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Da sibilla a icona femminista

Pubblichiamo una relazioni sull’abbadessa renana pronunciate in occasione del convegno internazionale «“Speculum futurorum temporum” Ildegarda di Bingen tra agiografia e memoria», svoltosi il 5 e il 6 aprile a Roma su iniziativa dell’Associazione italiana per lo studio della santità dei culti e dell’agiografia e sotto il patrocinio dell’Istituto storico italiano per il medioevo e il Pontificio comitato di scienze storiche.

Solo nel 1998 Ildegarda di Bingen è stata riconosciuta come disegnatrice, quando per la prima volta le sono stati attribuiti i disegni che servirono da modello per le splendide miniature dei suoi manoscritti più famosi.

 «Ildegarda si rispecchia nella personificazione della carità» (tratto dal «Liber divinorum operum», xiii secolo)

Si tratta, nel primo caso, del manoscritto del Liber Scivias, realizzato probabilmente nel suo monastero a Rupertsberg in un arco di tempo compreso tra i suoi ultimi anni di vita e il 1180 circa. Nel secondo caso si tratta del codice contenente il Liber divinorum operum, conservato nella Biblioteca statale di Lucca e prodotto in area renana, giungendo in Italia forse per promuovere la canonizzazione della scrittrice agli inizi del XIII secolo.
Secondo Madeline H. Caviness, cui si deve lo studio di questi due codici, Ildegarda s’impegnò personalmente come disegnatrice delle sue visioni nell’intento di evitare qualsiasi tipo di intervento che potesse alterare il loro significato, suscitando un acceso dibattito tra gli specialisti, in mancanza degli schizzi originali della profetessa. Tuttavia, almeno per quel che riguarda il primo e più antico manoscritto, la maggior parte degli storici è oggi concorde nell’affermare che le miniature furono eseguite sotto la sua diretta supervisione o comunque sulla base delle sue specifiche indicazioni. Per il secondo manoscritto, si propende a ritenere che i miniaturisti si ispirarono proprio alle miniature del primo codice, quindi entrambi testimonianze fedeli alla visione che la magistra aveva di sé e del proprio ruolo.
La più antica raffigurazione di Ildegarda, presente nella prefazione del primo codice, è considerata un autentico autoritratto. Vediamo la sibilla nelle sue vesti di scrittrice, pronta a registrare le sue visioni, con uno stilo nella mano destra e una pila di tavolette di cera adagiate sul suo ginocchio sinistro. Di fronte a lei, c’è il fedelissimo segretario e confessore Volmar. Posto al di là dell’arco sotto cui si trova la protagonista, egli si sporge verso di lei per poterla meglio ascoltare e trascrivere ogni sua parola.
Nel ritratto del secondo manoscritto, Ildegarda appare nuovamente accanto a Volmar e, in questo caso, anche a una delle sue consorelle, probabilmente la più amata tra esse, Richardis.
Ci sorprende scorgere la profetessa in alcune immagini velate e metaforiche del primo codice, che la pongono in stretto rapporto con gli antichi profeti, le virtù e la divinità stessa. Nella prima di queste enigmatiche figure appaiono due virtù in sembianze femminili: il Timor di Dio in basso a sinistra, pieno di occhi, e la Povertà di Spirito a destra, senza volto, due vere e proprie trasfigurazioni, secondo Caviness, di Ildegarda stessa, attenta a presentarsi come scrittrice timorosa e in sé fragile. Gli infiniti occhi che ricoprono completamente il Timor di Dio sono una rappresentazione degli “occhi interiori” con cui la magistra soleva ricevere da sveglia le sue prodigiose visioni. Allo stesso modo, nella Povertà di Spirito vediamo una donna di piccole dimensioni il cui volto scompare, totalmente immerso nel flusso di luce divina.
I gesti oranti che osserviamo nella Povertà di Spirito ricorrono in un altro simbolico autoritratto della magistra. Qui le sue braccia sono più distese rispetto alla precedente immagine, in modo da echeggiare la gigante figura di donna che personifica l’Ecclesia posta in piena pagina dietro di lei. Risaltano i lunghi capelli biondi di Ildegarda, raccolti in due trecce e i veli bianchi abbelliti da coroncine delle giovani consorelle, elementi tipici della femminilità che, secondo la benedettina, le vergini avevano il diritto di esaltare come omaggio allo sposo divino. Ma quest’immagine spicca, soprattutto, per l’assonanza con un’altra miniatura dedicata a Mosè e ai profeti, anch’essi in seno a una donna, questa volta personificazione della Synagoga. Con tale corrispondenza figurativa Ildegarda si propose autorevolmente come antitipo di Mosè e degli altri profeti, intessendo un chiaro rapporto di unione tra antico e nuovo testamento.
