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Curiosità e contaminazione

· ​Il metodo di Maria Andaloro ·

Maria Andaloro, docente di Storia dell’arte bizantina e di Storia dell’arte medioevale in Europa e nel Mediterraneo presso l’Università degli Studi della Tuscia, a Viterbo, ha lasciato l’insegnamento per raggiunti limiti d’età. In quella università che oggi si colloca a un livello di riconosciuta eccellenza nel panorama italiano e internazionale, Andaloro ha ricoperto tutti i gradi della carriera accademica, da direttore di Istituto a direttore di Dipartimento a preside di Facoltà, fondando la Scuola di Specializzazione in Tutela e Valorizzazione dei Beni Storico Artistici e, con Simonetta Lux, il Dottorato di Ricerca «Memoria e materia delle opere d’arte attraverso i processi di produzione, storicizzazione, conservazione e musealizzazione».

Il soffitto della Cappella Palatina di Palermo

Questa, in sintesi, la scheda professionale di una studiosa che, con le sue pubblicazioni e con il suo magistero, ha giocato un ruolo eminente nei nostri studi e che amici e allievi hanno voluto onorare con un Festschrift sontuoso: due volumi dal titolo significativo L’Officina dello sguardo (Roma, Gangemi, 2014, pagine 1248, euro 140) con una novantina di contributi scientifici preceduti da un lungo e denso saggio critico sulla cultura, sugli interessi, sui campi d’interesse e sul metodo di studio di Maria Andaloro, che porta la firma di Arturo Carlo Quintavalle.
Dovessi stringere in due parole la personalità e l’opera di Andaloro direi: «curiosità» e «contaminazione». La curiosità, prima di tutto, che si esprime nel carattere sfaccettato, caleidoscopico, multicentrico della sua produzione scientifica e che ha nel viaggio la sua figura simbolica.
«Sì viaggiare» intitola Gabriella Campi, attuale direttore del Dipartimento Scienze Beni Culturali della Tuscia, la sua introduzione. Citando l’incipit di una celebre canzone di Lucio Battisti, ci fa capire la dimensione anche poetica degli interessi della studiosa che, per essere allieva di Cesare Brandi, uno dei più grandi scrittori di viaggio del Novecento, ha da lui appreso lo stupore e l’emozione che si provano di fronte a un’opera d’arte vista per la prima volta e insieme il piacere quasi fisico del contatto, della immersione nella luce, nei colori, nei sapori di un luogo. E infatti dove non è stata la mia amica Maria? Da Roma a Costantinopoli, dalla Siria alla Cina, dalle pitture della Caria e della Cappadocia al “cantiere dell’utopia” di Assisi, dai laboratori di restauro agli istituti di ricerca, alle sedi convegnistiche nel mondo, Maria Andaloro ci dava l’impressione di essere perennemente altrove.
L’altra parola che bisogna usare è “contaminazione”. Andaloro ha studiato le faglie che dividono mondi diversi apparentemente inconciliabili, ma ha studiato anche i collegamenti minuziosi, spesso imprevisti e imprevedibili, che li uniscono: l’Occidente latino e l’Oriente greco, la compresenza e la reciproca influenza, nel Mediterraneo, dalle culture ellenistiche e tanto antiche, cristiane e musulmane.
Andaloro è siciliana, per un periodo della sua vita è stata anche sovrintendente della Fabbrica del Palazzo Reale di Palermo e la Sicilia, modellata com’è da tutte le culture del Mediterraneo, è, per eccellenza, il luogo della contaminazione. Solo in questa parte del mondo poteva accadere che il vulcano Etna, montagna identitaria dei siciliani, diventasse nella lingua parlata «mongibello», assumendo insieme l’etimo latino (mons) e quello arabo (jebel). Più contaminazione di questa. E più della contestuale presenza nella Cappella Palatina di Palermo, da sempre luogo simbolo del potere politico siciliano, di un soffitto islamico e di mosaici greco-bizantini, l’uno e gli altri realizzati per la gloria di un re normanno abbigliato come un basileo di Costantinopoli. Contaminazione, ai nostri giorni, si declina in internazionalità e in effetti è difficile trovare un’isola con una vocazione internazionale più forte della Sicilia.
I due volumi si articolano in quattro blocchi di interventi. Il primo, «Dalla Sicilia al Mediterraneo», ed è il ritratto di un’isola grande come un continente se si pensa che riceve ed esporta modelli culturali e artistici riferiti alle aree più diverse: l’Antichità classica, l’Oriente bizantino, l’universo islamico, l’Europa normanna, sveva e lombarda. Il secondo gruppo di saggi è dedicato a «Roma e Bisanzio», cuore degli interessi scientifici e didattici di Andaloro. «Terre d’Italia», terzo nucleo saggistico, è invece il luogo storiografico ed ermeneutico nel quale le diverse culture del Mediterraneo e dell’Europa continentale si confrontano e si intrecciano. L’ultimo titolo parla di «Altri mondi», dei luoghi cioè che gli studi di Andaloro hanno toccato e dove si parla, fra le altre cose, di Cappadocia e di Mongolia, del primo Cristianesimo in Cina e della medicina alla corte del Sultano.

di Antonio Paolucci 

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21 marzo 2019

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