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Da Brescia al Sud Sudan per amore del Vangelo

· Ricordo del vescovo missionario Cesare Mazzolari ·

Pubblichiamo ampi stralci tratti dal primo capitolo del libro, appena giunto in libreria, dedicato alla figura del vescovo di Rumbek, in Sud Sudan, morto improvvisamente, nella mattina di sabato 16 (Un Vangelo per l’Africa. Cesare Mazzolari, vescovo di una Chiesa crocifissa. Torino, Lindau, 2001, pagine 144, euro 12).

Siamo seduti in un refettorio all’aperto al Pan Dor, letteralmente «casa della pace». Qui la diocesi di Rumbek accoglie i suoi visitatori, persone di passaggio, stranieri che cercano un alloggio momentaneo. Indossa, monsignor Mazzolari, una maglietta che è già un programma: I am a committed youth Catholic, «Appartengo alla gioventù cattolica impegnata». È la t-shirt ufficiale dei catechisti della Chiesa che Mazzolari guida dal 1990, prima come amministratore apostolico, poi dal ‘99 come vescovo. Tre milioni di abitanti, il 10 per cento cattolici: territorio immenso, bisogni enormi, difficoltà così vaste da farsi soffocare. Ma per capire qualcosa di quello che fa, e soprattutto è, questo facitore di Vangelo in terra d’Africa, bisogna tornare indietro con la memoria. E rievocare i tratti salienti dell’«atmosfera» comboniana che Brescia, la città di Mazzolari, vantava e possiede ancora oggi, avendo dato i natali all’apostolo della Nigrizia, san Daniele Comboni, bresciano di Limone sul Garda. «La grande casa comboniana di Brescia si animava moltissimo per la cerimonia dell’invio dei missionari. Conoscevamo tutti i padri comboniani. Quando sono entrato nel seminario minore a Crema (poi per due anni ho abitato in quello di Brescia), mi sembrava di essere cresciuto tra comboniani. Ho sempre avuto l’intenzione di diventare prete, un pensiero che mi veniva dalla mia famiglia, dalle preghiere di nostra mamma. Ogni sera recitavamo il rosario. I nostri genitori ci hanno insegnato a rivolgerci a Dio mattina e sera: guai se non dicevamo le preghiere!».

Ma il «trasloco» di vita, da casa Mazzolari a «casa Comboni», non è stato indolore. «Tutte le sere io e il papà ci fermavamo al bar Zilioli a Brescia: lui beveva un calice di vino bianco e mi comprava le caramelle che portavo a casa ai miei fratelli. Un giorno, rimontati in bicicletta, lui alla guida, io sulla canna, mi chiede: "Ma allora, è vero quello che hai detto alla mamma, che vuoi diventare sacerdote?". Non avevo avuto il coraggio di dirlo a lui direttamente e così mi ero rivolto alla mamma. Risposi: "Sì, papà". E ho sentito le sue lacrime bagnarmi la testa. Abbiamo fatto silenzio. In pochi minuti siamo arrivati a casa». Poi il racconto procede spedito: «Mio papà non mi ha mai detto: "Non puoi diventare prete". Solo che, durante il primo mese di seminario, veniva ogni giorno a Crema con un plateau di mele. Mi portava anche dei soldi e mi diceva: "Perché non li prendi?". E io: "Papà, cosa me ne faccio del denaro? Qui ho tutto". Non l’ho mai dimenticato. Papà mi ha visto partire per gli Stati Uniti dove andavo a studiare: non avevo ancora 18 anni e mi serviva il permesso suo e della mamma. È venuto a Firenze a salutarmi prima della partenza, ricordo che mi disse: "Non ti vedrò più". Quando frequentavo la prima teologia è morto a causa di uno sbaglio chirurgico: i medici che lo operarono di ernia non sapevano che soffriva di diabete, malattia scoperta troppo tardi. È spirato nel giro di tre giorni».

