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Da «Only You» a «Mia bela Madunina»

· Il fondatore dell’Opus Dei, le canzoni e Milano ·

«O mia bela Madunina / che te brilet de luntan...». Le note della più tipica canzone milanese sulle labbra dello spagnolo Josemaría Escrivá de Balaguer. È un giorno d’agosto del 1951 e il «Padre» — come il santo sacerdote fondatore dell’Opus Dei viene familiarmente chiamato dalle sue figlie e figli spirituali — si dirige da Roma a Castel Gandolfo per un corso estivo di formazione. Con lui, sul sedile posteriore dell’auto — una Lancia Aprilia — un emozionato giovane universitario, poco più che ventenne: Lorenzo Revojera, il primo milanese entrato a far parte dell’Opera. Quel giovane di allora è l’autore di un volume, da poco arrivato in libreria, in cui è narrato l’episodio in questione che, insieme a molti altri, svela la speciale, e anche poco conosciuta, «milanesità» di questo sacerdote, canonizzato nel 2002, che ha fatto discepoli in tutto il mondo ( San Josemaría in terra lombarda con lo sguardo alla Madonnina 1948-1973 , Milano, Àncora, 2011, pagine 208, euro 17,50).

Il rapporto di Escrivá con la città di sant’Ambrogio è legato alla «preistoria» dell’Opus Dei. Così lo stesso fondatore definiva quell’insieme di contatti con i vescovi locali e con altre personalità ecclesiastiche e civili che, dalla Spagna, avrebbe esportato l’Opera in numerose realtà dell’Europa centrale e che, appunto, servivano per preparare il terreno all’arrivo dei suoi figli spirituali. La prima volta di Escrivá a Milano risale all’inizio del 1948. Ad accompagnarlo nella missione il sacerdote che alla sua morte, nel 1975, ne sarebbe divenuto il successore, don Álvaro del Portillo. In quella occasione, il 14 gennaio, in arcivescovado, si tenne l’incontro con il pastore della Chiesa ambrosiana, il cardinale — nonché futuro beato — Alfredo Ildefonso Schuster. Fu proprio questi a chiedere che l’Opus Dei si stabilisse quanto prima a Milano. E fu quello anche l’inizio di un reciproco rapporto di stima tra i due ecclesiastici e in qualche modo anche di un legame privilegiato con la metropoli lombarda. Proprio Milano, infatti, venne personalmente scelta da Escrivá come sede del vicario dell’Opus Dei per l’Italia. «Fautore come era dell’autonomia, temeva che il governo centrale dell’Opera potesse condizionare quello nazionale, se le due entità si fossero trovate entrambe a Roma», annota Revojera. Numerose, poi, furono le visite di Escrivá al castello di Urio, sul lago di Como, dal 1955 divenuto sede di ritiri spirituali e convegni. Proprio qui, il 25 agosto 1973 — due anni prima di morire — incontrò per l’ultima volta in terra lombarda un gruppo di persone dell’Opera. Inoltre, a cavallo degli anni Settanta, la regione dei laghi lombardi lo ospitò per il periodo del riposo estivo. E proprio in questa zone — a Premeno nel 1970 e a Cagli nel 1971 — ebbe dal Signore personali ispirazioni fondamentali per la sua vita interiore e per il futuro dell’Opera.

Soprattutto, viene ricordato il legame con i grandi santuari lombardi, specialmente quelli mariani, e il particolare attaccamento alla immagine dorata della Madonna — «la Madonnina» — che si erge sul pinnacolo più alto del Duomo. Così, in ogni incontro con i fedeli milanesi della Prelatura, Escrivá «raccomandava loro con forza che dovevano essere molto devoti alla Madonnina» e «parlava della fortuna di avere a Milano una statua della Vergine che dall’alto presiede e protegge tutta la città». Tanto che uno dei primi giovani che iniziarono le attività dell’Opus Dei nella metropoli lombarda, sul finire dell’estate 1950, ebbe un bacio in fronte da Escrivá, che gli disse: «Portaglielo alla Madonnina». Un attaccamento che lo spingeva anche a canticchiare O mia bela Madunina — appunta Revojera — «quando qualcuno di noi milanesi lo andava a trovare a Roma».

Attraverso un’incalzante carrellata di testimonianze, aneddoti, curiosità è dunque possibile rileggere, o scoprire, la storia dell’Opus Dei in parallelo con la nascita e lo sviluppo della sua comunità milanese. Soprattutto, il volume ha il pregio di presentarcene il fondatore — che Giovanni Paolo II definì il «santo dell’ordinario» — anche nei momenti meno legati all’ufficialità. Quasi un ritratto di famiglia che mette in risalto quella carica di umanità — spesso sottaciuta in molte immagini stereotipate — che è stato uno dei punti di forza della straordinaria diffusione dell’Opera in ogni angolo del pianeta. Così, sfogliando il libro, è possibile sorprendere l’«austero» fondatore dell’Opus Dei rilassarsi di fronte a un film western, apprezzare con gusto un piatto di pizza. Oppure, appunto, canticchiare O mia bela Madunina o anche qualche nota di Sergio Endrigo, Mina, Domenico Modugno e l’«indimenticabile» Only You dei Platters.

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21 luglio 2019

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