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Da Dachau a Lusaka

· Adam Kozłowiecki, missionario al concilio e cardinale ·

Adam Kozłowiecki, per oltre sessant’anni missionario nello Zambia, arcivescovo di Lusaka, capitale di quel paese, e cardinale — missionario per eccellenza — non immaginava mai di partire per un paese di missione: non pensava affatto a questo tipo di lavoro e non lo desiderava neppure. È diventato missionario per obbedienza. Era, difatti, un uomo obbediente. E quando i superiori gli proposero di andare nella Rhodesia del Nord l’obbedienza prevalse. L’obbedienza, difatti, lo caratterizzava. Lo caratterizzava: era persino fissato sull’obbedienza. L’apprese sin da piccolo, in casa, ed entrò nella Compagnia di Gesù perché lo attraeva l’obbedienza dei gesuiti. «Sono entrato nella Compagnia perché i gesuiti erano obbedienti» soleva ripetere spesso. E l’obbedienza lo condusse in Africa.

Padre Adam Kozłowiecki in Zambia

Qui visse ben sessantun anni della sua lunga vita (morì all’età di novantasei anni). Gesuita polacco, semplice missionario fra un popolo africano, primo arcivescovo della sede di Lusaka e cardinale, cittadino dello Zambia, diceva egli stesso, con l’umorismo a lui proprio: «Sono nato come suddito di Franz Josef nella monarchia austro-ungarica. Dopo di che fui cittadino della Seconda Repubblica (lo stato polacco nato dall’indipendenza acquisita nel 1918). Non so bene quale era il mio stato nel tempo della seconda guerra mondiale, perché non avevo bisogno di nessun tipo di passaporto per il mio viaggio da Auschwitz a Dachau. Dopo la guerra, già in Rhodesia del Nord, divenni cittadino dell’Impero Britannico, e dal momento della nascita dello Zambia ho il passaporto di questo paese. Tutto sommato ho almeno quattro cittadinanze».

Adam Kozłowiecki era davvero un autentico cittadino del mondo. Il 30 luglio del 1929 entrò — contro la volontà del padre — nella Compagnia di Gesù a Stara Wieś. In seguito raccontava queste circostanze con la consueta autoironia: «Concluso il ginnasio, parlai con mio padre della mia decisione di voler entrare dai padri gesuiti. Non era per niente contento e non mi diede il suo consenso. Ho dovuto rivolgermi al tribunale per avere la certificazione di essere maggiorenne e così poter rinunciare al diritto di eredità. Dai gesuiti sono arrivato, come si dice, con la sola camicia». L’ordinazione sacerdotale la ricevette a Lublino il 24 giugno 1937.

Nell’estate del 1939 fu inviato a Chyrów destinato a lavorare nel convitto come educatore dei giovani. Scoppiata la seconda guerra mondiale dovette tuttavia abbandonarlo e fuggire. Il 24 ottobre arrivò a Cracovia e fu nominato amministratore del collegio in via Kopernika. Due settimane più tardi, il 10 novembre, insieme alla maggioranza dei gesuiti del collegio, 24 confratelli, fu senza nessuna accusa imprigionato dalla Gestapo. In quel giorno iniziò per lui una geenna che finì soltanto il 29 aprile 1945, il giorno della liberazione del campo di concentramento di Dachau da parte delle truppe americane.

Difatti, dopo tre mesi nel carcere di Cracovia fu trasferito al carcere di Wiśnicz e nel giugno del 1940 al campo di concentramento di Auschwitz (numero di matricola 1006) e quindi a Dachau (numero di matricola 22187), dove rimase dall’11 dicembre 1940 fino al 29 aprile 1945. È il periodo più conosciuto della vita di Adam Kozłowiecki, e questo grazie alle sue memorie di quegli anni e di quelle dolorose vicende, pubblicate nel volume Ucisk i strapienie. Pamiętnik więźnia, 1939-1945 (Oppressione e angoscia. Diario di un prigioniero, 1939-1945), Cracovia 1967; la seconda edizione, completata dai frammenti cancellati in un primo momento dalla censura, fu pubblicata nel 1995. Vi descrisse le dolorose prove di quel periodo e anche le straordinarie esperienze spirituali.

Dopo la liberazione, ancora in Germania, rispose positivamente alla richiesta dei superiori e si offrì volontario per la missione guidata dai gesuiti polacchi in Rhodesia del Nord. Arrivò a Roma nel luglio del 1945, emise i voti solenni e, dopo alcuni mesi, nel gennaio 1946, partì per l’Africa. In aprile arrivò in Rhodesia. Nel 1950 fu nominato amministratore apostolico della prefettura apostolica di Lusaka. Il 6 giugno 1955 Pio xii lo nominò vescovo e vicario apostolico; fu consacrato nel settembre dello stesso anno. Il motto nel suo stemma episcopale In nomine Domini gli fu suggerito dallo stesso Papa Pacelli. Alla fine del processo di creazione delle strutture della Chiesa nello Zambia, che fu principalmente opera sua, Kozłowiecki fu nominato primo arcivescovo metropolita di Lusaka da Giovanni xxiii nel 1959. Come vescovo e arcivescovo metropolita, Kozłowiecki, all’impegno della direzione della propria diocesi, aggiunse un’ampia attività nella Chiesa in tutta l’Africa e nella Chiesa universale. Partecipò attivamente a tutte le sessioni del concilio Vaticano ii; fu allora che conobbe il giovane vescovo di Cracovia Karol Wojtyła, conoscenza questa che diede inizio alla loro amicizia. Si impegnò attivamente e da precursore nelle questioni sociali: fu grande sostenitore del diritto della uguaglianza tra le razze e dell’uguaglianza dei diritti delle donne. Giovanni Paolo ii lo creò cardinale il 21 febbraio 1998. Morì a Lusaka il 27 settembre di dieci anni fa.

Adam Kozłowiecki era uomo di grande apertura di cuore e di mente. Nell’omelia durante i suoi funerali l’arcivescovo emerito di Lusaka Medardo Mazombwe evocò — parlando della semplicità del suo predecessore — un’immagine eloquente. Diceva, fra l’altro: «Molto spesso quando arrivavo alla missione di Mpunde, il cardinale era il primo ad aprire il portone». Un gesto capace di riassumere un’intera vita.

di Marek Inglot

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