E la rievocazione di casa si fa più intensa: «Da piccolo mi emozionavo parecchio ascoltando i missionari che passavano da casa nostra: quello è stato il mio primo incontro con la missione. Non avevo mai visto l’Africa, ma avevo conosciuto tanti padri e suore che lì avevano trascorso la loro vita, al punto che mi pareva di esserci andato di persona. In famiglia respiravamo aria di missione: mia nonna e mia mamma cucivano i vestiti dei comboniani! Così mi è nata e rimasta dentro questa apertura missionaria. Non ho mai avuto la minima intenzione di fare il prete in Italia. In me c’è stato sempre il pensiero dell’Africa».

Per i destini della vita questo «chiodo fisso» impiantatosi nell’animo dell’adolescente Cesare assume le fattezze del Nuovo Mondo, gli Stati Uniti d’America. En passant : quanti missionari ho conosciuto che, desiderosi di essere inviati in Asia o Africa, sono stati poi assegnati ad «altre» missioni, nel ricco e scristianizzato Occidente, per impegni pastorali, di gestione e formazione nel loro istituto! Un martirio «di impegno» che ha di certo purificato e temprato il loro ardente anelito all’annuncio di Cristo. Così avviene anche per il non ancora diciottenne Mazzolari: «Già da seminarista volevo venire in Sudan, la terra dove Comboni fu missionario. Ero novizio quando i miei superiori a Brescia mi presero in disparte e mi comunicarono che volevano mandarmi negli Stati Uniti. L’incarico sarebbe stato quello di formare giovani futuri missionari. Avrei dovuto accompagnare nella formazione studenti e seminaristi americani, facendo comunità con loro, condividendo lo spirito comboniano così come l’avevamo conosciuto noi in Italia. Ne ho parlato con i miei genitori e abbiamo risposto di sì».

L’America, dunque, prima destinazione del futuro vescovo «africano»: «Sono partito in nave nel 1955 da Napoli appena dopo Natale. Nove giorni di navigazione, destinazione New York». Nel 1962, in pieno concilio Vaticano II, Cesare Mazzolari viene ordinato prete a San Diego. «Subito ho ricevuto l’incarico di padre spirituale del seminario minore comboniano a Cincinnati. Ci sono rimasto quattro anni e intanto, per un biennio, ho studiato inglese nella locale università dei gesuiti». A metà degli anni ‘60 viene inviato a Los Angeles: «Qui ho lavorato con gli immigrati messicani. Ce l’ho messa tutta: ho ricostruito la chiesa, ha lavorato con i contadini poveri, imparando anche lo spagnolo. Quegli anni sono stati il fior fiore della mia missione. Ero molto legato ai ragazzi: facevamo grandi gite, io guidavo la corriera e realizzavamo un sacco di attività». Dal ‘74 Mazzolari viene trasferito di nuovo a Cincinnati, dove lavora in una parrocchia abitata per lo più da afroamericani e immigrati ispanici: «Ho marciato in strada contro lo sfruttamento dei braceros. Andavo in comune e in tribunale a difendere le loro donne. Non avevo paura di niente: ho messo in piedi una scuola popolare nella nostra parrocchia di San Pio X. Avevamo inventato i "bingo", tombole parrocchiali utili per finanziare la scuola. Ho conosciuto la maledizione del razzismo contro i neri».

Pensava di non essere «in missione», il poco più che ventenne padre Cesare. E invece, nella terra dei grattacieli e della libertà, il giovane prete scopre di essere giunto in una terra di autentico annuncio: «Vedere la povertà e il razzismo verso i neri mi fece capire che stavo facendo evangelizzazione e promozione umana con la difesa dei diritti umani. Ho scoperto che anche negli Stati Uniti esiste la possibilità di fare missione e far penetrare il Vangelo, in particolare tra gli afroamericani. Molte volte sono andato negli uffici del Governo per difendere i diritti di questa gente, perché potessero conservare la propria abitazione e venissero loro garantite acqua e elettricità. Lavorando in America ho scoperto il contrasto enorme tra i più ricchi, la classe media e la povertà più assoluta: gente dimenticata, calpestata, senza diritti. Persone che vivevano miserabilmente e scomparivano».

