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Tra Pio X
a Giovanni XXIII

· Giuseppe Dalla Torre nel ricordo del nipote a mezzo secolo dalla morte ·

Tutto iniziò con Pio X. Fu infatti sotto il pontificato di Papa Sarto che Giuseppe Dalla Torre, di cui il 17 ottobre ricorre il cinquantennio della morte, iniziò, giovanissimo, la sua attività di giornalista nella stampa cattolica e il suo impegno nel Movimento cattolico, a livello diocesano e, ben presto, a quello nazionale. 

Nato il 19 marzo 1885 a Padova, ma da famiglia originaria di Treviso, Giuseppe Dalla Torre appartiene a quella generazione di veneti che venne su con il Pontefice veneto; generazione in seno alla quale egli cominciò a distinguersi fra coloro che segnarono il progressivo distacco dalle ormai sempre più difficilmente sostenibili posizioni dell’intransigentismo, per aprirsi con prudenza ed equilibrio alle prospettive nuove che poi sarebbero maturate.

Biagio Biagetti, bozzetto della apoteosi di Pio X nella cattedrale di  Treviso  (Dalla Torre è il laico che si vede sulla destra dell’immagine,  davanti a monsignor Longhi)

Non a caso nel 1912, appena ventisettenne, Dalla Torre venne nominato dallo stesso Pio X alla presidenza dell’Unione popolare e, in tale carica, ebbe modo di pronunciarsi più volte perché la ormai consunta questione romana venisse risolta «per costituzionale volontà del Paese», cioè a opera «dello Stato italiano, senza che la sua sovranità ne (fosse) compromessa». Dunque esclusione di una soluzione dettata all’Italia da potenze straniere, ma apertura a un superamento della condizione in cui la Santa Sede si era venuta a trovare dopo il 20 settembre 1870 attraverso una conclusione equa, che in qualche modo prefigurava quanto più tardi sarebbe avvenuto con i Patti lateranensi.
Ricordo di mio nonno la venerazione per il Pontefice conterraneo, del quale partecipava la tipica religiosità veneta intessuta di devozioni, pratiche di pietà, sentimenti spirituali profondi; al contempo un’ardente ansietà per la riconquista cristiana della società, che rispondeva alle sollecitudini di un pontificato mosso dall’urgenza di instaurare omnia in Christo.
Diverso il rapporto con Benedetto XV, col quale ebbe consonanza di orientamenti nell’impegno internazionale della Santa Sede, convergenza di vedute nella politica italiana, sintonia nell’esigenza di riorganizzare il movimento cattolico, ma anche una grande familiarità. Il Pontefice tenne a battesimo il suo quintogenito, che non a caso fu chiamato Giacomo Benedetto.
Molti decenni dopo, percependo vivamente l’ingiusto oblio di quello che lungamente fu definito come il “Papa sconosciuto”, Dalla Torre riprese la voce che su di lui aveva scritto per l’Enciclopedia Cattolica e la fece stampare a proprie spese in una piccola pubblicazione, di cui si premurava di depositare quotidianamente varie copie alla base del monumento funebre, opera del Canonica, che si trova nella basilica vaticana. Intendeva così offrire un piccolo contributo alla conoscenza di un grande Pontefice.
Sotto Benedetto XV, confermato presidente dell’Unione popolare, si impegnò nelle riforme statutarie dell’Azione cattolica e al nuovo orientamento di questa «alla preparazione delle coscienze per la restaurazione cristiana della società, al di fuori e al di sopra dell’azione politica». Dalla Torre contribuì così alla affermazione di quella distinzione rispetto al partito politico di ispirazione cattolica che, proprio sotto la sua presidenza dell’Azione cattolica italiana, avvenne con la fondazione del Partito popolare da parte di don Luigi Sturzo. Sempre da Della Chiesa fu nominato, nel 1918, presidente del consiglio di amministrazione dell’Osservatore Romano, di cui divenne direttore nel 1920, mantenendo questa carica fino al 1960.
Durante l’età di Pio XI, segnata dall’avvento delle grandi dittature, Dalla Torre conobbe un rapporto meno familiare del precedente con il Pontefice, ma strettissimo, diretto, quotidiano; un rapporto congruente col temperamento forte e fiero di Papa Ratti, che andò oltre consolidati schemi curiali. Con un vigore polemico non comune, ha scritto Federico Alessandrini, nella «lunga battaglia contro la pretesa totalitaria» Dalla Torre «difese non soltanto la libertà della coscienza, ma anche ogni altra libertà legittima e la stessa dignità della persona», come dimostrò tra l’altro il suo atteggiamento contro il razzismo in Italia e in Germania. Fu una battaglia aspra che, per quanto riguarda in particolare l’Italia, ebbe il suo apice nelle vicende del 1931, quando il fascismo mirò allo scioglimento dell’Azione cattolica per affermare radicalmente, col monopolio dell’educazione delle giovani generazioni, la propria concezione di Stato.
