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Crisi afghana e diplomazia pakistana

· La mediazione di Islamabad ·

Il processo di riconciliazione afghano vede ora il Pakistan quale mediatore. Una sorpresa, per certi versi, considerando i non sempre facili rapporti fra Kabul e Islamabad. Proprio recentemente un rapporto della Nato denunciava intese sospette fra i servizi segreti pakistani e i talebani, in funzione di una destabilizzazione del territorio afghano. Immediata la smentita delle autorità di Islamabad. Ma l’atmosfera nell’Afpak, come di consueto, non è idilliaca. Nello stesso tempo, tuttavia, il primo ministro pakistano, Yousuf Raza Gilani, si è recato in questi giorni in Qatar con il proposito di mediare nella crisi afghana, sottolineando che la stabilità di Kabul è nell’interesse di Islamabad.

Non è certo casuale la destinazione del Qatar. Infatti nella capitale Doha potrebbe aprire presto un ufficio di rappresentanza talebana: e ciò come una sorta di coronamento dei contatti, più o meno segreti, fra gli Stati Uniti e gli stessi talebani. Da tempo si parla di tali contatti, fra conferme e smentite. Ciò che è sicuro, come rilevano gli analisti, è che sia l’Afghanistan sia il Pakistan non gradiscono questo scenario, temendo di rimanere isolati nelle complesse dinamiche diplomatiche. Il presidente afghano, Hamid Karzai, non ne ha fatto mistero, e si è detto disposto a incontrare egli stesso (si pensa in Arabia Saudita) rappresentanti dei talebani per avviare un dialogo credibile e solido. Lo stesso vale per il Pakistan, sempre alle prese con il sospetto, rilanciato a ritmi regolari dalla comunità internazionale, di non fare abbastanza nella lotta al terrorismo, a detrimento quindi della stabilità dell’intera area. Di conseguenza la missione di Gilani in Qatar acquista un particolare significato proprio alla luce di questo scenario dalle varie sfaccettature. Più analisti, nei diversi commenti apparsi in questi giorni sulla stampa internazionale, hanno rilevato che il sempre cangiante panorama geopolitico dell’Afpak sarebbe caratterizzato ora da una sorta di contrapposizione fino a qualche tempo fa assai improbabile: da una parte Stati Uniti e talebani (ovviamente con tutti i distinguo e le riserve del caso), dall’altra Pakistan e Afghanistan, stretti in un’alleanza per scongiurare l’isolamento. Si tratta di un quadro instabile, in cui i diversi elementi giocano un ruolo non perfettamente definito.

Nel frattempo, sia in Pakistan che in Afghanistan le violenze continuano: e sono compiute dagli stessi talebani che si vorrebbe far sedere al tavolo delle trattative. Gli Stati Uniti, ricordano gli osservatori, sono consapevoli che senza il coinvolgimento dei miliziani, il processo di ricostruzione afghano avrebbe fiato corto. Per questa ragione sembrano impegnati a favorire la creazione di una loro rappresentanza formale in Qatar, che costituirebbe un riferimento “istituzionalizzato” con il quale tentare di dialogare.

Nello stesso tempo Washington sa bene che la prudenza, in tal caso, è d’obbligo: a ricordarlo è appunto la violenza scatenata dai miliziani stessi. Vi è poi da considerare la strategia militare statunitense in Afghanistan. Il ritiro del contingente è stato anticipato alla fine del 2013, ma poi si apprende che il Pentagono starebbe pensando al modo di valorizzare il ruolo delle forze speciali nel territorio. La Nato, dal canto suo, assicura che anche dopo il 2014 l’Afghanistan potrà contare sul suo sostegno. Un fluido scenario, insomma, in cui i diversi attori cercano di porsi come riferimento a beneficio di una stabilità di vasto respiro. Come hanno sottolineato in questi giorni diversi analisti, il Pakistan ha in questo momento l’occasione propizia di rilanciare il proprio ruolo nello scenario internazionale.

Sgravarsi del peso del sospetto in merito al controverso rapporto con i terroristi e acquistare credibilità come interlocutore nell’ambito di un credibile processo di pace: è questo, in sostanza, l’obiettivo perseguito da Islamabad. La missione di Gilani in Qatar può essere interpretata come una prima, importante tappa di un significativo cammino diplomatico.

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18 ottobre 2019

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