Nel 1981, finalmente, l’agognata meta di una vita diventa realtà. A padre Cesare viene comunicato che potrà partire per il Sudan. «Sono arrivato in Sudan dopo aver chiesto molte volte di venire: l’istinto naturale di un comboniano della mia età era di poter raggiungere l’Africa» ribadisce Mazzolari. E questa «consacrazione totale» alla Nigrizia di Comboni («Sudan» in lingua araba significa proprio «terra dei negri», in latino Nigritia ) è confermata da più di un comboniano qui presente. «Una volta arrivato in Sudan, subito qualcosa mi lasciò perplesso, soprattutto a causa del contrasto con il resto del mondo, in particolare venendo dai più sviluppati Stati Uniti. Ma una volta che ci si stabilisce in questa terra, si trova qualcosa che te ne fa innamorare. Se mi chiedessero "Vuoi morire negli Stati Uniti, in Italia o in Africa?", io risponderei: "Lasciatemi in Sudan". La mia famiglia lo sa e lo ha accettato. Ora il mio attaccamento all’Africa non costituisce solo un’emozione: il Signore mi sprona e mi aiuta. Questo innamoramento fa parte di un Suo piano, non sempre lo capisco e a volte mi lascia dubbioso. Spesso mi sembra di sbagliare, ma poi sento che qualcosa sta accadendo. Penso che sia il lavoro della grazia di Dio, altrimenti non esiste spiegazione. La missione non rappresenta una scelta strettamente umana, è qualcosa in più».

Non è questione di superomismo, di voler andare all’estremo per il gusto di potersene vantare. Monsignor Mazzolari ha quasi 75 anni, non deve dimostrare a chi gli sta davanti un’imprecisata superiorità. La voce si fa più intensa e racconta un esempio emblematico: «Qui a Rumbek ho avuto dei preti argentini che si sono lasciati traumatizzare dalla situazione; dopo poche settimane uno ha scritto ai superiori a Roma per poter andare via. Noi comboniani non ne saremmo stati capaci, avremmo abbracciato la croce di quella situazione. È questione di determinazione: Comboni parlava di martirio, una dimensione che fa parte della mistica della croce. Penso che questo mi sia stato donato durante la guerra, quando le cose erano difficili da gestire, quando non avevamo nulla da dare alla gente se non noi stessi».

Dopo i primi quattro anni come missionario «normale», arriva per Mazzolari il primo incarico: 1985, provinciale dei comboniani. «Il mio lavoro consisteva nel gettare le fondamenta della nostra provincia: dovevamo avere un numero sufficiente di membri, una casa di formazione (il postulantato che costruimmo a Juba, proprio sulla riva del Nilo); ho fondato un centro per il clero, chiamato "la casa di Emmaus"; ho lavorato con un gesuita per formare l’associazione dei religiosi approvata da Propaganda Fide in modo che tutti i missionari avessero più unità e coerenza nel loro impegno e buone relazioni con la Chiesa locale».

La sera ormai è tarda, l’ora del sonno sopraggiunge. Un’ultima confidenza arriva da questo roccioso missionario con la croce da vescovo al collo: «Vediamo cosa succederà quando andrò in pensione, se restare qui o recarmi altrove. Alcuni pensano che partire sia una soluzione giusta, per togliersi dai piedi e non impicciare il vescovo che verrà dopo. Però, se il mio successore mi chiederà di restare comunque e di offrire il mio appoggio, ad esempio andando in giro con il cappello in mano per domandare aiuti per la nostra diocesi, lo farò. Vedremo...».

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