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Cronache dal nostro presente

· I «Promessi Sposi» in un piccolo libro di Salvatore Natoli ·

I monatti di oggi? Sono gli scafisti. E il potere invisibile che umilia il popolo? Il mondo torbido e manipolatore della Rete. Sono due degli accostamenti fra il mondo dei Promessi sposi e quello di oggi fatti da Salvatore Natoli in un suo libretto dedicato a Manzoni, appena uscito per i tipi del Saggiatore col titolo L’animo degli offesi e il contagio del male (Milano, 2018, pagine 91, euro 11; ma vi consiglio di sorvolare sulla lettura dell’inutile prefazione di Mario Barenghi). Come si intuisce dagli esempi che ho riportato, non si tratta affatto del solito saggio sull’opera che costituisce da decenni uno dei canoni letterari dell’identità nazionale, ma di un’acuta riflessione filosofica che addirittura giunge a definirla un “romanzo nero”. Manzoni come Dostoevskij?

Il paragone è forse azzardato, ma certamente Natoli riesce ad andare oltre la rappresentazione consueta che fa dei Promessi sposi un romanzo consolatorio. E considera «del tutto impropria l’etichetta che taluni hanno appioppato, un romanzo di preti, frati e monache; e perciò di un Manzoni scrittore edificante e perfino chiesastico». Un pregiudizio rafforzato dall’improprio confronto con Leopardi e con il suo “pathos del nulla”.

Per Natoli (docente all’università di Milano Bicocca, di cui qui voglio ricordare un fondamentale saggio sul dolore edito da Feltrinelli e protagonista alcuni anni fa di un dialogo col cardinale Martini sul rapporto tra credenti e non credenti) si tratta di letture di comodo: quello di Manzoni è un romanzo sul male che non fa sconti.

Punto di partenza della sua riflessione è la tentazione vissuta da Renzo dopo aver incontrato don Abbondio, il quale dopo un alterco gli rivela il nome di colui che non vuole che siano celebrate le nozze con Lucia.

Renzo si ribella dinanzi al diritto negato e medita di uccidere don Rodrigo. Il desiderio di vendetta rimane come si sa solo un cattivo pensiero, ma l’episodio consente a Manzoni di avanzare una sua meditazione sul male che vale la pena riproporre: «I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi».

Il peggio del male, commenta Natoli, è insomma quello di pervertire i buoni. Tutto il dipanarsi delle vicende del romanzo non è altro che la propagazione di un male che dimostra appieno la sua pervasività. Sia quando diventa un’analisi spietata del potere (quello prevaricatore di don Rodrigo ma anche quello corrivo di Attilio, del conte zio e del padre provinciale) sia quando mette a fuoco le dinamiche della mentalità del popolo (la protesta della folla per il pane, la tragedia della peste), l’opera del Manzoni è una denuncia del male che opera per sopraffare gli innocenti. Come scrive anche Primo Levi, l’oppressione finisce per pervertire anche chi il male lo subisce e può trasformare le vittime in aguzzini.

Accadeva, a volte, persino nei lager. Di fronte poi a chi evidenzia il ruolo della Provvidenza nelle vicende umane costantemente ricordato dal Manzoni, Natoli rimarca come il male penetri la storia in tutte le sue pieghe e in tutta la sua profondità. Certo, quando si parla di male occorre saper distinguere: c’è un male che viene dalla natura, è quello che viene patito ed è innocente («è la cifra della nostra mortalità»); poi c’è il male inflitto, «frutto della nostra iniquità». È questo il male protagonista dei Promessi sposi che ne fa, come detto, un “romanzo nero”.

Ovviamente il cristianesimo di Manzoni, convinto che vi sia un piano divino che guida la storia, non pensa affatto che la vittoria del male sia ineluttabile. Anzi, il male va contrastato altrimenti si rischia di esserne conniventi. «È la forza dei disarmati, quello che fa padre Cristoforo e che don Abbondio non sa fare», rimarca Natoli che specifica: «Per fronteggiare il male bisogna praticare il bene. È la saggezza dei semplici».

E non può non tornare alla mente quanto dice Papa Francesco nella Gaudete et exsultate a proposito dei santi anonimi e quotidiani. Sono le figure dei giusti, che spesso restano nascosti ai nostri occhi. Coloro che il teologo ortodosso Olivier Clément ha chiamato i «rammendatori dell’esistenza».

Roberto Righetto

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21 novembre 2018

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