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Dal monte uno sguardo sulla città

· ​A colloquio con l’abate di San Miniato al Monte, predicatore degli esercizi spirituali quaresimali al Papa e alla Curia romana ·

Un monaco immerso nella città. Con la sua esperienza benedettina messa al servizio di chi deve confrontarsi ogni giorno con le sfide pastorali e sociali che la vita quotidianamente mette davanti. Usando la ricchezza spirituale e umana non solo del grande Benedetto, ma anche di uomini di fede come Giorgio La Pira e il poeta Mario Luzi. È con questo bagaglio che l’abate di San Miniato al Monte a Firenze, dom Bernardo Francesco Maria Gianni, predicherà al Papa e alla Curia romana gli esercizi spirituali nella casa Divin Maestro in Ariccia, dal 10 al 15 marzo, sul tema «La città dagli ardenti desideri. Per sguardi e gesti pasquali nella vita del mondo». Ne parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano».

Perché la scelta di ispirarsi a Mario Luzi per gli esercizi spirituali?

L’ho scelto perché con la poesia esprimeva molto bene il tema sul quale potevo mettere a disposizione al meglio la mia anima e la competenza della mia vita monastica, cioè lo sguardo sulla città che la basilica di San Miniato al Monte permette. È assimilabile allo sguardo con cui Gesù guarda Gerusalemme. Non a caso sulla facciata della basilica c’è il volto di Cristo che benedice tutta Firenze. Siamo convinti che da mille anni la nostra presenza benedettina serva a rendere quello sguardo vivo riconoscibile, percepibile, desiderabile. La poesia di Luzi ha il grande pregio di aver interpretato tutto questo, parlando di memoria, di speranza, di fuoco degli antichi santi. Certamente, c’è il rischio che il fuoco si attenui nel tempo, ma con la forza dello spirito si può riattizzare. Questo è il senso dell’immagine degli ardenti desideri: cercare di dare continuità al grande sogno di La Pira. Che era il sogno con cui immaginava Firenze una nuova Gerusalemme, una città piena di bellezze teologali capace di attirare tutte le nazioni per un progetto di pace e di giustizia.

Che spazio darà a La Pira nelle meditazioni?

Una delle prime meditazioni è intitolata «Il sogno di La Pira». Si comprende bene come il riferimento alla città non è politico, sociologico, cioè meramente civile, ma teologale, biblico, spirituale. Bisogna cercare di testimoniare, interpretare dal punto di vista mistico come quello di La Pira. Nelle meditazioni vi aggiungo anche quei numeri di Evangelii gaudium in cui il Papa invita a cercare Dio nella città. Questa è una prospettiva che per noi è estremamente eloquente e significativa, perché da San Miniato contempliamo la città e dalla città siamo invitati a cercare il suo mistero, la sua vocazione.

Quanto vi sarà della tradizione benedettina e monastica nei suoi esercizi?

Direi che l’attraversa totalmente, perché in realtà questi esercizi sono una estensione delle modalità benedettine di vivere la Parola, la liturgia, il confronto con i Padri nella realtà presente. Un’estensione che prolunga lo sguardo del monaco dal chiostro alla città che è di fronte al monastero. Nella prospettiva che il monastero non è un’alternativa alla città, ma una testimonianza esemplare, paradigmatica, autentica, nella quale la città potrebbe ritrovare le ragioni della sua vocazione, del suo mistero, presente e futuro. San Miniato fa parte della realtà organica della città per cui il nostro contributo non può che essere per la città una coerenza benedettina, con la quale testimoniare l’amore per il tempo, la cura degli spazi, l’operosità nel lavoro, la vita fraterna, l’accoglienza. E su tutto una ritrovata tensione escatologica, perché San Miniato è simbolo per Firenze. È la nuova Gerusalemme che scende dall’alto. È effettivamente l’immagine profetica di quello che sarà ogni città del mondo. Tutta questa vita, nonostante la debolezza e la fragilità di ciascuno di noi, è il patrimonio con il quale quotidianamente guardiamo la città e il patrimonio con il quale in quei giorni di esercizi tenterò di offrire una prospettiva utile a rinnovare e ravvivare l’amore per il Signore in tutti coloro che mi ascoltano in funzione della loro missione. Che a differenza di quella del monaco è tesa e protesa verso l’umanità assetata di Dio in una dimensione pastorale con tutte le dinamiche di chi ha a cuore la Chiesa universale.

Cosa significa essere monaci in una città?

Il significato è quello di grande gratuità, umiltà e semplicità di cuore, senza ritenersi chiamati per questo, ma proprio nello spirito dell’apparente inutilità della realtà monastica. Il monaco vive intensamente il Vangelo così da rappresentare al cuore stesso della città la possibilità di una modalità davvero evangelica della vita: quella, in qualche modo, di dare un orizzonte di compimento a tutto ciò che si fa in città troppe volte dimenticandosi della verticalità che la nostra vita appartata, con gli orari singolari, con i tanti segni e simboli propri della vita monastica, può incarnare. È importante, soprattutto, semplicemente esserci. Il monaco non si fa monaco per dire, per fare qualcosa. Il monaco è una risposta alla chiamata del Signore. Tutto il suo esserci induce a riconoscere una possibilità di mistero che si sottrae alle tipiche logiche con cui la città il più delle volte sopravvive invece di vivere.

