il posto gerarchicamente subito dopo il comandante» (articolo 18). La ciurma dovrà essere reclutata dall'armatore, ma dovrà anche ricevere l'approvazione del governatore dello Stato «il quale può, senza obbligo di addurne i motivi, esigere che sia eliminato qualche elemento».

Per quanto attiene alle fonti del diritto marittimo vaticano, esse si rifanno in toto alle leggi internazionali. In materia penale il riferimento invece è l'apposita legislazione vigente nello Stato della Città del Vaticano. Sono state varate anche disposizioni particolari, come per esempio quelle del Titolo VII che prevedono pene «per chiunque, senza averne diritto, inalbera bandiera vaticana sul mare», passibile di arresto e detenzione «da uno a cinque anni con multa il cui ammontare non supera il valore della nave» (articolo 28), e per «chiunque, pur avendo il diritto di inalberare bandiera vaticana, applica abusivamente sulla nave lo stemma ufficiale dello Stato», punibile con «la reclusione fino a due anni e multa fino a un milione e cinquecentomila lire» (articolo 29).

Nelle disposizioni non è fatto invece alcun cenno alla cittadinanza che devono avere comandante e marinai, come per esempio capita per la Guardia Svizzera Pontificia. Quindi, in teoria, sarebbe anche possibile reclutare un equipaggio multietnico. Un problema che comunque per ora non si pone, visto che l'unica barca in acqua in questo momento appartenente al Vaticano, è la galea in ferro battuto, opera attribuita a Giovanni Vasanzio, risalente al XVII secolo, che dà forma ad una caratteristica fontana situata nei giardini Vaticani.

Per il resto tutto è in quel cassetto del Governatorato, così come recitano i versi di una nota canzone degli anni Sessanta: «Vieni a vedere il mio mare, io lo tengo nel cassetto. Una conchiglia, due stelle, tre gocce di mare blu, un cavalluccio marino, un sasso color del sole...». I meno giovani la ricorderanno, fu interpretata per la prima volta al festival di Sanremo, edizione 1961 da due famosi cantanti (Milva e Gino Latilla). Ottenne un discreto successo, non fosse altro per l'originalità del testo. Però «un tuffo dove l'acqua è più blu», come cantava Lucio Battisti, per i cittadini vaticani resta ancora un sogno. Lontano.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE