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Dal punto di vista di Sara

· ​Le donne nella Bibbia ·

La Bibbia è stata sempre un grande codice dal quale la letteratura ha attinto personaggi, storie, in sostanza una grande raccolta di problemi umani che può essere considerata attuale ancora oggi.

Negli ultimi decenni un’attenzione speciale è stata rivolta verso i personaggi femminili, di solito marginali, e a questo filone di interesse narrativo appartiene il bel libro di Nuccia Resegotti Palmas Le ragioni di Sara (Youcanprint, 2017, pagine 204, euro 15). La storia dei due capostipiti di ben tre tradizioni religiose — l’ebraica, la cristiana e la musulmana — è raccontata dal punto di vista della donna, Sara, un personaggio controverso e complesso, vittima e carnefice al tempo stesso, che deve accettare di convivere con il nuovo Dio unico, geloso e incomprensibile, terzo incomodo nel suo rapporto con il marito Abramo.

Vanessa Rivera de la Fuente, «Sara e Agar» (2016)

Sara andata in sposa giovanissima al giovane fratellastro, deve accettare decisioni incomprensibili e faticose, come quella di lasciare una terra dove vivevano con una certa tranquillità e agiatezza per riprendere la pesante vita dei nomadi, portando il fardello vergognoso della sterilità. Non c’era niente di peggio per una donna, e ancora di più per la donna di un capo clan, che doveva garantire la continuità del comando.

Dal fatto che — come narra la tradizione biblica — Abramo non avesse cercato di risolvere la situazione con una seconda moglie o con una schiava l’autrice, giustamente, deduce che fra i due coniugi-fratelli l’alleanza fosse forte e sentita, tanto da procrastinare a lungo il problema di una supplenza alla maternità della moglie.

E anche nel fatto che la schiava Aggar, alla quale verrà infine affidato il compito delicato di procreare un erede, non fosse stata poi crudelmente allontanata, una volta assolto il compito, per togliere ogni ostacolo all’affiliazione di Ismaele lascia intravvedere una certa umanità nei comportamenti. Ma l’animo umano rimane influenzato da desideri proibiti — come quello di Aggar di rubare il marito a Sara — o di quest’ultima di far completamente suo il figlio dell’altra.

Nel romanzo in questa lotta fra donne Abramo non si intromette: come spesso fanno gli uomini, cerca di starne fuori, non sa trovare le parole per convincere entrambe alla convivenza, e finisce con l’accettare la soluzione chiesta dalla moglie legittima, Sara, cioè l’allontanamento di Ismaele e della madre. Anche perché nel frattempo l’erede legittimo è stato partorito, il problema della successione è risolto. Ma si capisce chiaramente che sarebbe stato suo dovere intervenire a sedare il conflitto, a mediare fra le due donne, cercando di trovare una soluzione meno dura: l’uomo scelto da Dio sa governare i suoi uomini, ma non affrontare i complessi nodi dell’animo umano in famiglia.

Sara, che ha dovuto anche subire l’onta di essere consegnata al Faraone come pegno di alleanza, presentata come sorella e non come moglie di Abramo, cova rancori, alimentati anche dalle umiliazioni ricevute nei lunghi anni di sterilità. Le difficoltà di un legame messo a così dura prova si sciolgono solo attraverso il processo, lungo e non facile, di avvicinamento di Sara al Dio di Abramo. Avvicinamento messo drammaticamente alla prova dall’episodio del sacrificio di Isacco, che lei intuisce e paventa fino all’ultimo, ma che poi si scioglie in un inno di ringraziamento per la clemenza divina che le fa superare anche l’ostilità verso Abramo, ai suoi occhi troppo obbediente.

In una bella e storicamente credibile ricostruzione delle condizioni di vita, dei personaggi storici e di quelli mitici, il personaggio di Sara emerge quindi nelle sue contraddizioni e nella sua grandezza, portandoci a guardare con rispetto ed empatia alla nostra comune progenitrice.

di Lucetta Scaraffia

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22 agosto 2019

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