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Cronaca
di un’antipatia annunciata

· Il saggio di Alessandro Dal Lago sul genere fantasy come macchina mitologica ·

Daenerys Targaryen uno dei personaggi più amati  della serie televisiva «Game of Thrones»

«Il 9 marzo 2016 moriva George Martin già produttore dei Beatles. Sui social network il cordoglio è stato immediato e globale. Tuttavia ben pochi intendevano piangere il novantenne arrangiatore e compositore» scrive Alessandro Dal Lago nel suo ultimo libro, Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica (Bologna, Il Mulino, 2017, pagine 194, euro 18). La grande maggioranza — continua Dal Lago — ha creduto che lo scomparso fosse un quasi omonimo, George R. R. Martin, l’autore della saga fantasy Songs of Ice and Fire a cui è ispirata la serie tv Hbo Game of Thrones.
Sic transit gloria mundi, chiosa l’autore del saggio: «Per quelli della mia età il Martin che conta era il musicista inglese, mentre è fuori discussione che, soprattutto per i giovani, il solo, vero e genuino George Martin sia il signore corpulento, barbuto e con berretto da baseball che da diversi anni nutre gli appetiti fantastici del pianeta».
Segue un’interessante riflessione sugli “appetiti fantastici del pianeta” appunto, ovvero sulla fortuna delle serie tv che mettono in scena — in modo subliminale — la geopolitica contemporanea, i conflitti incessanti successivi alla fine del bipolarismo, da Les Revenants a The Walking Dead, storie in cui piccole comunità di sopravvissuti sono assediate dai morti viventi.
Siamo all’inizio del primo capitolo del libro, e le note a piè di pagina — in cui si citano Mircea Eliade, Max Weber e la reinvenzione della tradizione nel caso Ossian-Mcpherson — fanno ben sperare.
Ma il lettore che si aspetta un solido, scientificamente argomentato saggio di sociologia — quello che, in fondo, promettono il sottotitolo, Il fantasy come macchina mitologica e il nome dell’autore, sociologo che ha insegnato a Milano, Bologna, Genova e in molte università statunitensi — resta ben presto deluso.
Dal Lago lascia quasi subito il suo campo per avventurarsi in un ambito in cui si muove — per sua stessa ammissione — a disagio e con fatica: la critica letteraria dei testi degli Inklings e del genere fantasy in generale. Un mondo che non ama, anzi, disprezza e odia cordialmente, e conosce poco e male. Non è stato facile, ammette candidamente l’autore, costringersi a leggere i dodici romanzi della saga di George R. R. Martin.
«A dire il vero — scrive nel primo capitolo — mi sono imbarcato nell’impresa non solo perché volevo farmi un’idea dettagliata di un ciclo narrativo che riscuote tanto successo, ma anche per una sorta di scommessa con me stesso, per vedere se fossi capace di andare sino in fondo». Ne è valsa la pena? A giudicare dalle tante recensioni poco lusinghiere spuntate come funghi sul web, scritte non solo da inviperiti fan tolkeniani o Lewis-addicted punti sul vivo ma anche da autorevoli cultori della materia, la risposta è no. Forse non valeva la pena costringersi a scrivere un saggio su qualcosa che si detesta, cercando di nascondere la propria antipatia dietro un sorriso sarcastico.
«Pare incredibile che nell’anno di grazia 2017 qualcuno si getti anima e corpo in un attacco a Tolkien, Lewis, e agli Inklings, riproponendo una sfilza di luoghi comuni usciti direttamente dagli anni Cinquanta del secolo scorso» scrive Wu Ming 4, alias Federico Guglielmi, grande esperto della Terra di mezzo.
La vecchia tesi, riesumata — è il caso di dirlo, trattandosi, anche qui, di un revenant critico-letterario che torna dal remoto passato dell’ideologia — con un’ostinazione degna di miglior causa è riassumibile in poche frasi. La narrativa di Tolkien e Lewis rifuggirebbe la complessità del mondo, sposando un’opposizione manichea tra il bene e il male capace di edulcorare tutto, persino le storie d’amore, riducendo ogni impresa a leziosa schermaglia ingessata e asessuata. Curiosamente, quando vuole prendere in giro il mondo — secondo lui — scialbamente oleografico del Signore degli anelli, Dal Lago cita una «casta estetica preraffaellita» che ha poco a che fare con la storia dell’arte inglese del xix secolo e il mondo di William Morris&co, come ce lo raccontano le fonti coeve e le opere arrivate fino a noi.
Basti pensare alla celeberrima Venus Verticordia dipinta nel 1868 da Dante Gabriel Rossetti; un’immagine scandalosa per i canoni estetici dell’epoca vittoriana. Un’opera sontuosa che è davvero arduo definire casta: lo storico dell’arte inglese John Ruskin bollò la sua manifesta sensualità come eccessiva e volgare, e il litigio che ne seguì causò la fine dell’amicizia tra lui e l’autore del quadro. Per Ruskin — per dare un’idea della mentalità dell’epoca — erano troppo lussureggianti e lussuriose persino le rose dello sfondo. «Non è facile giudicare la rispettabilità di un caprifoglio — scrisse Graham Robertson commentando la controversia che ne seguì con tipico umorismo british — ma se d’ora in poi anche i fiori desteranno scandalo diventerà impossibile fare giardinaggio». Sic transit gloria (et etiam scandalum) mundi.
Ma torniamo al saggio Eroi e mostri. Gli esempi di argomentazione debole, capziosa, inconsistente disseminati nel libro sono davvero tanti. Per una loro attenta disamina rimandiamo alla lunga, intelligente e documentata recensione di Guglielmi facilmente reperibile online. Un solo caso fra i tanti: scrivendo che «gli amori incestuosi, che abbiamo visto comuni nella letteratura medievale (…) sono del tutto assenti nel mondo di Tolkien», Dal Lago mostra di non conoscere, o di volutamente dimenticare un eroe del Silmarillion come Túrin Turambar, ispirato ai personaggi di Edipo e Kullervo, suicida dopo aver saputo che sua moglie è in realtà Nienor, la sorella creduta morta tanti anni prima.
Meglio giocare a carte scoperte e non nascondere la propria antipatia dietro il finto aplomb di un saggio, scrivendo un pamphlet dal titolo esplicito, qualcosa tipo Perché non sopporto il fantasy (e anche i preraffaelliti) e lanciare una disfida dialettica nella grande agorà della Rete. I diretti interessati (Tolkien, Lewis e gli altri Inklings), dal luogo misterioso dove sono adesso, la troverebbero sicuramente divertente.

di Silvia Guidi

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18 agosto 2019

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