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Crescere nell’amicizia

· Una prospettiva sulle relazioni tra Cina e Santa Sede ·

«Crescere nell’amicizia. Una prospettiva sulle relazioni tra Cina e Santa Sede» è stato il tema della conferenza tenuta il 20 giugno presso l’Accademia Cinese di scienze sociali, a Pechino, da padre Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica». Hanno fatto seguito le riflessioni sui contenuti da parte di Wang Meixiu, professore emerito dell’Istituto delle religioni mondiali dell’Accademia; You Bin, professore presso l’Istituto sulla religione dell’Università di Minzu; e Zhuo Xinping, presidente della «Religious Society of China» e ricercatore presso l’Istituto delle religioni mondiali dell’Accademia. Ha moderato l’incontro e il successivo dibattito con il pubblico Liu Guopeng, professore associato presso il medesimo Istituto. Il successivo 23 giugno il direttore della rivista dei gesuiti ha dato un’altra conferenza al “The Beijing Center” presso la “Beijing University of International Business and Economics” sulla cultura dell’incontro nell’era globale. Ricordiamo che egli è curatore del volume La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere (Milano, Ancora, 2019) che ha la prefazione del cardinale Pietro Parolin. «L’Osservatore Romano» ha chiesto a padre Spadaro quali sono le sue riflessioni circa i rapporti tra Cina e Santa Sede alla luce del suo intervento all’Accademia.

Il 22 settembre 2018 a Pechino è stato firmato un accordo provvisorio tra la Repubblica popolare cinese e la Santa Sede. Come va letta questa iniziativa?

La speranza è che possa contribuire positivamente alla vita della Chiesa in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo. Con il suo «Messaggio ai cattolici della Cina e alla Chiesa universale», il 26 settembre 2018, la voce più autorevole, lo stesso Papa, ha spiegato il significato dell’accordo firmato, assumendone la responsabilità di tutto. Il messaggio è chiaro e toglie ogni possibile dubbio sull’intenzione e sullo spirito che ha animato Papa Francesco nell’incoraggiare e guidare i suoi collaboratori lungo il cammino di delicate trattative che hanno portato a questo primo importante risultato. Non si tratta certo della conclusione di un processo, ma del suo reale avvio che dovrà essere implementato in tempi rapidi. Adesso è il tempo di andare avanti.

Papa Francesco ha più volte espresso sia la sua ammirazione per la Cina sia il desiderio del superamento degli ostacoli a un dialogo solido ed efficace. Un ostacolo rimosso è stato il permesso di sorvolo del territorio nazionale…

Il 14 agosto 2014 il volo che portava Papa Francesco in Corea per il suo viaggio apostolico ha sorvolato la Cina: per la prima volta un Pontefice è stato autorizzato a solcarne i cieli. Nel telegramma inviato al presidente Xi Jinping, Francesco ha scritto: «Entrando nello spazio aereo cinese, estendo i migliori auguri a Sua Eccellenza e ai suoi cittadini, e invoco le benedizioni divine di pace e benessere sulla nazione». In una storica intervista di Francesco Sisci per Asia Times pubblicata il 2 febbraio 2016, il Pontefice, ricordando quel momento, ha affermato: «Quando ho sorvolato la Cina per la prima volta, mi hanno detto: “Entro dieci minuti entreremo nello spazio aereo cinese e manderemo il Suo saluto”. Confesso di essermi molto emozionato, una cosa che non mi accade spesso. Mi emozionava l’idea di volare sopra tanta cultura e saggezza». Durante il volo di rientro a Roma, Francesco ha ricordato l’emozione al momento del sorvolo e il secondo telegramma inviato al Capo di Stato cinese: «Desidero rinnovare a lei, Eccellenza, e ai suoi cittadini l’assicurazione dei miei migliori voti, e invoco la divina benedizione sulla sua terra».

Quali sono stati gli altri suoi interventi più significativi?

