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​Dai pregiudizi all’odio un passo breve

· ​A Parigi il Musée de l’Homme riapre con una mostra sul razzismo ·

All’indomani della seconda guerra mondiale, tra il 1945 e il 1946, i più importanti responsabili nazisti vennero processati a Norimberga. In quella circostanza, per la prima volta nella storia, fu utilizzata la nozione di «crimine contro l’umanità». La rivelazione dei crimini perpetrati dal regime nazista in nome della purezza della “razza ariana” condusse allora gran parte delle comunità internazionale a condannare il concetto di ineguaglianza delle “razze”. Due anni dopo, le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che nel suo primo articolo sancisce che «tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti». Tuttavia, in quello stesso anno, 1948, veniva istituito in Sud Africa il regime dell’apartheid, e la segregazione razziale perdurava negli Stati Uniti.

Maschera rituale tschokwe (Angola)

Le atrocità commesse dal Terzo Reich tedesco non erano dunque ancora un lontano ricordo, che altrove nel mondo sussisteva il razzismo legale incorporato nei sistemi giuridici degli stati. Per quali motivi questi paesi hanno praticato il razzismo istituzionalizzato verso alcune categorie di individui? Quali sono gli argomenti da opporre ai sostenitori della divisione dell’umanità in funzione delle “razze”?

In risposta a tutte queste domande, la mostra Noi e gli altri. Dai pregiudizi al razzismo — in corso a Parigi, sotto il patrocinio dell’Unesco, fino al 7 gennaio 2018 presso il Musée de l’Homme da poco riaperto — esamina alle radici le cause di questo fenomeno di società, attirando poi l’attenzione sulle discriminazioni attuali.

Una gran parte dell’esposizione è dedicata a evidenziare i meccanismi che spingono l’individuo a passare da un atteggiamento di semplici pregiudizi alla xenofobia più estrema. Consapevoli che la definizione stessa del razzismo non riscuote l’unanimità, Evelyne Heyer e Carole Reynaud-Paligot, curatrici della mostra, ritengono che «il razzismo consiste nel considerare le differenze tra gli individui, siano esse fisiche o culturali, come ereditarie, immutabili e naturali». Così si stabilisce una gerarchia tra categorie di essere umani che può tradursi in sentimenti e atti che vanno dalla discriminazione fino all’annientamento. Per elaborare questa definizione le due ricercatrici si sono basate su tre nozioni chiave: la categorizzazione, la gerarchizzazione, l’essenzializzazione.

Innanzitutto, la categorizzazione designa un processo naturale, una attività cognitiva normale della mente umana. Il secondo elemento proprio al razzismo è la gerarchizzazione, strettamente legata nella storia alla categorizzazione — come evidenziato nella mostra — e così si creano delle categorie con l’obiettivo di dominazione. La terza componente del razzismo è l’essenzializzazione: l’identità dell’individuo è allora percepita come “essenza” e ridotta agli attributi della sua categoria ritenuti immutabili. L’individuo diventa intrinsecamente legato alle sue specificità, che si trasmettono di generazione in generazione.

Queste considerazioni risuonano come un’eco quasi perfetta al testo scritto una sessantina di anni fa non già da un ricercatore ma da un rinomato teologo. Nel 1953, infatti, invitato all’Unesco per parlare della Chiesa cattolica di fronte alla questione razziale, padre Yves Congar si esprimeva così: «Il razzismo consiste nel distinguere e gerarchizzare i gruppi umani, poi a effettuare una discriminazione verso alcuni di essi, affermando che le loro qualità o caratteristiche umane sono geneticamente determinate. Il razzismo rifiuta di considerare l’uomo al di fuori di un sistema di categorie fondato sulla considerazione di fattori genetici (veri o supposti come tali). Questi fattori, a suo avviso, qualificano, uniscono e separano gli uomini radicalmente e in modo decisivo». Una posizione ritenuta da Congar come «incompatibile con le affermazioni della fede cristiana sull’unità e la dignità della natura umana, e anche con la spiritualità cristiana». Nel suo intervento, il domenicano rigettava il razzismo come una «pseudo-religione dalle conseguenze disastrose che colpiscono il cristianesimo nel suo cuore».

Abbandonando la sfera della psicologia individuale per passare al livello collettivo, si osserva che, in determinati contesti storici, un gruppo dominante o stabilito da più tempo, spesso con una volontà di dominio economico e politico, definisce alcune categorie nell’intento di rigettarle al di fuori della comunità, chiarisce Carole Reynaud-Paligot, professoressa di storia all’università della Sorbona. Molti mezzi sono a disposizione del gruppo dominante: la forza, ma anche la legislazione, l’educazione, le istituzioni. Nella storia dei paesi occidentali, in particolare, due contesti specifici hanno favorito questo processo di “razzializzazione”: il colonialismo e il nazionalismo.

Purtroppo ancora oggi cittadini e ricercatori devono far fronte a un’altra sfida: anche se gli stati e gli organismi internazionali esprimono con fermezza da decenni la loro volontà di lottare contro il razzismo, la società è tuttora conformata a pratiche discriminatorie, segregazioniste, a sentimenti e violenze xenofobe.

A livello economico, per esempio, in Francia esiste una forte discriminazione nelle assunzioni, compreso nei concorsi pubblici, e il tasso di disoccupazione rimane più elevato per i figli di emigrati. Più difficili da quantificare e da qualificare invece sono le aggressioni fisiche o verbali in costante aumento nel corso dell’ultimo ventennio. Nel 1992, i servizi di polizia e gendarmeria avevano rilevato 250 atti a carattere razziale, mentre nel 2016 se ne sono contati 1125. Un dato allarmante, che invita a rendersi conto che le discriminazioni non sono del tutto scomparse dalla società in cui viviamo.

da Parigi

Charles de Pechpeyrou

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18 agosto 2019

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