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Disperata richiesta di aiuto

· I tre leader religiosi alla comunità internazionale ·

«Siamo qui, insieme, come unica Chiesa di Cristo, per implorare un intervento della comunità internazionale affinché si ponga fine a questa tragedia»: così l’arcivescovo di Juba, Paulino Lukudu Loro, racconta l’incontro avuto giovedì mattina in Vaticano con Papa Francesco assieme all’arcivescovo della Provincia episcopale del Sud Sudan, Daniel Deng Bul Yak e del moderatore della Chiesa presbiteriana del Sud Sudan, Peter Gai Lual Marrow. Un appuntamento fortemente voluto dal Pontefice e del quale i tre leader religiosi delle principali comunità cristiane del paese sono estremamente grati.

La situazione in Sud Sudan è gravissima. Alle motivazioni politiche che sono alla base del conflitto interno, vale a dire lo scontro fra i sostenitori del presidente Salva Kiir e quelli dell’ex vicepresidente Riek Machar, si sono aggiunti elementi di scontro etnico e tribale, oltre che le immancabili ingerenze esterne. Le uccisioni a freddo, come i rapimenti, sono all’ordine del giorno. Le vittime sono raggiunte anche nelle loro abitazioni private. Il cibo scarseggia o ha prezzi proibitivi e sono migliaia le persone che stanno abbandonando le case per cercare protezione dentro e fuori i confini del paese, dove spesso sono lasciate abbandonate a loro stesse.

La comunità cristiana, che rappresenta il 70 per cento della popolazione, si aggrappa disperatamente a Papa Francesco: «Gli abbiamo illustrato la situazione, e gli abbiamo chiesto — ha detto l’arcivescovo Lukudu Loro — di fare un appello al governo e alla comunità internazionale perché si arrivi a un dialogo e a un intervento effettivo». Non escluso l’invio di una forza di pace che abbia motivazioni meramente umanitarie. Il sogno è quello di vedere un giorno Papa Francesco in Sud Sudan, magari assieme all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. Un segno importante di unità, in un paese dove il cristianesimo, racconta l’arcivescovo Lukudu Loro, «non è ancora penetrato in profondità nella coscienza morale del paese. Eppure tanti credono in Dio, frequentano le chiese; il cristianesimo potrebbe veramente essere un forte elemento identitario del paese. Purtroppo, pur avendo ottenuto l’indipendenza, non abbiamo la necessaria esperienza per gestirla. E la situazione ormai è fuori controllo. Siamo caduti nella trappola del tribalismo e dell’odio etnico e non riusciamo a uscirne».

Cattolici, episcopaliani e presbiteriani hanno fondato il Consiglio ecumenico delle Chiese del Sud Sudan, che ha già avviato iniziative a favore della riconciliazione: «Ci siamo presentati come Chiesa, un’unica Chiesa a favore della pace. Il Papa ci ha detto: io sono con voi. Prego per voi, siete nel mio cuore. E ci ha assicurato che farà il possibile per visitare al più presto il paese».

Un’aspirazione condivisa dall’arcivescovo episcopaliano Deng Bul Yak e dal presbiteriano Gai Lual Marrow: «Vogliamo far vedere — spiega quest’ultimo — che i cristiani sono uniti nel volere che il Papa si faccia portatore di questo messaggio di pace e vogliamo che il governo ne sia consapevole». Del resto, aggiunge l’arcivescovo Deng Bul Yak, «il Papa è un uomo del popolo, un uomo della pace preoccupato per il mondo, e il fatto di averci voluto qui in Vaticano tutti insieme lo dimostra».

di Marco Bellizi

Il comunicato sull’incontro con il Papa

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20 ottobre 2019

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