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Cronista della santità

· A colloquio con Angelo Montonati, giornalista e scrittore che ha appena compiuto ottant’anni ·

«Farli conoscere e renderli simpatici è una bella impresa professionale perché regge alla sfida del tempo e delle mode passeggere»

Il segreto di suor Niente è stata una delle primissime, poi sono seguite Le mani che guarirono la città , Il Testamento del capitano , Lelia e Ulisse , Fuoco nella città , Mai stanco per Dio e tante altre fin quasi a toccare prossimamente il numero di cinquanta. Biografie godibili, mai monotone o di maniera di sante e santi, specialmente fondatori e fondatrici del nostro tempo. E tutte firmate da Angelo Montonati, giornalista di ottant’anni, compiuti lo scorso 25 ottobre.

Scrupoloso cronista di Varese passato giovanissimo dal quotidiano locale «La Prealpina» a Radio Vaticana, inviato di «Famiglia Cristiana», direttore dell’«Ordine» di Como, redattore capo di «Jesus». A gratis per amore è stato l’ultimo suo ritratto di beata; in cantiere ha già una nuova biografia di padre Kolbe. Produzione agiografica quasi prodigiosa negli ultimi cinque lustri, con molte ristampe e qualche traduzione in lingua. «A Roma — ricorda ora — viveva un avvocato svizzero che mi diede del materiale sulla beata Ulrica Nisch delle suore di carità della Santa Croce. Sul momento sembrava non ci fosse niente degno di nota, poi l’avvocato mi disse di guardare meglio questo niente e, infatti, scrissi un libro che ebbe quattro ristampe e fu tradotto anche in tedesco e francese. E da quello poi ci presi gusto. Cominciai a considerare le richieste che mi giungevano con la documentazione. Mi recavo quindi sui luoghi della vita e dell’azione dei futuri beati, parlavo con la gente che aveva conosciuto questi personaggi. Impostavo la cosa come se fosse stata un’inchiesta giornalistica. Vidi che l’editore era contento, in genere era la San Paolo anche se ho pubblicato qualcosa con L’Ancora. Quando mi sento dire da qualcuno che ha letto un mio libro tutto d’un fiato sono molto soddisfatto». Far conoscere i santi e renderli simpatici è una bella impresa professionale perché regge alla sfida del tempo e delle mode passeggere. L’essere dei santi e il «fare» i santi con un processo canonico spalanca alla conoscenza di avventure umane incredibili, intrecciate con la vita quotidiana dei più. Il santo coglie l’attimo, si fida di Dio, parlare di loro è come raccontare il Vangelo attraverso l’esperienza positiva dell’umanità. Sono alcune delle convinzioni che guidano Montonati, certamente uno degli agiografi viventi più esperti.

Che cosa tiene presente maggiormente quando scrive dei santi?

Innanzitutto, scrivo da cronista. Parto dai fatti, perché una volta c’era l’abitudine di parlare dei santi in chiave un po’ mistica e mirabolante, concentrandosi solo sui miracoli. Meglio partire dai fatti. I santi sono gente come noi che a un certo punto incontrano Gesù e fanno qualcosa di straordinario per lui e per gli altri. E dai fatti viene fuori la spiritualità e la fisionomia della vita cristiana. Non mi sento adatto a scrivere un trattato sulla spiritualità del santo, ma se c’è da raccontare posso farlo, perché racconto le cose in modo tale che la spiritualità, lo spirito di preghiera, la costante unione con Dio, l’amore per il prossimo, il sacrificarsi per gli altri vengano fuori. Io lo racconto in maniera diversa. Il Vangelo è meglio narrarlo attraverso le esperienze dei santi così la gente lo capisce di più, diceva già san Francesco di Sales.

Il suo repertorio narrativo comprende santi del passato e contemporanei. Di ogni genere: laici, ecclesiastici, religiosi, giovani, anziani, martiri, confessori. Cosa l’ha colpito di più e trova in comune tra i santi dei tempi passati e quelli di oggi?