Uno studio comparativo condotto da Katrin Graf ha fatto luce proprio sulle similitudini tra i ritratti di Ildegarda e altre miniature raffiguranti profeti e altri autori biblici. La prima immagine è tratta dal frontespizio della bibbia carolingia di Moutier-Grandval, in cui è mostrato Mosè nell’atto di ricevere le tavole della Legge sul monte Sinai. Il viso del grande legislatore è illuminato, proprio come quello della profetessa, dai raggi di luce divina e la distanza tra il cielo e la terra è così ravvicinata che la mano di Dio quasi lambisce le mani di Mosè nel passaggio diretto della tavoletta contenente le Leggi. La similitudine è data anche dalla presenza del testimone oculare a margine della scena. A Volmar corrisponde Giosuè, il fedele servitore di Mosè che, com’è descritto nel libro dell’Esodo, fu al suo fianco sulla montagna di Dio.
Una sottile assonanza lega il ritratto della profetessa anche a una miniatura del famoso salterio di Utrecht di età carolingia. Sul salmista seduto sotto un albero giunge dall’alto della montagna un flusso di luce ardente che richiama le fiamme dello Spirito che scorrono sul volto della sibilla.
Ancor più stretta appare l’analogia tra Ildegarda e un’altra rappresentazione del salmista. Siamo alla fine dell’XI secolo e l’autore dei salmi è raffigurato nelle tradizionali vesti del re David. Colpisce la forma delle fiamme che, come fossero brandelli di stoffa, pendono sulle teste dei due musici che affiancano il re. Le lingue di fuoco divino che discendono sulla magistra sembrano ispirate proprio a questa miniatura. Come Ildegarda è munita di tavoletta e stilo, così anche i musici e il salmista sono rappresentati con gli strumenti della loro arte. Ma vi è in realtà un legame ancor più profondo che unisce le due rappresentazioni: al centro dell’immagine biblica semplici uomini lodano Dio col proprio talento musicale. Allo stesso modo la benedettina nelle sue note autobiografiche si presentò come simplex homo, semplice essere umano, prescelto soltanto per dare la propria voce alla parola di Dio. Quest’immagine, dunque, è per comunanza di motivi iconografici la più vicina al suo autoritratto, soprattutto per la centralità attribuita agli strumenti musicali che corrispondono agli strumenti di scrittura in mano a Ildegarda. In fondo, anche l’obiettivo della profetessa era quello di valorizzare se stessa come umile strumento guidato da Dio. Il suo stesso talento musicale, condiviso con i protagonisti di questo ritratto, dipendeva esclusivamente dall’illuminazione divina.
Ma Ildegarda condivise la sua passione musicale anche con il più grande autore patristico del medioevo, Gregorio Magno. Notevoli sono perciò le corrispondenze tra il ritratto della sibilla e una delle più famose iconografie gregoriane, tratta dal codice di Treviri, il Registrum Gregorii. La scena è qui animata dallo scriba che attraverso un minuscolo foro spia Gregorio mentre riceve l’ispirazione divina in forma di colomba. Con il suo eclatante gesto, lo scriba si rende testimone oculare della prodigiosa scrittura del santo, allo stesso modo di Volmar che allunga il capo attraverso una finestrella pur di scorgere la miracolosa discesa del fuoco celeste sul volto della profetessa. Vi è un dettaglio rilevante che conferma quest’affascinante corrispondenza: i piedi sospesi nel vuoto di entrambi i collaboratori dei santi, simbolo della loro capacità visionaria, secondo i canoni dell’iconografia medievale.
Il motivo iconografico dei piedi fluttuanti degli scribi ci offre lo spunto per introdurre un terzo manoscritto illustrato di Ildegarda, contenente ancora una volta il Liber Scivias. Questo codice risale a un periodo compreso tra la fine del XII secolo e il 1220 circa e fu composto probabilmente nello scrittorio del monastero cistercense di Salem, il cui abate aveva intessuto un rapporto epistolare diretto con la magistra. Sulla terza pagina del libro osserviamo un bizzarro ritratto di Ildegarda, quasi in bilico sulla punta incrociata di un frontone triangolare. Le sue braccia sono allargate come a dare equilibrio al corpo e il suo sguardo è rivolto verso un’enorme raffigurazione dell’albero di Iesse, posto alla sua destra sulla pagina a fianco.
Colpisce la posizione speculare della sibilla rispetto a Maria, entrambe poste quasi sulla stessa linea. Come la Vergine è al centro dell’albero, mediando tra cielo e terra, così Ildegarda è sopra il suo amanuense, mettendo in comunicazione l’uomo con Dio.
