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Da piazza Tahrir alle urne

· Il voto in Egitto ·

Le profonde mutazioni scaturite dalla cosiddetta primavera araba hanno rinnovato le sfide e le opportunità di un reale cambiamento in Nord Africa e nel Vicino Oriente. Corruzione, povertà, disoccupazione, aumento del prezzo dei generi alimentari, hanno scatenato il malcontento popolare. La piazza, con la rivolta egiziana di inizio anno contro Mubarak è tornata a giocare il suo ruolo di luogo di incontro e di scontro. A nove mesi dalle dimissioni dell’ex presidente egiziano, accolte l’11 febbraio dalla popolazione come una vera liberazione costata oltre ottocento morti, su piazza Tahrir — luogo simbolo delle proteste — sono tornati ad accendersi i riflettori: nel mirino dei manifestanti è questa volta il Consiglio supremo delle forze armate accusato di avere azzerato la rivoluzione.

In questo non facile contesto si celebra lunedì 28 e martedì 29 la prima tappa delle elezioni legislative. Oltre 45 milioni di elettori in Egitto ai quali vanno aggiunti 350.000 all’estero sono chiamati a scegliere tra 6.700 candidati in rappresentanza di 47 partiti politici, molti dei quali nati dopo le dimissioni di Mubarak. Un meccanismo complicatissimo è alla base della consultazione: prima si voterà per la Camera bassa (in tre tornate diverse, a partire proprio dal 28 novembre nell’arco di sei settimane); poi, sempre in tre diversi turni, per il Consiglio della Shura. Solo dopo la riscrittura della Costituzione si svolgeranno le presidenziali.

Dopo trent’anni di dominio del Partito nazionale democratico di Mubarak, un fiorire di nuove formazioni politiche, alcune delle quali di ispirazione islamica, ha caratterizzato il percorso verso le elezioni. Nel frammentato panorama dei partiti che scendono in campo troviamo tra gli altri: il Partito Al Nour, di ispirazione islamico-salafita; il Partito arabo, democratico, nasserista, laico e di sinistra; il Partito di centro, di stampo religioso; il Partito conservatore, anch’esso di stampo religioso; il Partito egiziano liberale e il Partito socialdemocratico. Altri due partiti liberali sono il Partito repubblicano libero e il Partito costituzionale libero. Poi c’è il Partito Al Wafd. Tra le liste presentate anche il Partito giustizia e libertà, che fa capo ai Fratelli musulmani, considerato tra i favoriti per la vittoria elettorale.

La situazione in Egitto è incerta e confusa e c’è chi teme una vittoria delle forze islamiche più radicali, che, grazie all’organizzazione e alla disponibilità di fondi, stanno conquistando il favore della popolazione, soprattutto rurale. Gli altri partiti patiscono in genere la divisione e l’assenza di un leader.

La collaborazione dei Fratelli musulmani — che dispongono di una capillare rete di opere assistenziali e di formazione culturale e religiosa — al processo di democratizzazione avviato in Egitto è molto importante: la forza politica non ha partecipato alle ultime manifestazioni di massa a piazza Tahrir per «non trascinare il popolo verso nuovi, sanguinosi scontri con partiti che cercano vantaggi dalle tensioni». I Fratelli musulmani hanno invece preso parte ai colloqui con il Consiglio supremo delle forze armate per porre fine alla grave crisi degli ultimi giorni.

Tra le numerose singolarità della rivolta egiziana vi è il ruolo di primo piano dei militari, ossia del Consiglio supremo delle forze armate, nato con le dimissioni di Mubarak. Il capo della Giunta militare, generale Hussein Tantawi, per vent’anni ministro della Difesa del passato regime, si è rivolto alla Nazione cercando di dimostrare come l’esercito sia stato super partes e abbia protetto la democrazia. «Non abbiamo sparato una pallottola contro i civili — ha detto Tantawi, nonostante le denunce di violenze giunte da più parti — e non vogliamo mantenere il potere». Il Consiglio supremo delle forze armate ha accettato le dimissione del Governo di Essam Sharaf — affidando l’incarico di formare un nuovo Esecutivo a Kamal El Ganzuri, ma alcuni partiti e i manifestanti a piazza Tahrir hanno respinto la scelta —, ha assicurato che ci saranno le presidenziali entro il giugno del 2012 e si è detto disponibile a un referendum sul ruolo dei militari nell’attuale fase della vita politica del Paese.

Gli Stati Uniti guardano con apprensione ai nuovi moti di protesta che infiammano l’Egitto, considerato capofila dei Paesi arabi moderati e di conseguenza un interlocutore fondamentale strategico nel quadro degli equilibri del Medio Oriente. E la Casa Bianca ha chiesto che il potere in Egitto sia trasferito ai civili «il più presto possibile». Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rinnovato l’invito alla Giunta militare di «una transizione inclusiva, ordinata e pacifica che risponda alle legittime aspirazioni del popolo egiziano attraverso elezioni trasparenti e credibili che portino all’instaurazione di un Governo civile».

L’Egitto si trova in una situazione economica difficile, colpito come è stato dalla fuga degli investimenti esteri, dalla crisi del turismo a seguito dei disordini e dal crollo della Borsa. Il Governo dimissionario aveva intenzione di accettare il pacchetto di aiuti di 3,2 miliardi di dollari offerto dal Fondo monetario internazionale dopo averlo rifiutato all’inizio dell’anno. L’obiettivo — aveva spiegato il ministro delle Finanze, Hazem Al Beblawy — era diversificare il debito del Paese «riducendo la dipendenza dai prestiti interni, che hanno raggiunto livelli molto alti. Il prestito di denaro dall’estero ha tassi di interesse più bassi e può essere restituito in un lasso di tempo più lungo». Anche il Qatar — come ha fatto per altri Paesi della cosiddetta primavera araba — è pronto a elargire prestiti e a investire fino a dieci miliardi di dollari per supportare l’economia egiziana.

In questo momento di transizione, il rischio per l’Egitto è che le spinte estremistiche attraversino e mettano in pericolo il processo democratico, tanto atteso da una popolazione che per troppi anni non ha avuto voce.

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