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Crisi di fiducia in Russia

· Si vota per il rinnovo della Duma di Stato ·

La Costituzione russa è a carattere fortemente presidenzialista, per questo la Duma di Stato (la Camera bassa del Parlamento russo) ha un potere ridotto di fronte al primo ministro, nominato direttamente dal capo dello Stato. L’arrocco tra Putin e Medvedev — che vede il primo tornare alla candidatura per le prossime presidenziali e il secondo proiettato verso la carica di primo ministro — è stata una decisione calata dall’alto a dimostrazione di quel sogno mancato, dopo 74 anni di comunismo, di una nuova rinascita democratica. In Russia, che con oltre 17 milioni di chilometri quadrati è il Paese più grande del mondo che si estende su nove fusi orari, si svolgono il 4 dicembre le elezioni legislative: in lizza ci sono sette partiti, anche se probabilmente soltanto i quattro già presenti alla Duma supereranno lo sbarramento del sette per cento, la soglia più alta d’Europa: il partito Russia unita (64,3 per cento nel 2007), di cui è leader Putin; il Partito comunista (Kpfr) di Ghennadi Ziuganov (11,57); il Partito liberaldemocratico del nazionalista Vladimir Zhirinovskij (8,14) e Russia giusta di Serghiei Mironov (7,74). Parnas, il partito dell’opposizione che vede riuniti l’ex premier Mikhail Kusyanov, l’ex vice premier Boris Nemtsov e l’ex deputato indipendente Vladimir Rizhkov, non è stato neppure registrato dal ministero di Grazia e Giustizia.

Il premier russo ha recentemente ammesso che il sistema politico ha perso la fiducia della popolazione: «Avete ragione. Non nego niente di quello che avete detto» ha risposto a chi gli domandava circa l’eccessiva centralizzazione del potere nel Paese e la perdita di fiducia dei cittadini nel sistema politico. Putin ha sottolineato che undici anni fa, quando è salito al Governo indicato dall’allora presidente Boris Yeltsin, la Federazione russa si trovava sull’orlo della guerra civile, e che — dopo aver vinto le elezioni presidenziali del 26 marzo del 2000 — ha istituito un «controllo manuale» sulle regioni, abolendo le elezioni e scegliendo lui stesso i governatori. «Molte critiche sono giuste — ha ammesso — ma bisogna affrontarle con cautela». Secondo Putin il sistema politico russo ha bisogno di cambiamenti graduali.

Resta il fatto che se Russia unita non affronterà una vera ristrutturazione e non riuscirà a rappresentare gli interessi della classe media nel Paese, in futuro potrebbe giocare un ruolo sempre più marginale. La midle class russa continuerà a crescere fino al 2015 e allora, notano gli analisti, sarà la forza sociale più influente e pretenderà un’adeguata rappresentanza politica. E qualche esponente di Russia unita — partito apparentemente compatto come un monolite pronto a sostenere Putin — ha sussurrato di sperare in un cambiamento dopo le politiche. Nonostante il premier resti l’uomo più popolare del Paese, per l’opposizione Russia unita è un partito di plastica, senza antagonisti interni e un vero programma o una vera ideologia. Gli ultimi sondaggi danno Russia unita al 53-54 per cento, in flessione del dieci per cento rispetto alle legislative del 2007.

Per cercare di arginare il calo di consensi Putin non ha esitato a lanciare una nuova offensiva contro le potenze straniere che tentano di interferire nelle elezioni russe finanziando ong e oppositori. Inoltre, ribadendo alcune linee della sua politica estera, ha confermato che la Russia è una superpotenza mondiale — è il primo produttore di petrolio e di gas naturale — con cui bisogna fare i conti: dialogo con tutti ma «solo su basi paritarie» e non accetto imposizioni esterne. Mosca continuerà «a dire la verità su quello che succede nel mondo anche se questo non piacerà molto a qualcuno»: i riferimenti a Libia, Siria e Iran sono evidenti.

Putin, dopo essersi riavvicinato alla Cina, ha promosso la firma al Cremlino dei presidenti di Russia, Bielorussia e Kazakhstan di un progetto che segna la fase di avvio — l’orizzonte temporale è il 2015 — dell’Unione euroasiatica. Il modello è quello dell’Unione europea, con una Commissione sovranazionale e una moneta unica. Inoltre, dopo diciotto anni di estenuanti trattative, Mosca entra a far parte dell’organizzazione mondiale per il commercio e a metà dicembre, al vertice dei 153 Paesi del Wto, firmerà l’adesione formale. Putin ha quindi esortato l’opposizione russa a «non agitare le acque»: il Paese dovrà affrontare un periodo di «rischi e incertezze» e l’opposizione è chiamata a essere responsabile e collaborare per evitare che «la barca si capovolga». Il voto legislativo di domenica sarà blindato con il dispiegamento di 450.000 agenti, di cui 51.000 nella sola capitale, dove si temono scontri e proteste di piazza.

Anche il candidato alle legislative, l’attuale presidente Medvedev, ha lanciato un chiaro monito all’Occidente attivando il 29 novembre una stazione radar a Kaliningrad (nell’ovest) e minacciando di installarvi missili Iskander come a Krasnodar (nel sud) per difendere la Russia, in caso di bisogno, dal progetto statunitense di difesa antimissile in Europa. Il capo dello Stato ha inoltre avvertito la possibilità che Mosca esca dal Trattato Start (per la riduzione degli armamenti nucleari strategici), un documento che finora ha incarnato il reset delle relazioni con la Casa Bianca, tornate in pochi mesi a un clima da guerra fredda. A rischio anche le relazioni con la Nato in varie aree di cooperazione, compreso l’Afghanistan. Sembra però che, influenzata da rigurgiti nazionalisti e nostalgie dell’impero sovietico, la carta antiamericana — che ha sempre un ottimo effetto in Russia — Medvedev, in calo di popolarità, l’avrebbe giocata in vista del voto.

La democrazia russa potrebbe dunque trovarsi di fronte a una crisi di fiducia: lo stesso Medvedev — che ha rivolto un appello elettorale in televisione a «votare per l’esperienza» — qualche tempo fa aveva ammonito sul rischio dei leader che rimangono troppo a lungo al potere. Il capo del Cremlino aveva definito inoltre la competizione politica «un vaccino contro le tendenze autoritarie e totalitarie». Ma anche sotto la sua presidenza l’opposizione è rimasta senza voce e i media sotto il controllo del potere.

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