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Da credente
contro il Male

· L’eterna lotta dell’uomo ·

A colloquio con William Friedkin, il regista de «L’esorcista»

«Oggi l’America è divisa in se stessa come mai in precedenza. Razza, religione, sesso tutto è fonte di divisione, c’è una tensione che non ricordo così alta da anni. Il tempo si è fatto breve, come dice San Paolo ai Corinzi». Non cita esplicitamente la lettera paolina, anzi la sua frase letteralmente è «l’orologio del giorno del giudizio ha accelerato», ma William Friedkin è un attento conoscitore della Scrittura, oltre a essere uno dei registi più famosi del cinema americano.

Una scena da «Ordet» (1955) di Carl Theodor Dreyer, «forse è il miglior film spirituale di tutti i tempi» secondo Friedkin

C’è più tensione oggi che negli stessi anni Sessanta?

Non di più, ma in modo diverso. Non ci sono i tumulti di massa di quel tempo, ma la rabbia e la furia che oggi provano le persone possono essere percepite, quasi toccate materialmente. È impressionante, e non solo negli Usa.

Agli inizi degli anni Settanta tu decidi di girare un film tratto dal romanzo di William Peter Blatty «L’esorcista», come mai?

Fu Blatty stesso a darmi il suo romanzo. L’avevo conosciuto in fondo da poco, ma si è fidato di me anche se ero molto giovane e più giovane di lui. Sapeva che avevo un’esperienza di documentari e voleva che la storia fosse filmata nella maniera più realistica possibile. E anch’io. Non volevamo fare un film dell’orrore che suscitasse paura o un film fantasy. All’epoca, come anche oggi, il pubblico sapeva molto poco sull’esorcismo. E certamente c’è molto sensazionalismo su questi temi e da un certo punto di vista a questo ha contribuito anche il mio film, non c’è alcun dubbio a riguardo, perché le persone l’hanno considerato un film horror. Ma io ho fatto questo film come credente, in quanto credente.

A parte il romanzo originale, ma c’era stato qualche film che, proprio per la sua dimensione spirituale, ti ha ispirato nella realizzazione de «L’esorcista»?

Diversi film ma in particolare Ordet di Carl Theodor Dreyer, un film potentissimo, di grande intensità spirituale, capace di rendere presente, di rappresentare in modo forte e credibile una resurrezione. Dreyer affronta il tema del miracolo in modo molto diretto, mostrando esattamente la resurrezione della protagonista senza nessun trucco, senza girarci attorno, è quello che ho voluto fare io affrontando il tema dell’esorcismo. Ho quindi pensato molto a quel film mentre giravo il mio, volevo anch’io rappresentare la dimensione soprannaturale allo stesso modo diretto, con la stessa intensità. Forse è il miglior film spirituale di tutti i tempi.

Puoi spiegare in che senso hai diretto «L’esorcista» in quanto credente?

Mi sono mosso nell’ambito della possibilità; senza conoscere i dettagli, ho creduto nella possibilità della possessione demoniaca e nella possibilità reale dell’esorcismo. Il romanzo era basato su un caso di attualità accaduto a un ragazzo quattordicenne del Maryland. Andai a parlare con la zia del ragazzo, testimone oculare della vicenda, che mi ha raccontato nei dettagli ciò che era accaduto. Scegliemmo una ragazza per il film perché la diocesi ce lo chiese per togliere la pressione sulla famiglia del giovane, quindi l’abbiamo girato come fiction, non come documentario, eppure molti dettagli sono veri, così come sono accaduti. Per la sequenza dell’esorcismo ho avuto come consulente John Nicola, un sacerdote della chiesa dell’Immacolata Concezione, esperto di esorcismi, che mi ha aiutato per il rito di modo che le parole e i gesti compiuti dai sacerdoti fossero quelli giusti. Ripeto: ho realizzato questo film da credente.

La tua fede da dove proveniva? Dalla tua educazione familiare?

Sono cresciuto in una famiglia ebrea. Ho raggiunto il bar mitzvah. Ad essere sincero non mi sono mai sentito vicino alla ritualità e alla mia fede d’origine, come invece ho fatto con la fede cattolica. Faccio notare che Gesù era ebreo, è nato, ha vissuto ed è morto come ebreo, non era cattolico. Mi sono sentito, e tuttora mi sento, vicino, agli insegnamenti di Gesù e credo in essi. Credevo negli insegnamenti di Gesù quando ho girato il film e lo faccio ancora oggi. È il miracolo della fede. Come tutti coloro che credono, non posso dare prove certe. Ho solo la mia fede.