Mi meraviglio sempre davanti alla vita di un santo come fosse la prima e l’unica. In comune tra loro trovo una cosa: nella vita di ciascuno c’è sempre un momento in cui il Signore ti chiede qualcosa. La chiamano illuminazione, vocazione, ma c’è sempre un episodio che determina una svolta. Chi la capisce ed è fedele alla chiamata, opera di conseguenza. Vale per tutti. A nove anni don Bosco fa un sogno che ne orienta la vita; Francesca Cabrini, una delle più grandi fondatrici, voleva diventare missionaria, ma non le riusciva e perciò pregava. A un bel momento il vescovo di Lodi le dice di fondare un istituto perché non ne esisteva uno femminile dedito agli immigrati. Questa è la svolta nella vita dei santi. Vale anche per noi, solo che tante volte non rispondiamo o facciamo finta di niente. Il santo ha la sensibilità di cogliere l’attimo; si butta, si realizza sacrificandosi perché certe cose costano. L’ultimo libro che ho scritto è quello sulla beata Antonia Maria Verna, beatificata il 2 ottobre dal cardinale Bertone a Ivrea. È riuscita a far approvare la sua opera a 62 anni e ne ha patite di tutti i colori. I vescovi la trattavano male, era una contadina. Lo stesso beato Durango arriva come superiore e la depone da superiora il primo giorno, mandandola da semplice suora in un altro convento per tre anni. Lei accetta tutto perché sa che questa cosa la vuole il Signore e Lui ci penserà. Sono lezioni per noi su come affrontare le avversità e la sofferenza. Nelle mie biografie di santi ho parlato di persone che valorizzano la loro sofferenza facendone una moneta per guadagnare il paradiso e guadagnare le anime.

Prima di scriverne di nuove, senza dubbio avrà letto tante biografie e vite dei santi. Quale può essere la caratteristica delle sue narrazioni rispetto a quelle prima conosciute?

Quando mi hanno proposto per la prima volta di scrivere la biografia di un santo mi sono detto: sono un cronista abituato a scrivere partendo dai fatti, non sono un teorico. È dai fatti che discende tutto il resto. La cosa bella dei santi è che la conferma della loro santità spesso avviene dopo la morte, perché il santo non fa bene solo da vivo, ma anche dopo. Arrivano le grazie e i miracoli e allora la gente ha fiducia. Ricordo delle guarigioni portentose. I santi confermano la santità con le grazie. Prima c’era la tendenza a santificarli in anticipo. No, sono persone come noi che vivono in un certo modo e che accolgono il messaggio di Cristo. La Chiesa chiede che il processo canonico sia accompagnato da un segno straordinario per la beatificazione e per la canonizzazione.

Nelle sue opere sui santi è più attento a narrare i fatti meravigliosi o piuttosto storie ordinarie della vita?

Di solito sul meraviglioso sto attento. Lo straordinario non lo cerco a ogni costo. Dove c’è, dove è provato lo constato. Prima c’era la tendenza a vedere tutto in ottica meravigliosa. Faccio un esempio concreto. Ho parlato qualche anno fa di santa Clelia Barbieri a Radio Maria. Lei muore giovane però dice: «Sarò sempre con voi e quando avrete bisogno mi sentirete». Bene, nel primo anniversario della morte c’era colei che le successe, Orsola Donati, la quale non sapeva come fare ad accettare le nuove leve che arrivavano. Stavano pregando nella cappella privata e tutte sentono una voce bellissima, forte che le accompagna. Era la voce di Clelia. Allora andarono in parrocchia e anche lì tanta gente sentì la voce. Tuttora in qualche casa delle suore minime dell’Addolorata si sente. I segni ci sono e non occorre andare a cercarli. Io sto sui fatti e i fatti arrivano con i santi. Di recente, al circolo della stampa di Milano un caro collega mi ha detto: «Ma che barba parlare sempre dei santi». «E tu — dico di rimando — non ti vergogni a parlare da 22 anni solo di calcio?». «Hai ragione — rispose — sono d’accordo con te. Continua così». Ogni prima domenica del mese dalle 14.30 alle 16.30 a Radio Maria da quindici anni vado in onda con I sempre giovani , una trasmissione che prevede quindici minuti di telefonate e ricevo centinaia di lettere. Se si raccontano bene, i santi sono personaggi che attirano l’attenzione perché sono esempio di come persone ordinarie, perfino con scarsa cultura, nonostante gli intralci della vita si realizzano.

Chi sono oggi i nuovi santi?

