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Cronaca di un malinteso

· Montini e la Spagna ·

Il pontificato di Paolo - scrive Ricardo Blázquez, l’arcivescovo di Valladolid e presidente della Conferenza episcopale spagnola nel prologo al libro di Vicente Cárcel Ortí Beato Pablo VI: papa del diálogo (Madrid, Bac, 2014) - è inseparabilmente legato alla celebrazione del concilio Vaticano II e al compimento dei mandati conciliari, alcuni su riforme concrete, altri di orientamento più ampio. Bisogna riconoscergli ed essergli grati per la fedeltà agli orientamenti dati da Giovanni XXIII, come anche per il polso fermo con cui presiedette il concilio, e lo stile realmente conciliare, ossia il modo di trattare con ampia partecipazione dei vescovi le questioni poste, e la ricerca di concordia nell’approvazione dei documenti. Quando c’era un alto numero di voti negativi, lo schema veniva rimandato alla commissione competente per la revisione e la ricerca di un accordo.

Ernst Günter Hansing, «Paolo VI in preghiera» (1969, particolare)

In tal modo, il concilio è modello di lavoro condiviso e di approvazione dei documenti con unanimità morale, poiché un concilio non ricerca la maggioranza democratica, ma la maggiore coincidenza possibile. Lo Spirito Santo agisce sempre nel reciproco ascolto e nella generosità, per coincidere su ciò che si sta ponderando e che può contribuire meglio alla missione della Chiesa. L’ubbidienza al Signore e al Vangelo fu l’atteggiamento fondamentale di tutti i partecipanti.

I primi anni postconciliari furono di grande speranza, di attuazione delle riforme raccomandate dal concilio, d’intensa effervescenza e anche di contestazione. Mi è sembrato bene che la presente biografia, oltre a una prima parte dedicata all’operato di Papa Paolo VI nella Chiesa e nella storia del suo tempo, ne contenesse una seconda che sviluppasse il rapporto tra Paolo VI e la Spagna. Questa mi sembra particolarmente opportuna per i lettori spagnoli, poiché molti suoi gesti non furono ben compresi; il passare del tempo politico ci offre una prospettiva più confacente, e la situazione attuale della Chiesa ha portato quella serenità necessaria per valutare i fatti dell’ingente opera conciliare e la fine di un regime lungo e autoritario. Ci furono molte incomprensioni, suscettibilità, tergiversazioni, resistenze, e anche semplicemente l’accettazione leale e obbediente di decisioni della superiore autorità ecclesiastica con le quali c’era scarsa sintonia interiore. Rattristò Paolo VI il fatto che si confondessero negativamente la sua disaffezione personale e culturale verso un regime non-democratico con il suo amore per il popolo spagnolo, la stima per la sua storia cattolica e l’obbligo pastorale dopo un concilio ecumenico che non era proprio in sintonia con il governo spagnolo per quanto riguardava la libertà religiosa, politica e sociale. Mi sembrano chiarificatrici le parole scritte dall’autore nell’introduzione alla seconda parte: «Paolo VI nutrì sempre serie riserve sul regime politico, ma manifestò pubblicamente la sua ammirazione e il suo amore al popolo spagnolo e nei suoi confronti ebbe numerosi gesti di affetto e di simpatia».

L’autore ripercorre tutti gli eventi e le questioni che provocarono o rivelarono dissensi: nomine episcopali, l’Assemblea congiunta vescovi-sacerdoti, il “caso Añoveros”, visite e lettere, e così via. Risulterà utile a tutti leggere attentamente la presentazione dei diversi motivi di discordia; servirà ad alcuni per ricordare e aiuterà i più giovani a capire quegli anni difficili della Chiesa, della società e delle relazioni Stato-Chiesa in Spagna. Si capisce anche che, quando gli animi si scaldano, si possono dire parole forti. È ovvio che il contesto storico e le limitazioni umane operano sempre e in modo particolare in simili situazioni. Ricordo un fatto accaduto proprio a me. Il 27 settembre 1975 furono giustiziati cinque terroristi che alcuni giorni prima erano stati condannati a morte, e per i quali Paolo VI aveva chiesto clemenza. Venutone a conoscenza, il Papa condannò subito ed energicamente il terrorismo e le esecuzioni.

Pochi giorni dopo da Roma volevo recarmi a Madrid; ma solo al terzo tentativo riuscii a fare il check-in delle valigie all’aeroporto, perché a due sportelli si rifiutarono di farlo dicendomi: «Io non lavoro per un Paese fascista». Alla fine una persona che aveva assistito al mio pellegrinaggio mi offrì la dovuta assistenza. L’aneddoto è comprensibile in quella situazione tesa ed esasperata. 

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