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​Dai filosofi antichi
al Vaticano II

· La scelta religiosa nei secoli ·

Nell’incontro svoltosi in Vaticano il 1° febbraio 2016 con i partecipanti al giubileo della vita consacrata, Papa Francesco sottolineava la centralità di tre concetti per l’adempimento della loro vocazione: profezia, prossimità e speranza.
La profezia indica che il primo compito di religiosi e religiose consiste nel proclamare il regno di Dio tanto con le parole quanto con la propria condotta di vita, avendo cura di resistere alle tentazioni anarchiche e solipsistiche della volontà individuale. La prossimità individua la capacità di essere vicini fisicamente e spiritualmente alla gente, condividendone gioie e sofferenze ed esercitando al tempo stesso la virtù di dominare la lingua, esaltata anche nella lettera di Giacomo. Il pericolo da cui bisogna guardarsi è quello che il Papa definisce il «terrorismo delle chiacchiere», considerato una minaccia per la stabilità e la coesione delle comunità cristiane. La speranza, infine, va coltivata pregando intensamente per le nuove vocazioni nelle congregazioni, rivolgendosi al Signore con la stessa fiducia e la stessa determinazione di Anna, la madre di Samuele, il cui desiderio più grande era avere un figlio. 

 James E. Doyle  «La conversione del re Etelberto di Kent» (xix secolo)

Profezia, prossimità e speranza costituiscono lo sfondo delle diverse esperienze di spiritualità descritte nel volume La vita consacrata lungo la storia della Chiesa (Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 2017, pagine 125, euro 12), frutto di una serie di conferenze tenute presso l’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum di Roma proprio in occasione del giubileo indetto da Papa Francesco. Come avverte nella prefazione Luca Bianchi, preside dell’Istituto, il libro non ha la pretesa di offrire «una storia esauriente della vita consacrata», ma intende presentare al lettore una visione di lungo periodo, dall’età antica alla contemporanea, approfondendo alcuni snodi cruciali.
Il percorso prende le mosse, con il biblista Romano Penna, dall’analisi della conversione di Paolo, considerata un unicum sia nella narrazione biblica che più in generale nel mondo greco e romano. L’argomentazione è condotta attraverso un confronto costante tra la storia di Paolo e i casi, altrettanto celebri, del filosofo di scuola platonica Polemone di Atene, che abbandonò una vita dissipata per condurre un’esistenza saggia e austera, e di Izate re dell’Adiabene, che ripudiò il paganesimo per convertirsi al giudaismo. L’originalità di Paolo consiste, secondo Penna, soprattutto nel fatto che la sua consacrazione non implica soltanto l’adesione a un nuovo insieme di valori e a un nuovo sistema religioso, ma l’affidamento totale a una «persona viva e liberante come è Gesù Cristo». In un certo senso, dopo l’episodio avvenuto sulla via per Damasco, la figura di Paolo viene sottratta alla dimensione terrena per entrare a far parte della gloria di Dio: «E non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» ( Galati 2, 20). Un processo di trasformazione ribadito anche nella lettera ai Filippesi, in cui Paolo afferma che di fronte alla conoscenza di Gesù Cristo tutto ciò che prima gli appariva come un guadagno ora non poteva che considerarsi una perdita e un danno.
I successivi due momenti individuati nel libro riguardano la figura di Gregorio Magno e la fondazione degli ordini mendicanti. Nel primo di questi saggi, lo studioso di patristica Guido Innocenzo Gargano si sofferma sull’azione evangelizzatrice intrapresa da Papa Gregorio all’interno della cristianità occidentale, grazie all’invio in Inghilterra di una missione di monaci guidata da Agostino, priore del monastero romano di Sant’Andrea, che riuscì nell’impresa di convertire il re degli angli Etelberto di Kent. La missione fu improntata a uno spirito di tolleranza nel pieno rispetto delle tradizioni e delle usanze locali, come emerge dalle indicazioni fornite dallo stesso Gregorio ad Agostino nella corrispondenza giunta fino a noi.
Il secondo dei saggi, scritto dal medievista Marco Bartoli, insiste sui caratteri peculiari che domenicani e francescani seppero imprimere nel contesto della società europea del Duecento, segnata da una parte dall’emergere del nuovo ceto della borghesia mercantile, dall’altra dalla diffusione crescente di fenomeni di marginalità e devianza. I tratti di novità individuati sono essenzialmente tre. In primo luogo, per aspirare alla santità non era più necessario ritirarsi in un eremo o in un monastero: veniva in tal modo superata un’antica diffidenza verso la città, considerata sì la sede del vescovo, ma anche un luogo di corruzione morale; in secondo luogo, era possibile vivere e testimoniare il Vangelo direttamente tra la gente, da qui la denominazione di fratres, fratelli, al posto di monaci. Infine, il modello di riferimento non era più la comunità di Gerusalemme dopo la Pentecoste, ma la sequela dei discepoli, improntata a una vita itinerante, che ricorda da vicino il concetto di prossimità invocato da Papa Francesco.
Per quanto riguarda l’età moderna, l’esperto di iconologia Lorenzo Cappelletti rivolge la sua attenzione alle congregazioni religiose sorte in età conciliare e postconciliare, concentrandosi sulle figure di Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei barnabiti, e di Giovanni Leonardi, animatore dei chierici regolari della Madre di Dio. Appartenenti a due generazioni diverse, nelle loro biografie elementi di continuità vanno di pari passo con elementi di rottura rispetto alla storia ecclesiastica precedente: l’attenzione per le zone urbane e per i valori della povertà e della mortificazione del corpo si accompagnano all’adorazione eucaristica, al culto dei santi e all’impegno per la formazione dei giovani. 

di Giovanni Cerro

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