Posso proseguire citando il terzo sorvolo, avvenuto durante il ritorno dal viaggio nelle Filippine, il 18 gennaio 2015. In questa occasione il Papa ha scritto al Presidente, tra l’altro: «Le assicuro la mia preghiera per lei e per tutto il popolo della Cina, invocando sopra di voi un’abbondante benedizione di armonia e prosperità». Durante la conferenza stampa in volo, pochi minuti dopo, Francesco, rispondendo a una domanda, ha affermato tra l’altro: «Se io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: domani! Eh, sì. Noi rispettiamo il popolo cinese; soltanto, la Chiesa chiede libertà per la sua missione, per il suo lavoro; nessun’altra condizione».

Il desiderio di un ponte con la Cina, oltre quello «aereo» fortemente simbolico, è stato esplicitato dal Papa varie volte…

Francesco aveva espresso sia il desiderio di andare in Cina sia il desiderio di ripristinare rapporti di amicizia. «La Cina — disse rientrando dagli Stati Uniti il 27 settembre 2015 — è una grande nazione, che apporta al mondo una grande cultura e tante cose buone. Io ho detto una volta sull’aereo, tornando dalla Corea, che mi piacerebbe tanto andare in Cina. Io amo il popolo cinese; gli voglio bene. Mi auguro che ci siano le possibilità di avere buoni rapporti, buoni rapporti. Abbiamo contatti, ne parliamo… Andare avanti. Per me avere un Paese amico come la Cina, che ha tanta cultura e tanta possibilità di fare bene, sarebbe una gioia». Un elemento importante del viaggio in Myanmar e Bangladesh del dicembre 2017 è stato proprio il fatto che il Papa sia stato il primo a considerare in maniera esplicita il nuovo ruolo che la Cina vuole svolgere — e sta già svolgendo — nel contesto internazionale. Un dato di fatto che Francesco stesso ha riassunto, nella conferenza stampa al rientro a Roma da Dacca, con queste precise parole: «È vero che la Cina oggi è una potenza mondiale: se la vediamo da questo lato, può cambiare il panorama». Sappiamo bene, del resto, che non sarebbe possibile pensare alla pace nel mondo senza considerare il ruolo giocato dalla Cina.

All’interno del percorso che ha portato la Cina e la Santa Sede a incontrarsi per un accordo, alcuni si sono chiesti se è accettabile cedere l’autorità per ordinare i vescovi al governo cinese.

Questa domanda non è posta in maniera corretta. La Chiesa non cede l’autorità di ordinare i vescovi. La storia della Chiesa è semmai da considerare anche come la storia della ricerca di accordi con le autorità politiche sulla nomina dei vescovi. Persino negli accordi attuali con alcuni Paesi democratici occidentali ci sono ancora delle regole sul potere di veto del governo sulla nomina dei vescovi o il diritto di consultazione o anche di presentazione. Ma bisogna ricordare che i dialoghi istituzionali tra Cina e Santa Sede vanno avanti sin dal 1986, cioè da oltre 30 anni: sarebbe un abbaglio, dunque immaginare che questi avanzamenti siano legati agli ultimi tempi. Sono semmai una tappa importante in un cammino fatto di passi molto ponderati da entrambe le parti. Essi si concretizzano nel riconoscimento della piena comunione ai vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e in un accordo sul modo di nominare i futuri pastori. Francesco ha creato una nuova diocesi in territorio cinese. Certo, non è escluso che ci siano nel futuro incomprensioni o problemi da affrontare. E tuttavia le difficoltà non sono più tali da impedire ai cattolici cinesi di vivere in comunione tra loro e con il Papa.

Qual è l’obiettivo?

Trovare soluzioni pastorali realistiche che consentano ai cattolici di vivere la loro fede e di proseguire insieme l’opera di evangelizzazione nello specifico contesto cinese. Il cardinal Parolin nella sua intervista al quotidiano cinese «Global Times» ha avuto un approccio molto chiaro: «La Cina e la Santa Sede non stanno discutendo sulla teoria dei rispettivi sistemi, né vogliono riaprire questioni che appartengono ormai alla storia. Stiamo invece cercando soluzioni pratiche per la vita di persone concrete, che desiderano praticare serenamente la loro fede ed offrire un contributo positivo al proprio Paese». L’accordo dunque è di carattere radicalmente ed essenzialmente pastorale. L’obiettivo è di far sì che la Chiesa possa meglio predicare il Vangelo senza perdersi troppo in conflittualità interne. Per me la parola chiave è fiducia. E sono consapevole che ci vorrà tempo.

