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Cronache
dalla Colombia

La domanda è inevitabile. Due mesi non sono troppo per scrivere una cronaca? Forse avevo bisogno di tempo affinché tutta l’effervescenza di quei giorni si stabilizzasse, e consentisse una visione di insieme. Forse perché il mio livello di adrenalina tornasse normale dopo aver affrontato l’allucinante traffico di Bogotá, in sella a una moto come il sicario di un racconto, cercando di abbreviare i tempi tra Fontibón, dove ha sede il Canale Cristovisión che mi ha incaricato di occuparmi della visita papale, e la Sala stampa presso l’Hotel Tequendama.

C’è anche un altro motivo: non voglio dire quello che è stato già detto, intendo andare un po’ oltre, vedere i fatti in modo diverso.

Murale in una strada di Bogotá

La visita del Papa in Colombia non può essere limitata a un nuovo numero all’interno di una fitta agenda, è forse uno dei viaggi che ha in sé più speranze di futuro. Come quelli a Cuba e negli Stati Uniti. È anche uno di quelli che apre nuove incognite in America latina.

Inaugurato nel segno della riconciliazione, ha messo alla prova la vera volontà di perdonare di tutti i colombiani e la possibilità di trasferirsi in altri paesi della regione.

Un processo complesso che, iniziato a metà degli anni Sessanta dopo la rivoluzione cubana, ha spinto diversi gruppi armati a intentare azioni simili. I risultati non sono stati i migliori. La rivoluzione armata si è portata via la vita e il futuro di generazioni. La già menzionata soluzione marxista — senza altro mezzo di persuasione se non la forza — ha optato per l’indottrinamento invece che per l’educazione, negando, in particolare a quanti diceva di liberare, la libertà di scelta.

Il totalitarismo ha preteso di imporre la sua verità senza tener conto del prezzo che la gente doveva pagare.

Il principio di azione e reazione non si è fatto attendere. In ogni luogo, secondo i propri tempi. E i processi democratici hanno dovuto attendere per poter crescere, poiché sono state quelle stesse “azioni rivoluzionarie” a generare i governi militari.

La Colombia ha subito tutto ciò in modo particolare, con più di mezzo secolo di lotta armata. Le incipienti Farc della fine degli anni Cinquanta si sarebbero potute annientare, ma le forze militari si sono rese conto che la permanenza delle Farc nel tempo si sarebbe potuta tradurre in rifornimenti, formazione e migliori condizioni economiche per l’esercito. Perciò le hanno lasciate crescere. Queste, da parte loro, si sono rese conto che il territorio che controllavano era attraversato da quanti gestivano un traffico diverso, quello della cocaina. Prima i membri delle Farc sono diventati esattori di pedaggio, poi, vedendo quanto ci si poteva guadagnare, sono divenuti narco-terroristi. Parallelamente, delusi dagli uni e dagli altri, hanno generato formazioni paramilitari e nuovi movimenti guerriglieri. E, in mezzo, la gente semplice, comune, vittima di entrambi.

Proprio lì è arrivato Papa Francesco a consegnare il suo messaggio di misericordia, il cammino del perdono, l’unico che può ottenere il miracolo della riconciliazione.

Molti mi chiedevano se lo sforzo fisico non sarebbe stato troppo grande per il Papa, io mi chiedevo se il dolore nudo delle testimonianze delle vittime non sarebbe stata una vergogna troppo grande per tutti. «Non posso perdonare, ma Dio ha perdonato attraverso il mio dolore»: le parole di quella donna nera, imponente, moglie senza marito, madre senza figli, occhi senza lacrime perché le aveva già versate tutte, hanno colpito il Papa, e hanno colpito tutti. Il ricordo della sua famiglia carbonizzata in un attentato delle Farc ha scosso nuovamente il tessuto sociale.

Perché la differenza di questo viaggio, evidenziata da Francesco, è che per la prima volta si riconoscono le vittime. È la prima volta in cui l’accordo non è basato unicamente su interessi di parte. È la prima volta che il dolore della gente ha un ruolo di primo piano.

In un paese colpito per tanto tempo dal dolore, per ricominciare non esiste altra possibilità se non il totale perdono. Ma non un perdono ingenuo e ripetibile, bensì un perdono a partire dal quale tutti si conformino alla legge, affinché quanto accaduto non si ripeta mai più.

È una speranza. Le speranze si nutrono della volontà di molti, non di una sola volontà. È una speranza basata sui diritti di tutti. È una speranza per la Colombia, ma potrebbe essere anche una speranza per tutta l’America se quanti devono difendere i diritti degli uni e degli altri non avessero come motto: «né dimenticanza né perdono».

Francesco è andato via. Restano a fior di pelle della Colombia otto milioni di vittime che nessuno potrà più negare. Un dato prezioso, l’unica base reale per la riconciliazione, la ricostruzione e il futuro. Sarebbe bello che il governo, i politici e anche la Chiesa colombiana non si lasciassero sfuggire questa opportunità. Poter ricominciare non succede spesso...

di Jorge Milia

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19 settembre 2018

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