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Dalla poesia di Gozzano e Pascoli a Gadda

· È morto Giorgio Barberi Squarotti ·

Non c’è stato grande scrittore o poeta italiano che non sia stato recensito e spiegato con illuminante incisività dalla penna di Giorgio Bàrberi Squarotti, insigne critico letterario, morto il 9 aprile a Torino, dove erano nato ottantasette anni fa. Da Dante a Petrarca, da Tasso a Carducci, da Alfieri a Pascoli, da D’Annunzio a Montale. la lettura di Bàrberi Squarotti, anch’egli poeta, è sempre stata un atto di vigile coscienza critica, ispirata al garbato rispetto per ogni singolo autore, anche quando ne prendeva le distanze sul piano stilistico e a livello dei contenuti. Allievo di Giovani Getto, si era laureato nel 1952 con una tesi su Giordano Bruno all’università di Torino, dove insegnò letteratura italiana dal 1967 al 1999. È stato responsabile scientifico del Grande dizionario della lingua italiana (Utet), presso la quale ha anche diretto una Storia della civiltà letteraria italiana in sei volumi (1990-1996). Consigliere-fondatore della fondazione Marino Piazzolla, nel 1981 con Gian Luigi Beccaria, Marziano Guglielminetti e Giorgio Caproni istituì la Biennale di poesia di Alessandria.

È del 1960 Astrazione e realtà, il saggio con cui scandaglia le due principali coordinate entro cui si muove la letteratura italiana e che gli valse il primo convinto plauso del mondo accademico. Seguirono quindi le opere dedicate ai “grandi” della cultura del bel Paese, accomunate dalla volontà di andare «oltre la lettera», e quindi di superare pregiudizi stantii per rendere il giusto merito agli autori recensiti. E così «le buone cose di pessimo gusto» di Gozzano sono per Bàrberi Squarotti un passaggio fondamentale per raccomandare alla società il valore della poesia, riscattando così quella celeberrima formula, imparata sui banchi di scuola, dalla patina dolciastra e crepuscolare con cui era stata avvolta, fino a quel momento, dalla maggior parte dei critici. Come pure veniva a scardinare la lettura protocollare di Pascoli il saggio intitolato Il mito del «nido» (1966), che offre un’interpretazione in chiave psicoanalitica della concezione pascoliana della famiglia. Quel nido che solo in apparenza — scrive il critico — è segreto e tutto chiuso in se stesso, perché in realtà «brulica di complici intimità, di istinti e affetti viscerali». E il mito del nido familiare porta con sé il costituirsi del «mito del padre» come autorità e potere, la cui morte rappresenta «la ragione della dispersione della famiglia ormai indifesa».
La sua vena di poeta si è manifestata in varie raccolte tra le quali spiccano La voce roca (1960), Dalla bocca della balena (1986), Le Langhe e i sogni (2003), Gli affanni, gli agi e la speranza (2008). In un’intervista del 2003, a proposito della poesia Bàrberi Squarotti sottolineava di non amare quella del cuore, ovvero quella patetica, che «si rivolge all’interiorità e non vede accanto a sé e fuori di sé quello che è la verità sull’esistenza». Sulla base di questo assunto viene elogiato in sommo grado Leopardi, che pur partendo dal cuore, arriva a tessere un discorso etico e filosofico sull’uomo e sull’universo raggiungendo «risultati altissimi». E nella stessa intervista Bàrberi Squarotti non mancò di lanciare una stoccata a Francesco De Sanctis che dedicava minore o maggiore spazio a un autore in base all’antipatia o alla simpatia che questi gli ispirava. Un’imparzialità, quella di Bàrberi Squarotti, che affonda le radici in una passione autentica per la letteratura che «nella fitta agenda della vita» riveste per lui la massima priorità. Ma come è naturale, anch’egli aveva un autore preferito, ovvero Carlo Emilio Gadda, «la cui straordinaria capacità di passare dal tragico al grottesco nel tentativo di comprendere il significato dell’esistenza rimane insuperata».  

di Gabriele Nicolò

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20 agosto 2019

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