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Curare significa sperare

· Pastorale sanitaria e dipendenze ·

«Curare significa sperare insieme alla persona che curiamo». Infatti, non esistono guarigioni che «non siano prima di tutto una speranza: la scommessa sul futuro, con e per l’altro, che è anche la scommessa dell’amore». Curare, dunque, è anche «imparare ad amare». Su questi concetti ha imbastito la sua riflessione monsignor Bruno-Marie Duffé, segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, intervenendo al convegno «Post disorder stress, abusi e dipendenze nello scenario giovanile», che si svolge nella facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Roma Tor Vergata.

Nella prolusione tenuta venerdì pomeriggio, 9 febbraio, monsignor Duffé — già professore di etica sociale e sanitaria, e cofondatore e direttore dell’istituto diritti umani dell’università cattolica di Lione — ha approfondito il tema «Il cammino interiore e sociale della dipendenza e la responsabilità morale della presenza e dell’ascolto. Un contributo etico e spirituale». Il segretario ha evidenziato la difficoltà di intercettare chi vive la condizione della dipendenza: «Non sapremo mai per dove è passato, passa e passerà». Ma è importante, ha aggiunto, «che ognuno possa percorrere la propria via, la propria verità, la propria vita»: che ciascuno, cioè, trovi «il suo cammino, quello che gli dà fiducia in se stesso, nel suo passo, nel domani».

D’altronde, ha osservato, ogni «esperienza di dipendenza», sia legata a «un evento traumatico che a una relazione perversa nella quale si mescolano piacere e paura», è caratterizzata dal «segno dell'ambivalenza». A volte si può «addirittura amare la propria dipendenza», senza dubbio perché «si gioca con questa e si prova a trarne profitto, essenzialmente per sopravvivere alla propria paura o al senso di colpa». Proprio questa ambivalenza rende «particolarmente difficile l’incontro, la cura, l’ascolto e il sostegno delle persone con dipendenze». Da qui l’importanza di promuovere un «cammino, inteso come esperienza di vicinanza». Cammino che, «se vissuto come una presenza delicata e rispettosa», diventa «un’esperienza di verità che apre alla vita».

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26 febbraio 2018

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