Come operare per costruire un autentico clima di fiducia?

La fiducia è una «via» più che una «meta»: una via consapevole che l’unità prevale sul conflitto. I processi di cambiamento non devono bloccarsi in conflitti distruttivi e insuperabili. La fiducia è anche quel giusto mezzo che, come nel guidare una bicicletta, fa stare in piedi e permette, trovando la giusta velocità, di andare avanti e di non fermarsi. Nel corso di una recente intervista al «Global Times» il cardinale Pietro Parolin ha detto che ci sono elementi che mostrano un aumento di fiducia tra le due parti: «Dobbiamo camminare insieme, perché solo così potremo rimarginare le ferite e le incomprensioni del passato, per mostrare al mondo che anche partendo da posizioni lontane si possono raggiungere intese fruttuose».

Passando all’attualità, quali sono le principali sfide che oggi possono essere individuate?

La prima è quella spirituale. La Cina sta cambiando rapidamente e affronta sfide diverse rispetto al passato. Sappiamo che negli ultimi dieci anni ha conosciuto un’economia in rapida espansione, che ha attirato l’attenzione della comunità internazionale. In questo cambiamento economico, la società e il popolo cinese sono alla ricerca di un senso da dare all’esistenza attraverso diverse tradizioni e discipline. La «via cristiana» di questa ricerca è un tema di attualità nel dibattito sociale, politico ed educativo nel Paese. Lo sviluppo e il progresso economico infatti non hanno eliminato i bisogni spirituali: la fede e la spiritualità contribuiscono in modo significativo alla comprensione dell’essere umano, dei suoi valori e delle sue aspirazioni. È necessario interrogarsi su quali forme di evangelizzazione e di servizio la Chiesa cattolica cinese deve intraprendere per farsi prossima a questa gente che è in una costante ricerca di senso. Ed è importante chiedersi se la Chiesa è pronta ad affrontare questa sfida.

Vede altre sfide importanti?

Ce ne sono tante, in realtà. Certamente esiste una sfida «politica». La Chiesa cattolica cinese, cioè, è chiamata a ridefinire il suo ruolo e le sue relazioni con il Partito comunista e con la sua ideologia. Questo non significa che la Chiesa debba essere sempre d’accordo con la politica e con i valori del Partito, ma piuttosto che essa deve trovare soluzioni per continuare la sua missione e il suo ministero in Cina. Soprattutto dopo la firma dell’Accordo Provvisorio, la vita della Chiesa in Cina non può essere vista e intesa come separata dal Successore di Pietro, cosa che nessun vescovo o credente cinese desidera. Dobbiamo riconoscere che non abbiamo la stessa comprensione della Chiesa come entità che gode di legittima autonomia politica e amministrativa. E questa differenza di comprensione è ciò che dovremmo affrontare. È importante superare l’opposizione di un «o questo o quello» a favore di una visione inclusiva: pienamente cinese e pienamente cattolica. Ma certamente siamo chiamati a vivere una nuova fase perché il Vangelo sia predicato più efficacemente in Cina.

Che cosa intende per nuova fase?

I cattolici cinesi sanno bene quanto le divisioni e le difficoltà nel rapporto con le autorità civili abbiano rappresentato un peso, rendendo il cammino della Chiesa cattolica in Cina ancora oggi arduo. Sono tante le ferite oggi ancora aperte. Non bisogna però permettere che le ferite condizionino la vita e impediscano la missione. In Cina c’è una Chiesa viva. Le tensioni e le incomprensioni vanno affrontate e con pazienza superate. Non sono le buche lungo una strada che devono fermare il percorso. Ci sono e ci saranno, ma bisogna andare avanti per rendere possibile la riconciliazione ecclesiale, fondamentale per lo sviluppo della Chiesa cattolica in Cina.

Si è parlato della richiesta del governo di una «sinizzazione» del cristianesimo. Che cosa ne pensa?

