Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Dal laboratorio alla corsia
(e ritorno)

· Percorsi e cautele della ricerca in medicina ·

Roberto Fantuzzi, «Aldo Castellani e allievi» (1935, Roma, Policlinico Umberto I)

Negli ultimi anni l’espressione “ricerca traslazionale” ha avuto un notevole successo per indicare il trasferimento dei risultati delle ricerche sperimentali alle applicazioni. In campo biomedico è ricorrente l’espressione “dal bancone al letto del malato” per indicare il percorso che la ricerca traslazionale intende promuovere. Si tratta di tema di primaria importanza per almeno due motivi. Il primo consiste nel fatto che molto spesso scoperte potenzialmente utili non trovano applicazione in ambito clinico: dati in letteratura indicano che soltanto circa il 5 per cento degli studi di base potenzialmente utili vengono tradotti in applicazioni cliniche. Il secondo riguarda, nel caso che il trasferimento avvenga, i tempi assai lunghi per compiere il passaggio: lo sviluppo di un farmaco in genere richiede oltre un decennio. È quindi auspicabile sia favorire il trasferimento, sia contenere i tempi. È inoltre importante che il trasferimento non si fermi alla pratica clinica, ma da questa passi anche alle decisioni di politica sanitaria.

Il “trasferimento” che la ricerca traslazionale intende promuovere è, in realtà, bidirezionale: è necessario il trasferimento dal bancone al letto del malato, ma occorre anche un trasferimento in direzione opposta. È cioè necessario che le pratiche cliniche indirizzino, in una certa misura, i percorsi per la ricerca di base.

I problemi di etica che possono sorgere in questo contesto, e specialmente nel trasferimento dal laboratorio alla clinica, sono numerosi e vanno dai rischi per i pazienti (un'accelerazione nell’applicare i risultati delle ricerche alla pratica clinica può anche comportare minori garanzie di sicurezza), alla valutazione dei benefici (delle persone che partecipano alla sperimentazione e della collettività) passando per le questioni riguardanti il consenso informato di chi viene coinvolto nella sperimentazione.

Carlo Petrini , Responsabile dell'Unità di Bioetica

Istituto Superiore di Sanità

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE