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Da Preminger a Wise

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Tratto dall’omonimo romanzo del 1950 firmato da Henry Morton Robinson, Il cardinale (“The cardinal”, Otto Preminger, 1963) è un buon film di solito piuttosto sottovalutato, nonostante all’epoca fosse stato candidato a vari Oscar e soprattutto avesse vinto un Golden Globe come miglior film. 

Poche volte la religione cattolica è stata raccontata tanto da vicino sul grande schermo. E malgrado il protagonista non sia ispirato a una figura reale, sono piuttosto attendibili le situazioni in cui si viene via via a trovare attraverso i decenni. Situazioni che riguardano tanto la sfera personale, quanto quella sociale e politica, tanto i rovelli della coscienza, quanto le inquietudini portate dalla storia. Quello del bostoniano Stephen Fermoyle, da sacerdote dopo aver studiato a Roma a vescovo, a cardinale, passando per traumi familiari e rivoluzioni epocali, è il racconto di una maturazione spirituale e umana in cui i due piani si influenzano continuamente a vicenda, e non sempre in modo positivo o senza sofferenze. Ma è particolarmente efficace l’idea di far sublimare i dubbi personali del protagonista attraverso il suo intervento nel mondo — la lotta al Ku Klux Klan prima e ai nazisti poi — a sottolineare come il Verbo cristiano sia fatto per calarsi fra i problemi concreti degli uomini. E se il finale rimane sospeso nel suo senso di angoscia per una forza nazista ancora tutta in ascesa, sembra invece aver trovato requie l’animo del protagonista, che proprio a contatto con i problemi reali ha acquisito una elasticità che in gioventù non possedeva.
Solida, come sempre, è la mano di Otto Preminger, regista che assieme a Brooks, Cukor e pochi altri, comincerà a traghettare il cinema americano dalla sua fase classica a quella più moderna. Anche se i tempi non erano ancora maturi, e in queste grosse produzioni le contraddizioni tipiche delle fasi di transizione sono evidenti. A partire da un cinemascope che finisce solo per portare maggiore staticità. E da una fotografia che sa ancora di teatro di posa nonostante i molti esterni. Inoltre qui il lavoro del regista è sin troppo solido, nel senso che è perfetto per dare il giusto tono di solennità alla vicenda, ma in tre ore di durata può alla lunga un po’ stancare per la sua mancanza di soluzioni imprevedibili. E per essere grande, al film manca anche un interprete all’altezza della situazione. Con la sua aria sempre un po’ mesta, Tom Tryon, che pure non era un cattivo attore, e in vari momenti lo dimostra, conferisce al percorso del suo personaggio un’atmosfera di rassegnata predestinazione che poco si attaglia a un atteggiamento da cattolico.
Con il suo epilogo ambientato nell’Austria dell’Anschluss, il film di Preminger per certi versi anticipa non a caso l’opera di un altro regista-traghettatore della Hollywood di transizione, Tutti insieme appassionatamente (The sound of music”, Robert Wise, 1965”). Che, malgrado un tono coraggiosamente leggero, sarà un film più riuscito.
Ispirato nella caratterizzazione di alcuni personaggi e nell’atmosfera della decadenza mitteleuropea al cinema di Lubitsch, il film prende dal suo Vogliamo vivere (1942) l’idea di inserire svastiche e saluti nazisti in un contesto allegro, che in questo caso è addirittura quello del musical, con una consapevolezza però maggiore della tragedia, anticipando così a sua volta film come La vita è bella (1997) e Train de vie (1998). Anche perché, più che a Lubitsch, il film si ispira alla vera storia di una famiglia austriaca già raccontata in un’autobiografia.

di Emilio Ranzato

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14 dicembre 2018

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