Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Da Costantinopoli alla rete

· Ora sul sito web della Biblioteca Vaticana il codice b ·

Attorno all’anno 330 l’imperatore Costantino scriveva al vescovo Eusebio di Cesarea invitandolo a provvedere «a far trascrivere da copisti esperti e ben esercitati in questa tecnica cinquanta volumi delle Sacre Scritture, in pergamena finemente lavorata, che siano maneggevoli e di facile consultazione». Aggiungeva quanto l’allestimento e l’utilizzo di quei volumi sarebbero stati «indispensabili per la Chiesa»; assicurava inoltre di aver già dato indicazioni al responsabile generale dell’amministrazione perché si impegnasse a procurare quanto occorreva alla trascrizione di quei testi; autorizzava infine Eusebio a servirsi di due carri della posta pubblica per mandare a Costantino i volumi una volta confezionati.

La fine del vangelo di Giovanni e l’inizio del vangelo di Luca nel codice b

Questa lettera, come la Vita di Costantino composta da Eusebio (in cui è conservata), è stata fatta oggetto di giudizi critici disparati. Probabilmente le cinquanta Bibbie commissionate dall’imperatore non dovettero mai essere realizzate: ne sarebbe rimasta una traccia consistente, che invece non ci è pervenuta.

È stata tuttavia avanzata l’ipotesi che a quel progetto possano riallacciarsi le due Bibbie greche più antiche giunte sino a noi, abitualmente denominate dagli studiosi come codice Vaticano e codice Sinaitico. Un’altra proposta riterrebbe invece più probabile l’origine egiziana di questi due manoscritti. Essi rimangono tuttavia di valore eccezionale per la loro antichità, essendo datati in ogni caso alla metà del iv secolo.

Il Sinaitico, distribuito in quattro biblioteche, è conservato nella sua parte principale alla British Library di Londra. Il Vaticano, codice b della Bibbia, formalmente denominato Vaticano greco 1209, è uno dei più grandi tesori della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Carico di storia, questo antico codice pergamenaceo continua a essere studiato e indagato per poterne carpire ulteriori informazioni. Di formato pressoché quadrato, 27 centimetri per lato, vergato da due copisti nella fase di piena maturità della scrittura detta “maiuscola biblica”, contiene l’Antico Testamento nella traduzione greca detta dei Settanta e il Nuovo Testamento nel testo originale greco: il testo è distribuito su tre colonne, salvo per i libri poetici per i quali vengono adottate due colonne, per facilitare la disposizione degli stichi della poesia.

Il testo biblico del codice Vaticano è considerato fra i più autorevoli, se non il più autorevole, dalla moderna critica testuale. Il ritrovamento, alcuni decenni fa, del famoso papiro Bodmer XIV-XV, noto agli studiosi come P75, oggi papiro Hanna 1 (mater Verbi), conservato anch’esso in Vaticana, ha permesso di confermare questo giudizio.

Il papiro, infatti, prodotto in Egitto circa l’anno 200 e contenente originariamente i vangeli di Luca e di Giovanni per intero, conserva tuttora circa la metà di entrambi i vangeli. Esso è una delle fonti più importanti per la ricostruzione del testo dei vangeli.

Il raffronto fra il testo del papiro, prodotto in Egitto, con la parte parallela conservata nel codice Vaticano, probabilmente palestinese, permette di affermare che essi recano sostanzialmente lo stesso tipo di testo: l’uno e l’altro testo si confermano reciprocamente e, soprattutto, il valore del codice Vaticano risulta ancor più accentuato.

Studi recenti ipotizzano che nel X secolo il codice sia stato portato in Calabria meridionale, in un’epoca nella quale vi era ancora fiorente la civiltà bizantina, e che lì il manoscritto, evidentemente ormai sbiadito, abbia subito un lungo e paziente lavoro di ripassatura del testo. Lungo i secoli, inoltre, il codice fu arricchito di glosse marginali di varia epoca e valore. Di una di queste mani, che compie interventi significativi in varie pagine del codice, è stata ultimamente proposta l’attribuzione a Giovanni Camatero, che fu patriarca di Costantinopoli dal 1198 al 1206 e che dovette possedere il codice, in quel periodo conservato nella capitale bizantina: il retore Niceforo Chrysoberge descrive, di Camatero, una singolare attenzione dialogante verso il mondo ebraico, e proprio un simile atteggiamento emerge specificamente da quel gruppo di scholia.

In Vaticano la presenza del codice è attestata dal 1475. Si immagina che sia giunto da Costantinopoli con i prelati bizantini che parteciparono al concilio unionista di Ferrara e Firenze negli anni 1438-1439 e che, una volta in occidente, sia confluito nell’antica Biblioteca dei Papi, rifondata umanisticamente da Niccolò V attorno al 1450. Solo lentamente se ne dovette percepire la straordinaria importanza. Nell’Ottocento essa risulta pienamente avvertita, come dimostrano le molteplici riproduzioni facsimilari cui il manoscritto fu sottoposto, sino all’ultima compiuta nel 1999, in preparazione all’anno giubilare del duemila.

Ora il codice Vaticano accede alla modalità di divulgazione più ampia, offerta dalla rete informatica: da oggi, infatti, anche questo manoscritto, accanto ad altri 1595, è disponibile sul sito web della Biblioteca Vaticana. 

di Cesare Pasini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE