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Da Tarso all’Ostiense sulle rotte della civiltà europea

· All’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede la presentazione di un volume sulla basilica di San Paolo fuori le Mura ·

Giovedì 10 marzo a Roma, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, verrà presentato il volume Basilica di San Paolo fuori le Mura. Fede e spazio sacro (Genova, San Giorgio Editrice, 2011, pagine 255). Alla presenza dell’ambasciatore Francesco Maria Greco, interverranno il cardinale Angelo Comastri, presidente della Fabbrica di San Pietro, il cardinale Francesco Monterisi, arciprete della basilica, e il ministro italiano del Lavoro e delle Politiche sociali, del cui discorso anticipiamo qui sotto ampi stralci. Il volume, realizzato anche grazie al sostegno del Gruppo Assicurazioni Generali, è concepito sia come un itinerario per immagini – che accompagnano il lettore lungo la storia della basilica e davanti ai molteplici capolavori artistici che essa custodisce – sia come occasione per approfondire i valori spirituali dei quali la basilica si fa portatrice. In queste due pagine pubblichiamo stralci del saggio storico scritto dal direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Liguria e, a destra, parte del testo dell’abate di San Paolo fuori le Mura.

La vita di Paolo rappresenta la metafora di come il Mare Nostrum abbia in realtà costituito per secoli un terreno comune per popoli e culture diverse, che hanno intrecciato legami economici e politici, prosperando uno accanto all’altro. L’attualità di oggi ci mostra invece una realtà in cui la sponda nord e la sponda sud sembrano apparire come due mondi contrapposti, dei quali il Mediterraneo rappresenta piuttosto una frontiera. Da un lato, a nord, i Paesi dell’Unione Europea sono democrazie stabili, consolidate e integrate fra loro, con sistemi economici avanzati, pienamente inseriti nelle dinamiche della globalizzazione. Dall’altro lato, a sud, assistiamo con preoccupazione ad una transizione turbolenta, che certo potrebbe portare ad uno sviluppo positivo per la regione, ma dall’esito complessivo ancora incerto.

In questo scenario tuttora sospeso, occorre prendere coscienza della responsabilità storica dell’Italia e dell’Europa: i Paesi del Nord devono guardare a sud, mentre l’Unione deve ritrovare una autentica dimensione mediterranea. Da questa dipende innanzitutto la sicurezza dell’Europa, ma anche la stabilità e la crescita economica dell’intera regione. Gli eventi drammatici di questi giorni chiamano in causa l’azione esterna dell’Unione, la sua «politica estera», che deve essere più efficace — attraverso la politica di vicinato — e più ambiziosa — con il proseguimento dell’allargamento a sud-est. La politica di vicinato — mirando a rafforzare la cooperazione con i Paesi che si trovano alle frontiere dell’Unione — è stata finora uno strumento cruciale per lo sviluppo e la modernizzazione, soprattutto a est. Oggi riteniamo invece che l’Europa debba investire maggiori risorse nel suo vicinato meridionale: occorre stringere un nuovo «Patto per il Mediterraneo» per promuovere la stabilità e la prosperità.

In questo quadro, l’Italia ha sempre promosso il processo di allargamento dell’Unione verso il Mediterraneo, che oggi appare particolarmente urgente rilanciare. Prima di dialogare con le altre culture dobbiamo essere in grado di farlo su scala mediterranea: ciò favorirebbe anche la conciliazione tra islam e democrazia, tra islam ed «occidente», con positive ripercussioni sul processo di integrazione delle comunità musulmane che vivono in Europa, ma anche alla transizione democratica della sponda sud, al processo di pace in Medio Oriente, e più complessivamente alla pacifica convivenza nella regione.

Il patrimonio culturale della civiltà mediterranea è una risorsa del presente, di sicura importanza, perché ci permette di definire la nostra identità e la nostra posizione attuale. La forte attrazione che ha conservato il Mediterraneo sul resto del mondo è ancora oggi la dimensione più viva dell’espansione culturale europea: il Mediterraneo è dunque il nostro comune destino. Ma il Mare Nostrum è anche una piccola provincia, tanto più debole quanto più divisa da fratture profonde. Dobbiamo quindi adoperarci per favorire lo sviluppo di una comunità mediterranea unita, che congiunga le sponde settentrionale e meridionale, per la creazione di un’area dove prosperino le libertà. La figura del santo di Tarso ci potrà essere d’ispirazione in questo cammino, perseverante e fiducioso, verso la democrazia e la pace nel Mediterraneo.

In questo quadro, vorrei fare anche un accenno alla vigorosa azione che l’Italia, in tutti gli ambiti internazionali, sta svolgendo a tutela delle minoranze cristiane — e delle minoranze religiose in generale — per contrastare i gravi episodi di intolleranza e di violenza, spesso anche di stampo terroristico, che si verificano in molte aree del pianeta. Ci ha pertanto profondamente addolorato l’uccisione di Shahbaz Bhatti, unico membro cristiano del Governo pakistano, che ha pagato con la vita la sua battaglia contro la legge sulla blasfemia e la sua difesa ad Asia Bibi, la ragazza condannata a morte per la sua fede.

A conclusione di questo mio intervento, desidero dedicare qualche riflessione alle celebrazioni in atto nel nostro Paese in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Ritengo difatti che la figura di san Paolo possa essere anch’essa ricondotta alle origini della nostra Nazione, la cui storia è permeata dai valori e dall’identità propri della tradizione cristiana. Ci confortano, in questo senso, i pensieri dedicati da Sua Santità Benedetto XVI alla quarantaseiesima Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi lo scorso anno nell’estremo sud della Penisola, in quel Mezzogiorno dove si è avvertito più che altrove il peso della crisi economica globale. Un messaggio che, muovendo dal bene comune come «fine dell’agire umano e del progresso» e «con una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali dello sviluppo», rappresenta una «agenda di speranza per il futuro» del nostro amato Paese. Parimenti ci conforta l’invito che alla vigilia dei nostri 150 anni di vita unitaria emerga un comune sentire.

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