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​Da Roncalli a Montini

· ​I Papi del Vaticano II ·

«Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impegnarmi del mio meglio in esercizio di obbedienza e carità. Nato povero sono particolarmente lieto di morire povero» scriveva il patriarca di Venezia Angelo Roncalli il 29 giugno 1954. È una delle citazioni scelte dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin per sottolineare le tante affinità che accomunano i due «Papi del concilio», Roncalli e Montini.

Tanzio da Varallo, «Carlo Borromeo  porta la comunione a un appestato» (1580 circa)

L’incontro di presentazione del volume Giovanni XXIII e Paolo VI, i Papi del Vaticano II, pubblicato con l’editore Studium dalla Fondazione Papa Giovanni xxiii di Bergamo, che si è svolto nel pomeriggio del 5 maggio a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, è stato l’occasione per ricordare la grandezza — e l’inversamente proporzionale umiltà — di queste due figure.

Ne ha parlato il cardinale segretario di Stato con un intervento su «L’eredità di Giovanni xxiii e di Paolo vi per la Chiesa contemporanea». All’incontro, moderato da don Dario Vitali della Gregoriana e promosso dalla Facoltà di Teologia dell’ateneo, in collaborazione con l’Istituto Paolo VI di Brescia, era presente anche una delegazione della Fondazione Papa Giovanni XXIII guidata dal direttore don Ezio Bolis, autore del volume che raccoglie gli atti del convegno organizzato a Bergamo nel 2013. Dopo i saluti del rettore, padre François-Xavier Dumortier, hanno preso la parola don Bolis e don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI, seguiti dalla relazione del cardinale Parolin.

Le grandi decisioni e intuizioni del pontificato di Roncalli, ha ribadito Parolin, dall’indizione del concilio agli insegnamenti delle encicliche fino alla concretezza dello stile del suo ministero petrino, riposano sul solido terreno dell’umiltà. Un’attitudine interiore analoga a quella di Papa Montini. Entrambi, continua il porporato, hanno scelto di vivere in povertà di spirito per seguire più da vicino il loro Maestro. Povertà non tanto e non solo dai beni terreni, quanto dalle sicurezze, dalle illusioni della comodità, dai timori e delle reticenze.

Le grandi aperture dei due Pontefici trovano le loro radici nei pastori che ispirarono la loro missione episcopale. Tra questi Parolin ha ricordato Carlo Borromeo, caro sia a Roncalli che a Montini. Da lui impararono a impegnare tutte le loro energie per il bene delle anime senza temere nessun potere civile, politico o di qualsiasi altra natura. La vita del Borromeo fu un eloquente esempio di come guidare il gregge loro affidato: con la parola e con le opere. La tenacia di san Carlo nel diffondere il Vangelo, nel voler instaurare omnia in Cristo, “contagiò” anche l'arcivescovo di Milano e il patriarca di Venezia.

«Permettetemi di aggiungere — ha continuato Parolin — che a questo santo zelo i due sommarono anche una “santa ansia”. Ansia intesa nel senso di continua tensione rivolta a essere pronti, a mettersi in ascolto delle sollecitazioni dello Spirito, a stare in allerta per poter agire immediatamente. Quella “santa ansia” che non si fermò davanti alle difficoltà, alle ostilità, alle incomprensioni. “Santa ansia” che permise loro di tessere rapporti di comunione, di non scoraggiarsi davanti alle ritrosie della società, e anche di saper tendere la mano alle Chiese separate che talvolta avevano bisogno di tempo per mettersi in sintonia con il successore di Pietro».

Nel solco tracciato da questi santi, Roncalli, una volta chiamato a occupare la cattedra di Pietro, volle infondere un’impronta pastorale al suo ministero, mettendo in risalto la natura episcopale del vescovo di Roma. Un’intuizione — continua Parolin — ripresa ai nostri giorni da Papa Francesco. Un altro aspetto che avvicina Giovanni XXIII a Papa Francesco è l’invito a porre al primo posto la misericordia e il dialogo con il mondo piuttosto che la condanna e la contrapposizione.

Scriveva Papa Roncalli il 14 novembre 1960 che «la deplorazione dei traviamenti dello spirito umano tentato e sospinto verso solo il godimento dei beni della terra, che la modernità della ricerca scientifica mette ora con facilità alla portata dei figli del nostro tempo, è certo grave e anche doverosa. Ma Dio ci guardi però dall’esagerarne le proporzioni sino al punto da farci credere che i cieli di Dio sono ormai definitivamente chiusi sopra le nostre teste, che davvero tenebrae factae sunt super universam terram, e che non ci resta ormai altro da fare che cospargere di lacrime il nostro cammino. Dobbiamo invece farci coraggio». 

di Silvia Guidi

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