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Custodi del servizio
e dispensatori di carità

· Il convegno nazionale della comunità del diaconato permanente ·

«Ci siamo incontrati in un tempo in cui il dolore e le povertà delle periferie dell’esistenza sono sempre più acuti e drammatici, e al tempo stesso sono più alti e duri i muri eretti per respingerli, in nome di identità spesso usurpate o travisate, che, come denuncia Papa Francesco, trasformano milioni di vite in “scarti”». È un passo del messaggio finale del 27° convegno nazionale della Comunità del diaconato permanente svoltosi dal 31 luglio al 3 agosto scorsi a Vicenza per celebrare solennemente il 50° anniversario della reintroduzione del diaconato permanente in Italia e aperto a presbiteri, diaconi e candidati, religiosi e laici. Il convegno, dal titolo «Diaconato - Periferie - Missione. Diaconi custodi del servizio, dispensatori di carità», è stato organizzato in collaborazione con Caritas italiana, diocesi di Vicenza e Pia Società San Gaetano, e ha visto la presenza di diversi relatori tra cui il patriarca di Venezia Francesco Moraglia.

«Cinquant’anni fa — si legge nel messaggio — prese concretezza l’intuizione del concilio ecumenico Vaticano II che, docile al soffio dello Spirito Santo, ha risvegliato da un sonno millenario il diaconato nella forma permanente di uomini celibi e sposati. Qui a Vicenza, il 22 dicembre 1969, vennero ordinati i primi sette diaconi, religiosi della Pia Società San Gaetano, e qualche mese dopo un altro fu ordinato a Crotone». Successivamente, il diaconato si diffuse in tutte le diocesi (tra le prime, quelle di Napoli, Torino e Reggio Emilia) e oggi i diaconi in Italia sono oltre 4.500.

In un tempo in cui la diaconia è chiamata a «maturare sempre più la consapevolezza di essere nel mondo e nelle circostanze attuali, sale della terra e luce del mondo, voce di profezia, che a partire dalle periferie proclamano la novità del Vangelo» (Messaggio di Papa Francesco al convegno), i diaconi si dichiarano pronti a fare proprio «l’invito pressante di Papa Francesco ad andare verso e dimorare nelle periferie esistenziali e geografiche dei nostri fratelli e sorelle, insieme a tanti altri cristiani, a credenti di altre fedi, alle persone di buona volontà, consapevoli che questa è, oggi e sempre, la missione della Chiesa nel mondo».

Diaconato, periferie, missione: tre pilastri alla base del cammino che li attende come “custodi del servizio” e “dispensatori di carità”. «Abbiamo voluto chiamare così il convegno — ha spiegato Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia — per diversi motivi: la periferia perché è un tema su cui sta spingendo molto Papa Francesco, e la missione perché il Pontefice ha espresso il desiderio di vedere i diaconi impegnati nelle missioni. “Diaconi custodi del servizio” è una frase pronunciata dal Papa in occasione della sua visita alla diocesi di Milano nel marzo del 2017, sulla vocazione specifica a cui è chiamato il diacono, mentre “dispensatori di carità” è un’espressione contenuta in un documento di qualche anno fa dei vescovi italiani».

Nell’omelia della messa di apertura, il patriarca di Venezia aveva invitato i diaconi a «testimoniare attraendo»: «Questo è il risultato di un modo d’essere pienamente umano — ha sottolineato Moraglia — che esprime, innanzitutto, affidamento a Dio, Padre misericordioso, insieme a realismo, alla gioia e alla libertà nei confronti del mondo», aggiungendo che «i diaconi non temono di sporcarsi le mani camminando lungo le strade del mondo ma sono chiamati a percorrere le strade degli uomini che, prima d’essere le strade delle nostre città, sono le strade delle anime». E sono proprio queste strade, queste periferie esistenziali e geografiche che i diaconi si dicono pronti a percorrere per essere testimoni e artefici della missione della Chiesa.

Di qui l’impegno, espresso nella parte finale del messaggio, a «promuovere lo sviluppo umano integrale, confortati dalla chiarezza inequivocabile del Vangelo di Cristo». In che modo? Divenendo veri “custodi del servizio” e “dispensatori di carità”, mantenendo sempre alta l’attenzione verso i poveri e gli ultimi, contrastando «vecchi e nuovi egoismi, dentro e fuori la Chiesa, non inseguendo e alimentando sterili polemiche che dividono, ma offrendo una costante testimonianza di fraternità concreta e senza confini, vissuta senza paura e motivata con il comandamento dell’amore che Gesù ha offerto per primo e ci ha affidato».

Per un tale impegno apostolico, però, occorre anche qualcosa in più, aggiungono i diaconi: non solo lasciarsi «scuotere da una sana inquietudine, e con essa “contagiare” gli ambienti in cui viviamo e operiamo anche con le nostre spose e le nostre famiglie, per rinnovare con realismo creativo la pastorale della carità delle comunità e la nostra presenza nella società»; ma anche «animare e promuovere spazi per una ministerialità di servizio e di liberazione, con uno stile costruttivo e rispettoso, fedele alla verità, capace di leggere i segni dei tempi».

Seguendo queste direttive, nel solco tracciato dal programma pastorale dell’Evangelii gaudium, è possibile dare un contributo sostanziale alla Chiesa affinché «ritrovi a tutti i livelli la centralità dell’annuncio del Vangelo e della sua fedele traduzione in atti concreti e coerenti» e, al contempo «fare della diaconia la nostra via alla santità e dell’appartenenza ecclesiale, la forza che ci apre all’ascolto, all’accoglienza e al dialogo con tutte le identità».

di Rosario Capomasi

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18 settembre 2019

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