A cosa si riferisce con l’espressione «la città dagli ardenti desideri»?

Si tratta di un verso di una poesia di Luzi. Il verso forse più evocativo, anche se a prima lettura un po’ ambiguo, ma molto bello. Il tema del desiderio è un tema tipicamente monastico. Dom Jean Leclercq ha scritto un libro bellissimo sul desiderio di Dio. Il monaco, essendo un cercatore del Signore, come lo vuole san Benedetto, è una creatura che desidera. Che cosa? Il capitolo sulla Quaresima lo dice chiaramente: desidera giungere alla Pasqua con la gioia dello Spirito Santo. Per cui direi che «la città degli ardenti desideri» è una città che finalmente si accende di speranza, di desiderio, di attesa. Vince la stagnazione, la rassegnazione, l’individualità e riscopre un fuoco antico. Se ne lascia attraversare per illuminarsi. Si lascia illuminare nei suoi anditi più reconditi per scoprire con la forza e la chiarezza del Vangelo le proprie contraddizioni, perché il fuoco del Vangelo illumini orizzonti più bassi in una prospettiva che è quella che spesso Papa Francesco sottolinea, con uno sguardo sulla realtà lucido, non disperato o disperante, non di critica o di giudizio fine a se stesso; piuttosto, come avrebbe detto Paolo VI alla fine del Concilio, di simpatia. Crediamo che questa simpatia si accenda nel donare alla città nuovi desideri, nuove attese, nuove speranze, come del resto Mario Luzi evoca ricordando che la città al tempo di La Pira aveva «ardenti desideri». Ora li ha attenuati. Prendersi per mano sugli spalti di San Miniato, accendendo di nuovo il fuoco dei santi, può finalmente restituire «ardenti desideri» alla civitas. Il messaggio degli esercizi è chiaro: la Chiesa ha una responsabilità enorme in questo. Perché forse ormai solo la Chiesa sa custodire memoria e speranza insieme per grazia del Signore. Ogni pastore, senza presunzione, ma con grande umiltà, dal Papa in giù, è chiamato a riaccendere e a riattivare queste esperienze. In un momento degli esercizi cito il versetto di san Paolo a Timoteo dove si chiede di “ravvivare la vocazione che è in te”. Il verbo che Paolo usa è proprio riaccendere, connesso con l’idea del fuoco. Questi sono gli «ardenti desideri»: lasciare che lo Spirito Santo trasformi la nostra esperienza ecclesiale e civile in un bagliore che ricordi a tutti il mistero, cioè che la vita non basta a spiegare la vita, ma c’è bisogno di altro.

Chi è dom Bernardo?

Ho passato i miei anni liceali e universitari lontano dalla Chiesa. Poi nella notte di Natale del 1992, ho avuto la grazia di una vera e propria conversione e vocazione nella chiesa delle benedettine di Rosano. Essa resta per me come il santuario del mio incontro con il Signore. Proprio lì sono stato fortemente invitato dalla bellezza, dalla profondità e dall’intensità della liturgia del mistero del Natale, a entrare in una dimensione tutta per me: essere desiderato e cercato da un Dio che ti conquista con la sua piccolezza, con la sua infanzia, che in qualche modo si arrende alla sua forza per venirti incontro, sperando che a tua volta anche tu ti arrendi alla sua potenza di amore. Quella celebrazione ha cambiato radicalmente la mia vita e mi ha fatto riscoprire il gusto tipico dell’esperienza benedettina che è il quaerere Dei. Una tensione che mi ha talmente preso il cuore da sembrarmi una ragione nuova di vita, totale, incondizionata. Tanto da farmi immediatamente pensare alla possibilità di diventare monaco, cioè di dedicare tutta la vita a cercare quelle orme, quelle tracce del Signore che quella notte ho trovato: finalmente le avevo ritrovate sul mio cammino. Sono entrato tra i benedettini olivetani perché quella notte c’era un monaco dell’abbazia di San Miniato al Monte. Subito dopo Rosano, infatti, San Miniato, anche nella mia fase laica, era parsa la basilica dove si respirava una percezione di mistero, di intensità di fede, desiderabile e invidiabile. Per cui mi è sembrato naturale qualche giorno dopo bussare alle porte dell’abbazia benedettina olivetana.

Come ha accolto la decisione del Pontefice di sceglierla come predicatore degli esercizi?

Con immensa trepidazione, una buona dose di incredulità e con grande gratitudine al Signore e al Papa. Mi ha colto un profondissimo senso di inadeguatezza che Francesco ha apprezzato, quando mi ha chiamato. Mi sono reso disponibile alla sua offerta, perché mi sono sentito chiamato, ma ho fatto presente di sentirmi molto inadeguato. E il Papa mi ha risposto che questa è un’ottima premessa per far bene gli esercizi.

di Nicola Gori

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