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Da un umile pollaio
è nato
un “impero di Amore”

· A colloquio con la nipote di Dulce Lopes Pontes, la suora brasiliana che sarà canonizzata il 13 ottobre ·

Sarà la prima donna nata in Brasile a essere canonizzata. Ma la sua fama ha preceduto di gran lunga il riconoscimento ufficiale della Chiesa, se si pensa che persino il grande scrittore Jorge Amado, legato a lei da una particolare venerazione, già in vita la chiamava “santa Dulce da Bahia”. Per tutti è stata la “madre dei poveri” del paese. E in effetti, anche nelle sue fattezze minute e scarne suor Dulce Lopes Pontes, al secolo Maria Rita — la Missionaria dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio che Papa Francesco proclamerà santa il 13 ottobre prossimo — richiamava la figura di Teresa di Calcutta, alla quale l’accomunava la totale dedizione ai bisognosi e ai sofferenti. Si erano conosciute nel 1979, nella favela dos Alagados, dove le suore col sari bianco e blu avevano aperto una casa. Poi, nel luglio del 1980, l’altro incontro decisivo era stato con Giovanni Paolo II, durante una delle tappe del viaggio compiuto in Brasile dal Pontefice polacco. Suor Dulce lo rivide poi undici anni dopo, nell’ottobre 1991, quando Papa Wojtyła volle farle visita in convento, dov’era costretta a letto a causa della malattia che il 13 marzo 1992 l’avrebbe portata alla morte. A raccoglierne l’eredità è oggi la nipote Maria Rita Pontes, che sovrintende alle Opere sociali intitolate a Irmã Dulce e che, in questa intervista a «L’Osservatore Romano», parla del suo legame con lei, ricordandone la testimonianza di fede e l’impegno di carità.

Il 1° luglio scorso è stata annunciata la canonizzazione di sua zia. Come ci si sente a essere nipote di una santa?

Sebbene abbia atteso questo evento dall’inizio del processo — avviato diciannove anni fa — la sensazione è unica. Di grande gioia, emozione, e anche di responsabilità. Penso che ne deriveranno molti benefici per assistere sempre più e meglio le persone che bussano alla porta delle Obras Sociais Irmã Dulce.

Qual è stato il suo rapporto personale con lei?

Io sono figlia di sua sorella Dulcinha, un anno più giovane di suor Dulce. Erano molto vicine. La zia diceva: «Siamo due corpi in una sola anima». Il mio nome è un omaggio a lei, visto che il suo nome di battesimo era Maria Rita. Il nostro rapporto era molto stretto, da madre a figlia, da figlia a madre. Oggi sono quello che sono grazie al suo esempio.

Ci sono episodi o circostanze, di cui lei è stata testimone, che mostrano il carisma di santità di sua zia?

Sono molti gli episodi che testimoniano la sua santità già in vita. Non ha mai rifiutato un paziente alla porta del suo ospedale. Diceva: «Questa è l’ultima porta. Perciò non posso chiuderla». Assisteva sempre tutti con grande amore. Aveva pazienza e ascoltava con attenzione tutti quelli che si rivolgevano a lei: dipendenti, medici, pazienti, persone bisognose. Nei momenti più difficili, non ha mai perso la fede e la speranza nella Provvidenza divina.

Che cosa spingeva suor Dulce a dedicare tutta se stessa ai poveri e agli esclusi?

Rispondo a questa domanda con una frase che lei ripeteva sempre: Se Dio venisse alla nostra porta, come sarebbe accolto? Colui che bussa alla nostra porta, cercando conforto al suo dolore, alla sua sofferenza, è un altro Cristo che ci cerca.

Qual è il modello di donna che scaturisce dalla sua testimonianza?

Una donna fedele ai valori e alle pratiche della Chiesa cattolica. Un esempio di solidarietà, amore per il prossimo, fede, speranza e carità.

Dulce ha incontrato personalmente madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II. Che rapporto ha avuto sua zia con queste due figure di santità?

Suor Dulce li ha conosciuti entrambi quando sono venuti a Salvador. Nel 1979 la fondatrice delle Missionarie della carità è venuta per inaugurare una casa della sua congregazione nel quartiere di Alagados. In quell’occasione si sono incontrate e hanno parlato delle opere sociali che stavano realizzando. Giovanni Paolo II l’ha incontrata due volte, nel 1980 e nel 1991. La prima le ha chiesto di continuare il suo lavoro sociale ma anche di prendersi cura della sua salute, e nel 1991 l’ha visitata, ormai costretta a letto, nel convento di Sant’Antonio.

Perché ha scelto di raccogliere il testimone dalle sue mani portando avanti le sue iniziative di carità?

È stata una missione che mi ha trasmesso suor Dulce. Prima di morire, aveva scritto una lettera-testamento. Lei mi metteva sempre al corrente dei molti dettagli dell’Opera; a volte io non capivo perché si preoccupasse di spiegarmi come risolvere certe questioni operative della vita quotidiana dell’istituzione. Io vivevo a Rio de Janeiro, mi ero laureata in giornalismo e cercavo di divulgare le sue opere. Ho scritto la sua prima biografia nel 1983. Nel 1989 sono entrata nel consiglio d’amministrazione delle Obras e ho iniziato a prendere parte alle decisioni strategiche dell’istituzione. Oggi penso che forse, istintivamente, lei mi stava preparando, senza che io me ne rendessi conto, alla missione che avrei ereditato con molto orgoglio e responsabilità.

Qual è oggi la realtà delle sue opere ecclesiali e sociali?

Come diceva suor Dulce: «Questa opera non è mia. È di Dio. E ciò che è di Dio rimane per sempre». Le Obras Sociais Irmã Dulce sono un punto di riferimento nell’assistenza ai più bisognosi, operando nel campo della salute, dell’assistenza sociale, dell’educazione, dell’insegnamento e della ricerca. Sono dotate di 954 posti letto, a disposizione del Sistema sanitario unico. Assistono bambini, anziani, disabili, alcolisti, senzatetto, pazienti oncologici: insomma prestano servizi praticamente in tutti i settori in cui la popolazione è più bisognosa. Se pensiamo che tutto il suo lavoro è nato dove prima c’era un pollaio e oggi c’è un “impero di Amore”, ci rendiamo conto che suor Dulce è ancora presente in mezzo a noi e opera ogni giorno un miracolo.

Le contraddizioni economiche e sociali continuano a segnare la realtà del Brasile e, più in generale, la situazione di ampie regioni del mondo. Che insegnamento si può trarre dalla vita di suor Dulce?

È la lezione della testimonianza della fede nella Provvidenza divina. Rispondo anche a questa domanda con una sua frase: Se fosse necessario, ricomincerei tutto da capo, nello stesso modo, percorrendo lo stesso cammino di difficoltà, perché la fede, che non mi abbandona mai, mi darebbe la forza per andare sempre avanti.

Quali sono i punti di contatto tra il suo messaggio e il magistero di Papa Francesco sulle “periferie del mondo”?

Nella sua omelia, durante la messa per i migranti celebrata lo scorso 8 luglio, ricordando la sua visita a Lampedusa del 2013, il Pontefice ha detto: «Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti». Suor Dulce e Papa Bergoglio lavorano intensamente per aiutare queste persone.

di Francesco M. Valiante

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15 novembre 2019

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