Questo codice si contraddistingue dagli altri due finora analizzati per una caratteristica peculiare: le sue illustrazioni non sono in diretto rapporto tematico con il contenuto del libro e sembrano essere il frutto della libera interpretazione dei miniaturisti. Lo stesso albero di Iesse, ad esempio, non è mai citato da Ildegarda. Eppure, le immagini qui presenti colgono degli aspetti fondamentali dell’identità della magistra rimasti in penombra negli altri due codici, ma che rispecchiano la prima ricezione della benedettina tra i suoi contemporanei. Innanzitutto, il singolare ritratto dell’autrice messo in relazione con Iesse le conferisce per la prima volta l’autorità di sibilla, essendo Iesse raffigurato come profeta, mentre sogna a occhi aperti la nascita di Cristo.
Possiamo essere certi, quindi, che la fama di Ildegarda si legò molto presto, subito dopo la sua morte, alle sue profezie, come è dimostrato, del resto, dalla raccolta che ne fece Gebeno di Eberbach, la cui opera, al centro di questo convegno, è proprio contemporanea se non di poco successiva a questo manoscritto. Ma il codice propone una descrizione ancor più audace di quella divulgata da Gebeno. La scrittrice è qui presentata come testimone oculare della nascita del mondo in diretta competizione con Mosè, a sua volta considerato per tradizione il grande narratore della Genesi e, dunque, il primo uomo ad aver avuto il privilegio di conoscere la creazione divina. La prima miniatura del manoscritto è dedicata proprio alla creazione del mondo narrata da Mosè nella Genesi. I sei medaglioni sono rappresentativi dei sei giorni della creazione e Cristo appare in posa ieratica prefigurando l’ultimo giudizio. Possiamo coglierne facilmente il significato: nell’istante di creazione del mondo è già contenuta in nuce tutta la storia dell’umanità fino alla fine dei tempi. L’immagine esalta perciò la virtù profetica insita nella potenza creatrice di Dio. È qui che Ildegarda entra in rapporto con Mosè: entrambi i profeti sono testimoni privilegiati della creazione.
Ma un’altra immagine tratta dal precedente manoscritto del Liber divinorum operum integra efficacemente questo parallelismo: si tratta di una personificazione della carità che tiene in mano un dittico aperto su cui appare la scrittura divina. I suoi occhi, posatisi sulla tavoletta, danno avvio alla creazione del mondo. Ildegarda, da parte sua, assiste a quel momento prodigioso in una posizione perfettamente speculare alla figura della carità. Non solo guarda verso di lei, ma assume la sua stessa posa, al punto da sembrare una sua copia in miniatura. La magistra supera così il suo grande predecessore, partecipando all’evento da cui tutto ha avuto origine, mentre Mosè testimonia soltanto ciò che è avvenuto dopo, ovvero, il processo di creazione della terra in sei giorni. Il primo tra tutti gli storici e i profeti del mondo non sarebbe più Mosè, ma Ildegarda stessa nell’ardita interpretazione dei miniaturisti.
Dopo il ritratto di Salem si susseguirono nel corso del tempo ventinove raffigurazioni della profetessa a riprova che la sua immagine non fu mai dimenticata. Anzi, essa divenne oggetto di svariate interpretazioni e, persino, di mistificazioni continuate fino ai nostri giorni.
Oggi Ildegarda è al centro di una fiorente letteratura medievalistica che contribuisce sicuramente a forgiare un’altra immagine di lei, non sempre perfettamente fedele a quella autentica. Tra le quali spicca per la sua originalità l’unico film finora ispirato alla sua vita, realizzato nel 2009 dalla regista tedesca Margarethe von Trotta. La profetessa è qui esaltata come vera e propria antesignana del femminismo moderno, in grado di opporsi autorevolmente ai suoi stessi abati pur di realizzare i suoi talenti e di raggiungere la propria indipendenza. La regista rappresenta in modo particolarmente suggestivo la fierezza e la libertà della sibilla, mostrandola nei suoi fluenti capelli biondi acconciati a festa, in un ritratto che mai nessuno assocerebbe a quello di una benedettina d’età medievale. La potenza creativa di cui ha dato prova la scrittrice nella sua vita sembra, così, riverberarsi prodigiosamente su quanti si accostino a lei, traendo ispirazione dalla sua memoria. 


di Valentina Giannacco

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14 ottobre 2019

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