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Dal washi al koyori

· Conservazione e restauro di documenti giapponesi ·

Nel 1898 Franz Ehrle, prefetto della Biblioteca apostolica vaticana, organizzò nell’abbazia di San Gallo in Svizzera una conferenza sui manoscritti palinsesti rovinati dai reagenti chimici che vi erano stati applicati per facilitarne la lettura. Era la prima conferenza su un tema così grave per la conservazione e il restauro dei manoscritti, e infatti oggi viene ricordata come «l’avvenimento storico da cui prese l’avvio l’era moderna del restauro librario» (Paola Furia). Per giungere a un costruttivo risultato, padre Ehrle aveva interpellato i direttori delle principali biblioteche europee, invitandoli a riunirsi insieme, così che potessero essere messe in comune le esperienze e le competenze maturate nelle differenti istituzioni.

Due momenti dell’incontro avvenuto il 5 e il 6 ottobre

Dopo oltre un secolo, la Vaticana il 5 e 6 ottobre scorsi ha organizzato, insieme ai National Institutes for the Humanities of Japan, una giornata di convegno con relazioni di esperti giapponesi e della Biblioteca vaticana, seguita da una giornata di formazione e dimostrazioni pratiche nel laboratorio di restauro della Biblioteca. Le due giornate sono state dedicate alla conservazione e al restauro dei documenti archivistici giapponesi, di cui la Vaticana possiede la più grande raccolta esistente fuori del Giappone nella collezione di circa diecimila documenti raccolti dal salesiano Mario Marega concernenti la persecuzione dei cristiani in Giappone dal Seicento all’Ottocento.

Quindi non un convegno, come talora accade, relativo al restauro di un manoscritto magari importante tuttavia con procedure che non presentano elementi di novità rispetto alla prassi comunemente nota, ma un’ampia informazione su procedure totalmente nuove per i laboratori di restauro occidentali e, ancora di più — come ha segnalato Ángela Núñez Gaitán (capo del laboratorio di restauro della Biblioteca) nella relazione introduttiva su Metodi di conservazione di documenti giapponesi nel progetto Marega — un «eccellente esempio di integrazione di competenza fra i nostri due Paesi», si intendano il Giappone e il Vaticano! Per questo importante aspetto le due giornate hanno raccolto un’ideale staffetta dal convegno di padre Ehrle, di cui hanno riprodotto lo spirito di collaborazione internazionale e il desiderio di comunicare i risultati e le esperienze in merito al materiale d’archivio giapponese così sconosciuto in occidente.

Fra le relazioni, per attenermi alle principali, ricordo anzitutto quella offerta da Katsuhiko Masuda (in precedenza alla Showa Women's University), il primo ad aver introdotto in occidente già negli anni Ottanta del secolo scorso le tecniche di restauro di opere d’arte giapponesi su carta, e per questo celebre presso i restauratori di materiali cartacei. Masuda ha parlato della fabbricazione storica della washi (la carta giapponese) nelle sue differenti tipologie (La qualità della washi. Il materiale dei documenti e le carte per il restauro): un argomento fondamentale per capire il materiale di cui sono fatti i documenti e, di conseguenza, comprendere quali reazioni, molto diverse rispetto a quelle della carta occidentale, esso abbia quando viene sottoposto al restauro.

Naohiro Ota (National Institute of Japanese Literature) si è dedicato alla diplomatica e alla “codicologia” giapponese (Formati e tipologie dei documenti di archivio giapponesi): è una materia totalmente sconosciuta in occidente ma, come si comprende, fondamentale per rispettare storicamente i formati dei documenti durante il restauro.

Da parte vaticana Maria Rosaria Castelletti, Silvia Foschetti e Marta Grimaccia (laboratorio di restauro della Vaticana) hanno descritto la rapida formazione ricevuta dai giapponesi, che ha permesso di compiere il restauro dei documenti Marega (L’esperienza di restauratori occidentali su materiale archivistico giapponese. Il progetto Marega). Comunicando in concreto le loro impressioni in un simile lavoro sino a pochi anni fa non noto, hanno potuto confermare la positiva sintesi che è stata attuata fra le tecniche derivate dai due ambiti geografici orientale e occidentale.

La giornata pratica ha comportato una diretta formazione su vari aspetti: il reintegro di lacune ad acqua, la foderatura-velatura dei documenti, l’apertura del jo (tipo di documento ripiegato più volte su se stesso) utilizzando il rayon (foglio di fibra resistente che si ottiene dalla cellulosa), realizzazione del cordino fatto con carta arrotolata (koyori). Sono stati semplicemente mostrati, invece, alcuni interventi su legature (restauro in fogli doppi, reinserimento del koyori), sul come rincollare fogli successivi di uno stesso jo e come far aderire piccole strisce manoscritte sui jo.

di Cesare Pasini

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18 febbraio 2019

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