E oggi, come ti consideri, ebreo o cristiano?

Non ho nulla contro nessuna fede, in realtà. Personalmente credo negli insegnamenti di Gesù più che in qualsiasi altra cosa. E ho sentito tante cose che vanno contro gli insegnamenti di Gesù. Per esempio mi piacciono molto gli scritti di Christopher Hitchens. Ora è morto, ma è stato un’importante scrittore contro il cristianesimo. E i suoi documenti sono molto convincenti. È stato l’avvocato del diavolo contro la santità di Madre Teresa. Penso che sia stato un ottimo scrittore, ma non ha fatto altro che rafforzare la mia fede. Semplicemente direi che ho questa fede ed è per questo che ho fatto il film. Ho fatto quel film, come Blatty ha scritto il romanzo, per diffondere il Vangelo. Se si guarda con attenzione il film ci si rende conto che più della ragazza, il vero protagonista del film è il sacerdote cattolico. Egli perde la propria fede attraverso diversi eventi che accadono nella sua vita: la morte della madre, il fatto che lui non ci sia stato quando lei aveva bisogno di lui, e si sente in colpa e perde la sua fede. È lui l’obiettivo del demonio, non la bambina. Il giovane sacerdote che nel film racconta a un sacerdote più anziano che sta perdendo la propria fede, è lui il bersaglio del diavolo. La debolezza che lui mostra è ciò che spinge il demonio a prenderlo di mira. E così, ciò a cui assiste e vive con quella ragazzina, è indirizzato a lui. Perché il demonio gli mostra che l’uomo non è buono a nulla. Anche una bambina innocente ha il male dentro di sé.

Come è stato il clima durante le riprese, sul set?

Ho cercato di mantenere il clima molto leggero, di fare in modo che nessuno potesse rimanere davvero sconvolto. Nell’intimo, senz’altro molte persone sono rimaste turbate dal film, perché vedere una ragazzina dodicenne passare ciò che ha dovuto passare è stato molto difficile. Però si sono fidati di me. Nel cast ho assunto due gesuiti veri nel ruolo di sacerdoti. E sono stati anche consulenti tecnici. E di tanto in tanto facevo benedire il set. Ricordo che l’autore del libro ed io, insieme a uno dei sacerdoti, andavamo in una mia casa a New York e il sacerdote celebrava la messa per noi tre. A volte non aveva il vino; io non avevo vino in casa, avevo succo di mirtillo rosso; e allora usava quello, e un pezzo di bagel. E celebrava la messa per noi tre ed era così emozionante, potente. Poi ho fatto in modo che il sacerdote, il protagonista del film, celebrasse messa come se credesse a ogni parola pronunciata, non come spesso si vede in chiesa, con la messa celebrata molto velocemente, tirata via, invece ho fatto sì che il prete nel film celebrasse la messa molto lentamente, con fede grande e profonda nelle parole. Perché io credo in quelle parole: «Prendete, perché questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, il sangue di grazia eterna, il mistero della fede...» e tutto questo veniva detto in modo lento e credibile, direttamente nella telecamera.

Avevi immaginato, prima di girare «L’esorcista», che avrebbe potuto avere tutto il successo che poi ha ottenuto?

No, no. Queste cose non si sanno mai prima. Non lo sapevo. Ho pensato che fosse possibile che molti avrebbero riso o messo in ridicolo il film. Non avevo idea. E all’epoca, ciò che è accaduto è che più persone sono ritornate in chiesa, o come credenti o addirittura si sono fatte sacerdoti durante il periodo — ed è stato un periodo molto lungo — in cui L’esorcista è stato proiettato nei cinema di tutto il mondo. Oggi viene ancora proiettato, ogni anno continua a essere visto da non so quante centinaia di migliaia o milioni di persone. Probabilmente in termini di pubblico è uno dei film più popolari mai girati.

«L’esorcista» mostra il volto del Male assoluto. I film che hai girato successivamente ruotano sempre intorno al mistero del male, non come male assoluto, ma sempre del male, quello che si ritrova nella storia quotidiana di uomini e donne, è così?

Sì, credo che il bene e il male siano in ognuno di noi. Credo che sia in te e in me, e in chiunque io conosca, anche persone che considererei brave persone. Credo che ci sia una lotta costante dei nostri angeli migliori per sopravvivere e prosperare. Credo che sia una lotta costante, si deve lottare. Alcune persone non devono lottare tanto, ma la maggior parte delle persone nel mondo deve combattere perché il lato oscuro non emerga, non si manifesti. Ed è di questo che parlano tutti i miei film.