Giustamente preoccupato per le possibili conseguenze personali e familiari delle sue polemiche giornalistiche — vi fu, proprio nel 1931, un tentativo di arresto di Dalla Torre per ordine di Mussolini — Pio XI volle che il direttore dell’Osservatore Romano e i suoi familiari fossero tra i primi cittadini vaticani, ponendoli così al riparo; così come volle che le salme di due suoi figli premorti fossero trasferite nella cripta della chiesa vaticana di Sant’Anna, onde evitare al direttore il gravoso andare quotidiano al cimitero del Verano, per pregare sulla loro tomba.
Con Pio XII il rapporto fu diverso, più mediato dalla Segreteria di Stato, in particolare sotto l’equilibrata, attenta e amica considerazione di monsignor Giovanni Battista Montini. Il ruolo del giornale vaticano risultò fondamentale nella propagazione e nell’approfondimento del magistero pontificio in materia di diritti umani, di democrazia, di pace, a cominciare da quello contenuto nei famosi radiomessaggi natalizi. Ricordo che negli anni cinquanta ogni tanto uscivano notizie di stampa circa una imminente “giubilazione” di Dalla Torre dalla direzione, per asserite diversità di vedute tra questi e la proprietà del giornale; notizie chiaramente smentite ogni volta dal fatto di un direttore che rimaneva sempre al suo posto. La realtà è che, al di là di diversi temperamenti e di stili differenti, Papa Pacelli in diverse occasioni manifestò l’apprezzamento per una conduzione del giornale attenta, sempre vigile, polemicamente raffinata, rispetto alle nuove situazioni che venivano affermandosi: dal blocco comunista dell’est, sotto il profilo internazionale, alle rinascenti espressioni di laicismo in Italia.
In particolare mi è rimasto nella memoria quanto raccontò in famiglia mio padre, assessore comunale a Roma, di ritorno dall’annuale udienza pontificia alla giunta capitolina, concessa alla vigilia quasi delle temute elezioni amministrative del 1952: quando era giunto il suo turno, il Papa gli aveva stretto fortemente e lungamente entrambe le mani, pregandolo di dire al genitore il suo incoraggiamento a fare chiarezza, con la consueta lucidità e serrata critica dei suoi editoriali, in un momento di grande disorientamento e di imminente pericolo.
Con Giovanni XXIII si tornò a rapporti familiari. In una lunga dedica scritta in calce al ritratto fotografico datata Natale 1958, quindi poco dopo l’elezione al pontificato, Roncalli si rivolge a Dalla Torre dicendolo «illustre, benemeritissimo et a juventute nostra tanto caro», motivando il dono dell’immagine come «espressione affettuosa di augurio benedicente a lui ed alla sua degnissima ed eletta famiglia». Si tratta di parole dalle quali traspare un vissuto antico: da quando mio nonno era a capo del movimento cattolico italiano e il giovane prete bergamasco segretario del vescovo di Bergamo monsignor Radini Tedeschi; una consuetudine rafforzatasi negli anni romani di Roncalli, quando era alla Pia Opera per la Propagazione della Fede e abitava in una delle casette che, allora in Vaticano, costellavano l’attuale via delle Fondamenta. Fu con lui che, questa volta davvero, Dalla Torre si dimise e lasciò la direzione del giornale. Percepiva che il mondo era cambiato, che problematiche inedite emergevano, che occorrevano forze più giovani per affrontare il nuovo avanzante in Italia e nel mondo.
Dunque tutto iniziò con Pio X. Eppure, guardando con gli occhi della storia alla parabola di una vita, mi pare di poter vedere in questa un’epifania del magistero leoniano. Mio nonno non conobbe personalmente Leone XIII, ma le grandi encicliche del Papa che traghettò la Chiesa nel Novecento possono essere lette quasi in contrappunto al suo impegno associativo e giornalistico: le encicliche sulla democrazia, sulle libertà, sui rapporti tra la Chiesa e gli Stati, e sopra tutte quella Rerum novarum alla quale si era formato da giovanissimo nei circoli cattolici della sua diocesi, ma prima ancora nella cerchia familiare.

di Giuseppe Dalla Torre

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14 ottobre 2019

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