I nuovi santi sono i santi del nostro tempo. Diciamo che nuove sono le modalità, l’ambiente in cui crescono, le condizioni sociali in cui vivono che sono diverse, però la radice è sempre quella. Cos’è la santità? È stabilire un rapporto interiore con il Signore tale che il resto diviene meno importante. Avere passione per il Signore e il prossimo. Il Papa ripete che siamo in un mondo che sempre più tenta di distaccarci da Dio, dove il potere, l’avere e il piacere contano più del resto. La santità è il contrario: seguire il Vangelo, seguirlo con il massimo di fedeltà possibile anche dove costa sacrificio. Il Vangelo dell’amore per Dio e il prossimo, resta sempre il codice di base. Sono nuove le persone e i contesti in cui questa santità matura. Pier Giorgio Frassati: chi avrebbe pensato che quell’universitario brillante sarebbe diventato santo? Tra gli altri, ho avuto la fortuna di conoscere un laico come Giuseppe Lazzati. Bastava vederlo pregare nella cappella del Sacro Cuore di Milano e si capiva subito che c’era qualcosa di diverso nel suo essere cristiano.

Una volta si distinguevano santi contemplativi e santi attivi. Ha senso mantenere ancora questa distinzione se l’importante è l’essere fedeli al vangelo?

La distinzione era soprattutto riferita alla struttura degli ordini religiosi, quelli di vita strettamente contemplativa e quelli di vita attiva. Adesso la santità è un obiettivo di ogni cristiano anche fuori dai conventi. Ci sono ancora oggi delle congregazioni di vita contemplativa e stranamente non hanno subito la crisi delle vocazioni. La vita attiva per l’apostolato oggi è diventata così complicata, così frenetica e più esposta a tante tentazioni, perché oggi nel mondo trionfa l’avere, il lusso, il benessere sfrenato. Poi si trova il santo che sa conciliare la vita attiva con la vita contemplativa. Di solito i santi più recenti hanno saputo farlo, vivendo da contemplativi nell’azione. Ho conosciuto Giorgio La Pira, un politico attivissimo, ma era un contemplativo, come ricordano nel convento di San Marco a Firenze.

È bene proclamare tanti o pochi santi come modelli di vita cristiana?

È una domanda un po’ difficile, perché queste cose vengono programmate in base a un consenso popolare che è poi la fama di santità. Di solito è la congregazione religiosa o la diocesi in cui il servo di Dio ha vissuto a promuovere la canonizzazione. Se c’è un movimento popolare che chiede questo, allora si mette in moto il processo. Pensiamo al caso di Giovanni Paolo II. La gente vedeva già, lo voleva già così. Tante volte nasce proprio dal consenso popolare. Oppure un fondatore che viene additato a esempio. Non vedo niente di negativo in questo, deve essere una cosa che nasce spontaneamente, non credo sia programmabile a tavolino. Anche perché per arrivare alla beatificazione occorre documentare le virtù eroiche e le grazie, le risposte dal cielo, perché altrimenti la causa resta in sonno come si dice. Negli scaffali delle diocesi e della Congregazione vaticana per le cause dei santi ce ne sono diverse ferme lì da decenni.

La riforma del percorso di beatificazione e canonizzazione voluta da Benedetto XVI era necessaria?

Sì, perché ha snellito le procedure. Una volta si faceva tutto a Roma, adesso si comincia a farlo nelle diocesi e responsabilizzando di più le diocesi e le congregazioni religiose. Ciò significa un iter canonico più serio, ponderato e attendibile sin dalle prime fasi.

Tra tante figure di cui si è occupato qualcuna le è rimasta più impressa delle altre?

In questo, forse sono un po’ condizionato. Fin da ragazzo ho studiato dai salesiani. Per me don Bosco è sempre stato un punto di riferimento. Ero orfano di padre che ho perso quando avevo un anno e mezzo, morto investito da un tram. Ho trovato nei meravigliosi educatori salesiani che ho avuto la figura paterna che mi mancava. Due sono ancora vivi e ogni tanto vado a trovarli. Don Bosco per me resta una figura modello. Ma scrivendo di svariati personaggi della santità vengono fuori figure meravigliose e si fatica a mantenere speciali preferenze. Mi entusiasmo per un personaggio, poi me ne capita un altro e così via. Ho scritto finora quarantatré biografie e ogni volta è una meraviglia nuova. Certo che alcune figure come san Francesco d’Assisi colpiscono sempre. Dico così dei santi perché avendoli conosciuti su documenti diretti scopro delle cose che non sono a conoscenza del grande pubblico e allora mi entusiasmo ancora di più. Dirò di più: a me è piaciuto molto — non perché il cardinale Ratzinger mi scrisse a suo tempo la prefazione — sant’Antonio Maria Zaccaria, una figura bellissima. Un medico che fonda la congregazione dei barnabiti. Questi santi superano le difficoltà e gli ostacoli perché sanno di avere le spalle coperte dal Signore. A differenza di noi, non temono niente. Sono sicuri che il Signore sta dalla loro parte e vanno avanti.

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