Dopo oltre quarant’anni da «L’esorcista» hai girato un documentario con padre Gabriele Amorth, il famoso esorcista, che ricordi hai di quell’esperienza?

È stato un dono di Dio. Non pensavo di riuscirci perché sapevo quanto fosse impegnato e invece, grazie a qualche amico romano, ho avuto questa opportunità. Penso che padre Amorth sia la persona più spirituale che abbia mai incontrato. Una spiritualità traboccante che si percepiva alla sua presenza. Non volevo intervistarlo, solo incontrarlo. Sapevo che aveva visto L’esorcista e lui me lo ha confermato dicendomi che aveva scritto una pagina sul film nel suo primo libro, Un esorcista racconta affermando come fosse un film che aiutava le persone a comprendere il suo lavoro; forse gli effetti speciali erano un po’ esagerati, ma aiutava le persone a conoscere meglio la realtà dell’esorcismo. Dopo questo primo incontro di un paio d’ore tornai a Los Angeles e al party per gli Academy Awards incontrai Graydon Carter, l’editore di «Vanity Fair», al quale raccontai dell’incontro con Amorth. Lui fu entusiasta e mi propose di intervistarlo per la rivista. Tornai quindi a Roma con un minuscolo registratore e l’ho intervistato e lui fu generosissimo.

Di che cosa avete parlato?

Di tante cose, del diavolo ovviamente, ma anche di questioni teologiche. La mia prima domanda ad esempio fu su Giuda. Perché è così odiato nella Chiesa e dalla gente, mi sono chiesto. Di fatto è grazie a Giuda che si è adempiuto il progetto di Dio, se non fosse stato Giuda, sarebbe stato qualcun altro. Padre Amorth mi disse «è vero, ma non era una brava persona. Era un ladro e aveva fatto tante altre cose che non erano esattamente buone. E per questa ragione viene condannato», non fui e non sono del tutto convinto. L’intervista fu molto bella e molto lunga, più di 65.000 battute, la più lunga mai pubblicata da «Vanity Fair», più di qualsiasi articolo di Christopher Hitchens, e Graydon Carter era un grande sostenitore di Christopher Hitchens! Padre Amorth fu così affabile che verso la fine mi è uscita questa sciocca richiesta: «sarebbe possibile per me assistere a un esorcismo?», domanda stupida e ridicola, perché non si tratta di uno spettacolo, ma di una questione molto privata tra la Chiesa e le persone che si sentono afflitte e che la Chiesa tratta giustamente con molta discrezione. Ma lui gentilmente mi ha risposto dicendo che ci avrebbe pensato. Qualche giorno dopo mi fece sapere che mi avrebbe permesso, un mese dopo — era nel 2016 — di assistere a un esorcismo.

È ancora emozionato William Friedkin, felice di aver avuto questa possibilità, un’ultima chance, visto che poi padre Amorth è morto proprio durante la realizzazione del documentario «The Devil and Father Amorth» del 2017, ma non vuole dilungarsi sull’esperienza dell’esorcismo al qualche ha assistito, si sofferma però su qualche dettaglio e soprattutto sulla persona del sacerdote paolino.

Sono rimasto colpito non solo dalla gentilezza ma anche dal senso dell’umorismo di padre Amorth. Un tipo davvero divertente, leggero, dotato di un grande senso dell’umorismo. Riusciva così ad alleggerire la paura, perché devo ammettere che quando mi sono trovato in quella stanza, seduto così vicino a padre Amorth e alla donna posseduta — usando una minuscola telecamera, una piccola fotocamera ad alta definizione (non mi era permesso portare degli operatori quindi ho filmato io stesso) — ero molto spaventato, assolutamente terrorizzato. Ebbene, ad un certo punto, prima di iniziare l’esorcismo, padre Amorth ha fatto un gesto con le mani e con la lingua, come dite voi, «marameo?». Ha fatto così per togliere tutta la tensione dalla stanza. E ci è riuscito, ha sdrammatizzato il momento. Mi ha spiegato tante cose e ha chiarito molto di quello che io credevo riguardo alla natura della possessione e dell’esorcismo, dicendomi che il demonio non è fisico, non è carne e sangue; il demonio è spirito. Per questo pur avendo parlato e conversato con il demonio molte volte, non lo aveva mai visto. Questa è la natura e anche la debolezza del diavolo.

di Andrea Monda

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24 aprile 2019

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