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Da cattolici
nella città di Calvino

Ricevere il successore di Pietro per la quarta volta dal 1969 è una gioia, un onore, un segno anche del ruolo internazionale di questa piccola città in un piccolo paese. Ginevra è una città della Riforma, e dell’ecumenismo. È anche una città molto secolarizzata. È dunque il luogo di diversi dialoghi.

L’istituto ecumenico  di Bossey alle porte di Ginevra

La visita del vescovo di Roma alla sede del Consiglio ecumenico delle Chiese — nella città di Calvino — ha un significato prima di tutto ecumenico. Questo primo aspetto è molto sentito in un paese dove tantissime famiglie vivono un ecumenismo interiore. Siamo molto felici dell’evoluzione degli ultimi sessant’anni: le relazioni confessionali sono passate da una certa ostilità a una vera fraternità. Questa situazione positiva include però il rischio d’un indebolimento della coscienza dell’urgenza dell’unità dei cristiani, come se bastasse una coabitazione felicemente pacifica.

La memoria storica ha ancora bisogno di purificazione. Gli studi storici non hanno cambiato, neanche in più decenni, la mentalità inconscia di persone che partecipano d’una cultura ereditata, legata a un’interpretazione della storia. Penso a un dialogo fra studenti: mentre il cattolico chiede: “Perché siete andati via?”, la riformata risponde: “Perché ci avete scomunicati?”. C’è poi la memoria delle guerre di religione che contribuisce a dare della Chiesa l’immagine d’una struttura che lotta per il proprio potere. E conosciamo bene la forza delle immagini. Ma un’immagine può essere cambiata. In un treno, un Venerdì santo, un passeggero mi chiese: “Questo atteggiamento evangelico del Papa, è perché è gesuita?”. È una domanda che illustra l’importanza dell’immagine: che la Chiesa possa essere percepita come “il Vangelo che continua”.

Nella realtà di Ginevra si registra una certa mancanza di religiosità, combinata con l’illusione di conoscere già il cristianesimo, percepito come un moralismo triste. Ecco che torna di nuovo l’importanza dell’immagine. E la prima immagine che viene colta è lo stile di vita dei cristiani. È dall’Evangelii gaudium che possiamo estrapolare un programma: la gioia infusa da Dio nei credenti può almeno svegliare la curiosità. E poi possiamo indicare la causa della gioia, e il contrasto con una tristezza assai diffusa in Svizzera, cioè: «Solo grazie a quest’incontro — o reincontro — con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo a essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice» scrive il Papa nell’Evangelii gaudium, esortazione apostolica sulla quale, nel 2016, proprio nel luogo dove giovedì sarà celebrata la messa, abbiamo avuto un incontro diocesano dedicato al tema del discepolo missionario.

Non basta, da credenti, essere felici di ritrovarci tranquilli insieme: come raggiungere la “periferia” di quella gente che non si aspetta niente dalla Chiesa?

Ho constatato l’impatto dell’enciclica Laudato si’ fra tantissime persone che, di solito, non si interessano di quel che fa la Chiesa, ma invece hanno un interesse per la sopravvivenza a lungo termine dell’umanità. Che grande contributo può essere, quello dei credenti che sostengono quanto scritto nell’enciclica: «L’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita».

I dialoghi fra i cristiani e la società secolarizzata hanno una dinamica pratica. Un criterio molto importante in tale contesto è indicato nell’esortazione apostolica Amoris laetitia: «Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: “Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare”». Senza tale discernimento, la collaborazione non è possibile.

Fondamentalmente, qual è lo scopo della nostra vita, delle nostre azioni, dei nostri dialoghi? Conoscere il fine è indispensabile al dialogo. Lo scopo è essere veramente con Dio, in un modo che egli rende possibile: «Lascia che la grazia del tuo battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr. Gal 5, 22-23). Quando senti la tentazione di invischiarti nella tua debolezza, alza gli occhi al Crocifisso e digli: “Signore, io sono un poveretto, ma tu puoi compiere il miracolo di rendermi un poco migliore”. Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità» (Gaudete et exsultate, 1 15).

Sembriamo troppo peccatori o troppo presuntuosi? Riconosciamoci “Chiesa, santa e composta da peccatori”: un invito nel quale mi sembra di sentire l’eco delle parole del cardinale Journet, teologo ginevrino.

di Charles Morerod, Vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo

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20 ottobre 2019

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