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Crimini impuniti

· ​Stupri come arma di guerra nella Repubblica Centrafricana ·

 «Ci dicevano che eravamo le loro schiave»: questo è il titolo del rapporto pubblicato ieri, 5 ottobre, dall’organizzazione internazionale Human Rights Watch, che denuncia lo stupro come arma di guerra. Il testo, lungo 176 pagine, è basato sulle testimonianze di 296 donne stuprate e usate come schiave sessuali tra l’inizio del 2013 e la metà del 2017 dai due principali gruppi armati che si affrontano nella Repubblica Centrafricana, la milizia Seleka, che difende la minoranza musulmana, e gli anti-balaka, cristiani e animisti.

«Questi stupri vengono usati come mezzo di rivincita sull’altro campo», e le donne sono deliberatamente attaccate a seconda della loro appartenenza religiosa. Le testimonianze riportate sono strazianti. Alcune di queste donne sono state rinchiuse fino a 18 mesi nelle basi militari sia dei Seleka, sia degli anti-balaka. Molte si ritrovano con mutilazioni, fratture, traumi cranici, ustioni. Ripetute violenze portano inoltre a terribili conseguenze: malattie, ferite, gravidanze indesiderate, stigmatizzazione e abbandono dai propri familiari e dalla comunità.

Crimini che rimangono impuniti, in un paese senza esercito, senza polizia e il cui sistema giudiziario è vacillante. «Anche se il codice penale della Repubblica Centrafricana punisce lo stupro e le aggressioni sessuali in quanto crimini, nessun membro di alcun gruppo armato è mai stato giustiziato per questo» riferisce Human Rights Watch.

Il rapporto esce poco prima del rinnovo a novembre da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, del mandato della Minusca, incaricata innanzitutto di proteggere i civili. 

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