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Da migranti a vittime della tratta

Emigrare sembra, per moltissime donne del continente asiatico, l’unica speranza per vivere una vita dignitosa. Ma troppo spesso l’emigrazione diventa un inferno: il viaggio verso un futuro migliore si scontra infatti con la realtà della tratta degli esseri umani.

Dopo una vita di atrocità subite e testimoniate, lottare per salvaguardare la dignità del prossimo potrebbe apparire un’utopia. Anni di lavoro minorile, di carcere duro per motivi politici, di soprusi e di violenza sarebbero stati per molti motivo per chiudersi in un angolo e pretendere dalla vita il saldo del conto. Cecilia Flores-Oebanda non l’ha fatto: madre di tre figli, moglie e sopravvissuta al regime dei Marcos, da anni lavora per salvare le vittime del traffico di esseri umani nelle Filippine. Uno degli snodi geograficamente fondamentali di questo orribile commercio, che trasforma le aspirazioni di chi cerca una vita migliore — in maggioranza donne — in un inferno di abusi e di silenzi complici, di corruzione e di sopraffazione.

Bambini alla periferia di Manila

Per contrastare la compravendita dei suoi connazionali, Flores- Oebanda ha creato nel 1991 la fondazione Visayan Forum. «Il primo impegno, quello più importante e più pressante, è quello dell’azione preventiva: noi cerchiamo in ogni modo — dice — di intercettare le vittime della tratta prima che lascino il paese. Per questo motivo cerchiamo di essere presenti negli aeroporti meno frequentati e nei punti di accesso alle vie “clandestine”, quelle che portano i futuri schiavi nelle destinazioni finali».

Nata in una famiglia cattolica molto povera, questa coraggiosa attivista inizia a lavorare da piccolissima «perché bisognava portare il cibo a casa». Cresciuta durante gli anni turbolenti della legge marziale voluta dal dittatore Marcos, presidente delle Filippine dal 1965 al 1986, si avvicina all’adolescenza accostandosi alla Chiesa. Che in quel periodo era vista come l’unico baluardo, spirituale e sociale, rimasto in piedi contro il dittatore: «In quegli anni — racconta — i militari hanno iniziato ad attaccare le parrocchie e i cattolici. Alcuni miei colleghi sono stati rapiti, la mia migliore amica è stata stuprata e uccisa. Costretta a fuggire e a nascondermi, sono diventata madre per la prima volta nelle montagne, mentre mi opponevo alla dittatura».

Per proteggere il figlio, Cecilia lo affida ad alcuni parenti: «Io e mio marito siamo rimasti nelle montagne e dopo cinque anni siamo stati catturati dai militari. Io ero all’ottavo mese di gravidanza del mio secondogenito. Tre miei compagni sono stati uccisi di fronte a me. Ho pregato i soldati di risparmiare loro la vita, ma mi hanno risposto: “Siamo sotto la legge marziale, questo è un omicidio misericordioso!”».

Nel 1986 Marcos cede il potere, e il paese riprende a respirare. Ma la situazione economica generale è terribile, e l’emigrazione sembra l’unica strada possibile per chi vuole migliorare la propria vita. Nel tempo le condizioni si sono alleggerite, ma lavorare all’estero è ancora una scelta preferenziale per i filippini. Secondo dati del governo di Manila, circa 10 milioni di connazionali oggi lavorano all’estero: le mete più gettonate sono quelle più ricche dell’Asia orientale — come Hong Kong e Singapore — e i paesi del Golfo. Tuttavia, sono numerosissimi i casi denunciati di abusi o di condizioni di lavoro capestro per questi migranti, trattati di fatto come nuovi schiavi.

Il fenomeno del traffico di esseri umani — spiega Flores-Oebanda a «donne chiesa mondo» — è «endemico e rampante in Asia. I trafficanti usano di solito rotte marittime, ma è molto comune anche il trasporto delle vittime attraverso aeroporti internazionali o altre “porte d’accesso” alle varie nazioni che vengono controllate di meno. Si tratta di dinamiche interconnesse fra di loro, perché di fatto i trafficanti si tengono tutte le opportunità libere e poi scelgono a seconda dei casi». I «casi» sono di fatto la disponibilità delle autorità locali a farsi corrompere e la capienza dei mezzi di trasporto illegali.

Ma come arrivano i futuri schiavi a questo punto? «I cosiddetti “reclutatori” — continua l’attivista — sono di solito amici di famiglia o persone che scelgono questo modo di avvicinarsi alle vittime semplicemente attraverso una finta vicinanza a nuclei familiari in difficoltà. Oppure utilizzano i social network: con questa seconda strada riescono a ottenere fiducia nelle comunità di origine, in persone che vogliono trovare un’alternativa per migliorare la propria vita attraverso l’emigrazione».

Queste persone, denuncia, «sono maestre nell’arte della persuasione, e riescono a fare in modo di controllare la vita delle loro vittime. I trafficanti sono spregevoli, perché approfittano con facilità e spregiudicatezza delle vulnerabilità socio-economiche delle vittime e in modo particolare delle debolezze culturali. La povertà e la disoccupazione fomentano la disperazione nella popolazione, e la spingono ad accettare rischi enormi».

