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Curare significa
anche accompagnare
e custodire

· La consegna del cardinale segretario di Stato all’ospedale pediatrico Bambino Gesù ·

«Non bisogna mai dimenticare che il valore dei successi raggiunti si misura nella capacità di migliorare la qualità delle cure e dell’assistenza. I bambini, i ragazzi e le loro famiglie sono, e devono rimanere, il cuore di di ogni processo e di ogni iniziativa che si intraprende». Lo ha sottolineato il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, intervenendo alla presentazione dei risultati dell’attività sanitaria e scientifica e del bilancio sociale del 2018 dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, svoltasi nel pomeriggio di mercoledì 24 luglio, nella sede di San Paolo fuori le Mura.

A pochi mesi dall’apertura delle celebrazioni per il 150° anniversario del nosocomio romano, il porporato è tornato a manifestare la vicinanza e l’appoggio di Papa Francesco, espressi con la lettera inviata lo scorso 9 aprile «con l’intenzione di rafforzarne la missione». Del resto, aveva scritto il Pontefice, «la Chiesa sarà sempre vicina a chi ha bisogno di aiuto e non potrà mai abbandonare le persone malate». E poiché «la sofferenza dei bambini è la più dura da accettare», Francesco assicurava che «chi si prende cura dei più piccoli sta dalla parte di Dio e vince la cultura dello scarto». Infatti, «nell’ammalato c’è Cristo e nell’amore di chi si china sulle sue ferite c’è la via per incontrarlo».

Proprio come fa dal 1869 la comunità del Bambino Gesù, nato — ha ricordato il cardinale Parolin — «accogliendo il grido dei piccoli infermi di Roma. La sua prima sede era in una via di un rione popolare nel centro città. Era come il piccolo seme della parabola del granello di senape, che dal più piccolo di tutti i semi, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero». Allo stesso modo «da questi piccoli, quasi nascosti, inizi» l’“ospedale del Papa” è diventato «un centro di ricerca e cura di primissimo piano» che «sta ancora crescendo» — ha affermato il segretario di Stato — e «vive un importante periodo di sviluppo e di espansione». Lo documentano «i risultati ottenuti, a livello nazionale e internazionale», che «sono davanti agli occhi di tutti». Congratulandosene «con tutti quelli che, a qualsiasi livello operino, vi hanno contribuito con competenza, passione, dedizione, servizio disinteressato, spirito di collaborazione, capacità di sinergia, disponibilità a lavorare insieme per uno scopo comune», il porporato ha citato l’apostolo Paolo quando nella prima lettera ai Corinzi chiarisce «che qualcuno ha piantato, qualche altro ha irrigato, ma è Dio che fa crescere». Concetto, questo, contenuto anche nel principio ignaziano secondo cui «pur sapendo che tutto dipende da Dio, dobbiamo agire come se tutto dipendesse da noi». Perché, ha rimarcato il cardinale Parolin, «è importante che questa tensione verso l’eccellenza non si affievolisca».

In proposito il segretario di Stato ha rilanciato l’auspicio di Papa Bergoglio che «l’ospedale continui a essere un’opera di carità della Chiesa, nella trasparenza e nel rispetto delle leggi, attraverso scelte rigorose che ne garantiscano sostenibilità ed efficienza». Fermo restando che questa fase di crescita debba essere «accompagnata con il necessario discernimento, la necessaria prudenza e la necessaria vigilanza». Infatti, ha chiarito il porporato, nella sua lettera il Papa «esorta proprio alla vigilanza per non cadere nei rischi della corruzione, tentazione sempre in agguato, tanto più insidiosa in momenti di disattenzione, di superficialità e talvolta anche di euforia, quando le cose sembrano andare bene». Di conseguenza, è la raccomandazione, il Bambino Gesù «deve essere capace di adeguare le proprie strutture alle nuove domande, realizzando quanto necessario attraverso scelte sobrie e oculate».

Rivolgendosi quindi direttamente a dirigenti e personale il cardinale Parolin ha chiesto loro di lasciarsi ispirare da uno spirito comunitario, per superare «il pericolo delle divisioni e dei protagonismi. Ognuno deve svolgere il suo ruolo con consapevolezza e umiltà, riconoscendo il ruolo degli altri» in un gioco di squadra governato dalla presidente Mariella Enoc e dal consiglio di amministrazione che guidano il processo di rinnovamento e delle decisioni da prendere.

Infine nella missiva il Papa invitava a guardare al futuro, indicando in particolare «due direzioni verso le quali indirizzare il nostro sguardo e le nostre energie». La prima riguarda «le crescenti esigenze nella ricerca scientifica e nelle possibilità di accogliere bambini e adolescenti insieme alle loro famiglie». E attualizzando la riflessione il cardinale Parolin ha elogiato l’impegno del Bambino Gesù «per realizzare l’istituto per i tumori e i trapianti» e per «la progettazione di un hospice pediatrico, quanto mai attuali in questi giorni, dopo la morte di Vincent Lambert, che ha risvegliato in noi il ricordo dei bambini Alfie Evans e Charlie Gard. Il ruolo dell’ospedale in quelle occasioni è stato centrale — ha commentato —. Abbiamo il compito di affermare che esistono malattie inguaribili, ma che non esistono malattie incurabili. Perché curare non significa solo guarire, significa anche accompagnare, significa custodire». Come ha detto il Pontefice intervenendo sulla dolorosa vicenda: «Dio è l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, ed è nostro dovere custodirla sempre».

La seconda direzione richiamata è invece quella dell’apertura al mondo. Come struttura della Chiesa, il nosocomio pediatrico «deve essere sempre un segno di carità e misericordia» ha ribadito il segretario di Stato, evidenziando come Papa Francesco incoraggi «a continuare in questa missione e ad assicurare soprattutto la formazione e lo sviluppo delle conoscenze e delle competenze, affinché le scoperte e le innovazioni per la cura delle malattie possano essere patrimonio di tutti». Fermo restando però, ha avvertito, che «anche questa azione deve essere realizzata con il criterio della prudenza, per evitare di creare aspettative che non possono essere mantenute». Che tradotto nella pratica per il porporato significa «conservare la cultura del limite, per non illudersi con false speranze ma per costruire, nella credibilità, un futuro migliore».

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