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Da peso morto a strumento d’identità

· Luca Baraldi spiega la nuova area del portale Rete Sicomoro dedicato ai beni culturali ecclesiastici ·

La scommessa è ambiziosa: trasformare il bene culturale ecclesiastico da peso morto in strumento vivo di identità. È questo, in sintesi, lo scopo del progetto che il giovane studioso Luca Baraldi ha ideato e avviato nell’ambito della Rete Sicomoro.

Portale gratuito per la diffusione di contenuti informativi e culturali, e la fornitura di servizi e strumenti di collegamento per le organizzazioni cattoliche, Rete Sicomoro (creata a inizio 2009 da Enrico Albertini) è nata come luogo di formazione per gli enti ecclesiastici religiosi. Nel tempo, però, si è trasformata in una vera e propria piazza, con un cambiamento in termini di pubblico e di contenuto. Se inizialmente, infatti, il progetto era diretto solo a religiosi, parrocchie e congregazioni, oggi, invece, è aperto anche a scuole, studenti universitari e pubblico laico in genere. Al contempo, un assetto informativo di carattere gestionale e amministrativo ha lasciato il campo a un’ottica formativa di taglio culturale. Un cambiamento premiato dal pubblico: si è arrivati a migliaia di accessi tutti i mesi (tremila nel solo marzo 2011).

Tra le diverse aree di cui si occupa Rete Sicomoro, una è stata messa on line solo da qualche settimana. È quella, riconducibile a Luca Baraldi, specificatamente dedicata ai beni culturali ecclesiastici. Il progetto intende valorizzare questo patrimonio nell’ottica del turismo, della fruizione e della fede.

Storico delle religioni (con una predilezione per la storia dell’ebraismo) con una formazione da paleografo, Baraldi si è poi specializzato in beni culturali ecclesiastici. Andando, «quasi per gioco», a proporre progetti, si è accorto che in questo ambito v’era un grande bisogno di formazione. In un clima generale di immobilismo paludoso, il bene ecclesiastico veniva vissuto come una fonte di problemi in termini di costi di manutenzione e di gestione (specie nei rapporti con le sovrintendenze). Una situazione imputabile a diverse cause, tra le quali la generalizzata resistenza nei confronti delle fonti normative, di quella parte del diritto ecclesiastico cioè che disciplina le relazioni tra enti religiosi ed enti civili. È anche vero, del resto, che gli enti religiosi tendono a non conoscere nemmeno le produzioni dei pontifici consigli e delle congregazioni in tema.

Avviato nel 2006, il lavoro di mappatura è stato e continua a essere minuzioso e complesso. «All’inizio facevo delle indagini sul territorio e dove rilevavo esserci dei vuoti, con il patrimonio che regnava nel caos assoluto, sollevavo il telefono e chiamavo il cancelliere vescovile». In questa fase investigativa, il detective Baraldi ha ricevuto reazioni differenti a seconda dei beni chiamati in causa, del tipo di formazione e dell’età dei suoi interlocutori («per certi beni, come gli archivi, c’è maggiore ritrosia, come in fondo è giusto trattandosi di un patrimonio difficile da trattare, anche giuridicamente»). Resta comunque che, ragionando con calma, spiegando «quali sono i valori sottesi a un certo tipo di gestione dei beni culturali, si giunge sempre a un buon compromesso».

«In questo particolare momento di storia della Chiesa in Italia — continua Baraldi — il patrimonio culturale ecclesiastico rappresenta uno degli elementi più forti per creare uno spazio di comunicazione. Principalmente stiamo cercando di sollevare interrogativi e di sfumare le categorie e i confini di definizione che invece, ancora oggi, tendono a essere applicati in maniera piuttosto netta».

Secondo lo studioso il problema centrale è quello della mancanza di dialogo tra l’ambito della gestione del patrimonio e l’ambito della ricerca e della riflessione accademica. «Vogliamo innescare circoli virtuosi di conoscenza del patrimonio, creando sinergie tra universi che normalmente non comunicano. E fino a questo momento i risultati sono estremamente buoni, anche su tempi brevi». Ciò anche grazie alla collaborazione della dottoressa Geraldina Boni, di recente nominata al Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi giuridici, che si occupa della parte giuridica del progetto (on line da giugno).

«Siamo solo all’inizio», ribadisce Baraldi, anche se per l’immediato futuro gli obiettivi sono già molto precisi. Innanzitutto, lo sviluppo di un glossario che, prevalentemente, prenderà in considerazione gli aspetti della conservazione e della amministrazione dei beni, onde illustrare le categorie usate dalla legge e i termini tecnici. Ciò permetterà, ad esempio, al parroco che legge una normativa relativa ai beni di sua pertinenza, di comprendere cosa realmente vi sia scritto. Oltre al glossario, saranno messe a disposizione degli utenti rassegne bibliografiche a tutto tondo su vari argomenti, mentre successivamente «spiegheremo come fare protocolli d’intesa, come creare relazioni con i comuni, come dialogare con tutti gli enti sul territorio. È un primo passo. Essendoci, infatti, resi conto che il livello di competenza generale è piuttosto debole, abbiamo in mente un piano triennale di sviluppo per cui, di mese in mese, forniremo strumenti sempre più complessi onde realizzare un vero percorso di formazione». L’impresa, insomma, non è da poco. Ma la discesa dall’albero al fine preciso di «conoscere per crescere» sembra ben avviata.

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