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Cura della Terra
mandato divino

· A Buenos Aires seminari interreligiosi sulla salvaguardia del creato ·

Nell’ambito dell’anno sinodale sull’Amazzonia, l’Instituto para el diálogo global y la cultura del encuentro (Idgce), che lavora in unione strategica con la Red eclesial panamazónica (Repam), sta tenendo nella sua sede di Buenos Aires un ciclo di seminari su «Pensare il futuro». In questa prima parte il tema in esame è «Dialoghiamo sulla spiritualità e le cosmovisioni in un mondo colpito dal cambiamento climatico». Nei seminari, diretti dai responsabili dell’Idgce, Luis Liberman e Gabriela Sacco, chi scrive funge da coordinatore e moderatore. In uno di essi sono intervenuti come relatori la rabbina Silvina Chemen, l’islamologa Nancy Falcón e il biblista cattolico José Luis D’Amico. Tutti e tre hanno iniziato il loro intervento facendo riferimento alle proprie fonti letterarie sacre.

Juan Miró, «La terra arata» (1924)

La rabbina Chemen, nel menzionare i capitoli 25 e 26 del Levitico e il 15 del Deuteronomio della Torah, ha sottolineato come in essi venga richiesto che ogni sette anni si tenga uno Shabbat shabbaton (un anno sabbatico), un anno di shmittah, ossia un anno di riposo per la Terra e i suoi lavoratori. La Torah ci avverte che, se ci rifiutiamo di lasciare che la Terra “riposi”, questa comunque riposerà, nostro malgrado e a nostro discapito, con la siccità e la carestia che costringeranno le persone all’esilio, trasformandole in rifugiati. Questo antico monito, ha aggiunto Chemen, udito da un popolo in una piccola terra, è diventato il riflesso della crisi del nostro pianeta nel suo insieme, e dell’intera specie umana. Il comportamento umano nell’abusare della terra ha generato una risposta sistemica planetaria che mette in pericolo le comunità umane e anche molte altre forme di vita.

Da parte sua Nancy Falcón ha osservato che il Corano, libro sacro dei musulmani, nel suo messaggio centrale del tawhīd come unicità di Dio, esprime un concetto fondamentale che attraversa tutto il testo sacro e che, sebbene si riferisca alla divinità come tale, può anche essere inteso come un modo di denominare tutto il creato. L’islamologa ha proseguito affermando che Dio crea direttamente con il linguaggio. Dice il Corano: «Kun Faya Kun» (36, 82), ovvero “sii ed essa è”, e la sua intera creazione è una e unica. Dio crea nel tawhīd i cieli, la terra, l’universo intero e l’essere umano come un tutt’uno. Come esseri umani non siamo dissociati dalla creazione ma ne facciamo parte, riconoscendoci creati dal Ruh (Spirito) divino dentro di noi, uniti tutti da una natura comune e in armonia con il creato. L’essere umano è, di per sé, un microcosmo; ha al suo interno lo spirito di Dio e ha ricevuto da lui il mandato di amministrare con cura il creato: la terra, che è il materiale con il quale a sua volta è stato plasmato.

D’Amico, dopo aver letto il racconto della creazione a partire dai primi capitoli della Genesi, ha ricordato che l’uomo è stato posto da Dio a lavorare la terra (servire) e a prendersene cura, e si è chiesto se noi rispettiamo tale mandato. Le politiche economiche, a contatto con poteri politici e altre volte con il silenzio di comunità religiose di diversi credi, non generano solo uno stato di deterioramento, quasi irreversibile a questo punto, ma anche povertà, morte, malattie, denutrizione e altro ancora. Questo accade, ha aggiunto il biblista cattolico, perché l’essere umano si disconnette dalla sua vocazione di vivere in relazione con la terra. Disobbedire al mandato di Dio di custodire e servire significa allora disubbidire alla sua stessa vocazione primaria. E significa anche disobbedire a quello che gli aborigeni, gli indigeni, reclamano con le loro culture, dei e tradizioni. Tutti oggi dobbiamo unirci al loro grido, che esige una conversione. E questo è un cambiamento.

Citazioni dell’enciclica Laudato si’ e dell’intero magistero di Papa Francesco sull’ecologia integrale si sono a loro volta fatte udire nella diversità delle voci rappresentanti le tre tradizioni abramitiche. La rabbina Silvina Chemen ha sottolineato che la Laudato si’ ha mobilitato diversi leader come nel documento Torah, Pope & Crisis Inspire 400+ Rabbis to Call for Vigorous Climate Action, dove rabbini di diverse denominazioni hanno espresso nei media pubblici la loro adesione alle posizioni dell’enciclica, definite «Riflessioni sulla giustizia climatica». Ha quindi spiegato che ci sono testi scritti proprio per essere letti nelle sinagoghe nel giorno più santo dell’anno, lo Yom Kippur, o per essere oggetto di dibattito nelle comunità, dove si cercano i punti in comune tra i paragrafi dell’enciclica e i testi biblici.

A sua volta, la relatrice musulmana Nancy Falcón ha sottolineato che il tema della cura della natura come nostra casa comune, presente in diverse tradizioni religiose e ricordato da Papa Francesco nella sua Laudato si’, è un tema centrale anche nella tradizione islamica. La natura stessa è un segno dell’esistenza di Dio ed è un mandato coranico che l’essere umano se ne prenda cura. Ha proseguito ricordando che in un tempo di tanta confusione e perdita per l’essere umano e per il resto del creato, è urgente far riemergere la figura dell’uomo Khalifa. È il custode e il difensore della creazione e di tutto ciò che racchiude. Perché la creazione si rigeneri, l’uomo deve assumersi la propria responsabilità, ma non in modo individuale, bensì collettivo. Dice il sacro Corano: «Allah non modifica la realtà di un popolo finché esso non muta nel suo intimo» (Sura XIII, 11).

Infine il biblista cattolico José Luis D’Amico ha ricordato che tanto nella Laudato si’ quanto nell’Instrumentum laboris del sinodo sull’Amazzonia, la Chiesa denuncia la distruzione al posto della cura, l’abuso invece della coltura, l’espropriazione, anziché il servizio, dell’acqua e della terra. Ha invitato a una conversione integrale, come l’ha definita Papa Francesco, dove la Chiesa deve essere segno e parola nel cammino affinché, dopo aver udito il grido dell’Amazzonia che emerge dalla lettura dei punti 45 e 46 dell’Instrumentum laboris, possiamo sentirci chiamati a sanare e curare la nostra terra, compito al quale Dio stesso ci sta ispirando ed esortando.

Ritengo pertinente concludere con una storia raccontata da Silvina Chemen, nata da un pensiero rabbinico: «La storia racconta di due uomini che discutevano per la proprietà di un lotto di terra, e che, non riuscendo a giungere a un accordo, decisero di interpellare un saggio affinché fungesse da giudice e dirimesse la causa. Il saggio decise di chinarsi e poggiare l’orecchio sul suolo. Nel vedere la reazione del saggio, i due contendenti si avvicinarono e gli chiesero perché si era chinato, al che il maestro rispose che doveva consultare la terra stessa, che ne era la proprietaria. Il racconto si conclude con la terra che risponde di appartenere all’Onnipotente, al suo Creatore».

di Marcelo Figueroa

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18 ottobre 2019

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