La destinazione più comune è quella a servizio di una famiglia o di un’azienda come operaio illegale. Ma il mercato del sesso è di certo l’alternativa peggiore: «Uno dei rischi maggiori per le vittime del traffico di esseri umani, oggi, è quello del turismo sessuale e dell’industria dello sfruttamento del sesso: questi due mondi attaccano con violenza i nostri figli, che sono oggettivamente le vittime più a rischio di traffico e abuso. L’erosione della dignità umana e dei valori condivisi nella nostra società fa sì che lo sfruttamento di donne e bambini sia divenuto oramai una realtà quasi accettata. O comunque tollerata».

Ecco perché il Forum mantiene nel paese d’origine zone sicure: «Abbiamo alcune case d’accoglienza per le ragazze strappate dalla prostituzione. Qui offriamo servizi di counseling, ovvero di sostegno psicologico e fattuale per tornare alla vita, ma soprattutto di protezione nel caso in cui vogliano denunciare i loro trafficanti. E portiamo anche avanti un programma di sensibilizzazione tra i più giovani, all’interno delle comunità e delle scuole, in collaborazione con altri gruppi religiosi». Proprio questo aspetto ricopre un ruolo chiave, dato che le Filippine sono di fatto una nazione di impronta patriarcale: «Anche nell’ambito del dialogo fra le organizzazioni della società civile, l’impegno a favore delle vittime del traffico di esseri umani è il più delle volte visto come appannaggio maschile. Ma questo è un approccio quanto meno miope: credo che proprio in questo campo la presenza femminile debba essere maggiore, perché più efficace. Essere una donna oggi, tanto più in Asia, significa che è necessario affrontare molte più complicazioni, soprattutto se sei madre, moglie e lavoratrice. Ma proprio davanti a queste sfide noi donne scopriamo di possedere una forza interiore diversa che io chiamo resilienza: non rinunciamo facilmente, a volte ci buttano giù, ma sappiamo sempre come rialzarci e ricominciare».

Inutile — sottolinea Flores-Oebanda — raccontarsi delle favole: «Qui da noi le donne sono ancora emarginate. Ma non voglio che passi il messaggio che siamo in competizione con gli uomini: io ritengo invece che possiamo essere in cammino insieme lungo lo stesso sentiero. La società filippina è ancora molto maschilista, nelle province le donne non hanno alcuna voce: chi ha subito abusi è messa in cattiva luce, anziché essere vista come una vittima. Dobbiamo combattere questo sentimento».

Il gruppo creato da Flores-Oebanda ha, nel tempo, riportato successi che dimostrano come sia possibile un cambio di rotta. Tuttavia, serve un aiuto concreto anche da parte del mondo occidentale: «Le società del cosiddetto mondo civilizzato svolgono un ruolo importantissimo, perché sono loro che possono intervenire per limitare la domanda. È la domanda che genera il traffico di esseri umani, ed è la domanda che aumenta la riduzione in schiavitù di giovani donne e la costrizione al lavoro forzato dei nostri bambini». Ovviamente, un grande ruolo riveste anche il sostegno ai gruppi che, come il Visayan Forum, agiscono in loco per intervenire prima che sia troppo tardi: «Ogni centesimo è importante, perché può davvero cambiare la vita di queste persone».

Tuttavia, il motore di questo impegno — anche a fronte di una vita che non le ha risparmiato davvero nulla — è alimentato dalla fede: «Da quando avevo 14 anni ho cercato di prestare servizio come catechista. Sono stata cresciuta nella ferma convinzione che ogni persona è stata creata a immagine e somiglianza di Dio. E oggi, aiutando le vittime del traffico di esseri umani, so di portare avanti una missione che Dio approva».

Il Signore — aggiunge — «continuerà a inviare persone e aiuti per aiutarci a portare avanti il nostro ministero. Questa fede è incrollabile, ed è la mia forza ogni volta che mi trovo ad affrontare una nuova sfida che Dio mi presenta. Ritengo che il mio lavoro sia una sorta di apostolato: la mia fede entra in azione. E sono onorata all’idea di essere stata chiamata a servire, e soprattutto di essere stata in grado di rispondere».

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

Cecilia Flores-Oebanda

La fondatrice del Visayan Forum

Cecilia Flores-Oebanda è impegnata da circa 25 anni nel salvataggio delle vittime della tratta di esseri umani. Per il suo impegno sociale subisce il carcere durante gli anni della dittatura dei Marcos e riceve numerose minacce di morte. Nel 1991 fonda insieme al marito il Visayan Forum, organizzazione non governativa impegnata nella prevenzione e nel recupero delle persone più vulnerabili delle Filippine. Madre e moglie, è da sempre molto impegnata nella vita della comunità cattolica filippina. È stata la prima persona a vincere il premio Iqbal Mashi per l’eliminazione del lavoro minorile, riconoscimento creato dal Dipartimento statunitense per il lavoro. Nel 2005, la Flores-Oebanda e il Forum vengono insigniti del premio Anti-schiavitù dell’Anti-Slavery International, l’organizzazione per i diritti umani più antica del mondo. Il governo guidato dall’ex presidente Benigno Aquino iii l’ha nominata «modello per la società delle Filippine» nel 2012.

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