Poiché la Cina ha caratteristiche proprie, la Chiesa cattolica cinese è chiamata a essere pienamente cattolica e pienamente cinese, in modo da inculturare i suoi insegnamenti e i valori del Vangelo. Assumere caratteristiche cinesi significa andare a fondo nel processo di inculturazione. La Chiesa può dialogare con le culture e le tradizioni cinesi, con la sua ricca storia nell’arte, nella musica, nella letteratura e nella poesia. Il presidente Xi Jinping, in un discorso all’Unesco del 2014, aveva lodato il ruolo delle religioni nella vita del Paese. Aveva detto: «Nel corso degli ultimi 2000 anni le religioni come il Buddismo, l’Islam e il Cristianesimo sono state introdotte in Cina, nutrendo la musica, la pittura e la letteratura del Paese». Una sfida particolare deriva dal fatto che negli ultimi anni la leadership cinese ha ripetutamente richiesto alle religioni presenti nel territorio cinese di «sinizzarsi» (zhongguohua). Questo tema appare negli interventi del presidente Xi Jinping a partire dal 2015, ma la sua frequenza si è intensificata poco prima e dopo il XIX Congresso del Partito comunista nell’ottobre 2017. Se è chiaro che nessuna religione può diventare un mero strumento dell’apparato politico, è anche vero che il contenuto del compito che il governo chiede di attuare alle organizzazioni religiose e ai credenti è lontano dall’essere chiaramente definito. In un contesto che cambia c’è forse spazio per il confronto e l’immaginazione.

Si possono fare riferimenti a situazioni vissute nel passato?

Ricordiamo che per il cristianesimo è stato fondamentale abbracciare la propria missione universale, al di là della originaria esperienza e cultura giudaica, e immergersi profondamente nella cultura greca. Questo ha avuto un forte impatto sullo sviluppo della vita e della missione della Chiesa, arrivando poi a trasformare il mondo dell’impero romano. Greca non era solo la cultura dell’impero romano: Aristotele e Platone informavano tutta la cultura che arrivava da Roma fino alle pendici dell’allora invalicabile Himalaya.

Il cristianesimo è pensato in categorie greche. Che cosa potrà significare pensarlo in categorie cinesi?

Per riflettere su questo tema può essere utile una considerazione fatta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger nella prefazione alla traduzione cinese del suo libro-intervista Il sale della terra. Mi fa piacere citarla: «La vera questione è: può la fede cristiana costituire una risposta duratura, vissuta non soltanto da una minoranza in Cina, ma diventare una forza che plasmi tutta la Cina? Apparirà un giorno un cristianesimo asiatico o cinese, così come apparve un cristianesimo greco e latino, sorto dal suo transito dal giudaismo al paganesimo? O come apparve, nell’epoca tardo antica, un cristianesimo germanico, slavo ed europeo?». In questo ambito prende senso la riflessione teologica. Nel contesto del confucianesimo e del taoismo tradizionali, la teologia cerca di collegare strettamente tra loro la grande tradizione del pensiero e della sensibilità cinese con il cristianesimo. Anche il cristianesimo va pensato in termini cinesi e alla luce della grande filosofia e saggezza cinese.

Oggi si parla molto della «nuova via della seta». Può essere una opportunità?

Dobbiamo ricordare che lunga la Via della Seta si è svolto un incontro straordinario di diverse tradizioni religiose: Cristiani, musulmani, zoroastriani e buddisti. Proprio in questo ambiente pluralistico il cristianesimo è stato disposto a entrare in un dialogo fecondo con tradizioni culturali e religiose molto diverse da quelle ebraiche e greco-ellenistiche con cui si confrontava all’inizio. Il cristianesimo nell’era Tang lungo la Via della Seta rimase fedele al Vangelo, assumendo pienamente il vocabolario buddista e taoista, diventando — senza timore ed esitazione — pienamente cinese: molti secoli prima di Matteo Ricci. Infatti la presenza dei cristiani in Cina risale a molto prima di quanto si pensi: la Chiesa d’Oriente guidata da monaci siriaci era presente già nel VII secolo. Essi hanno dovuto collaborare con i monaci buddisti e taoisti per fornire traduzioni ed espressioni adeguate del loro credo. Il dialogo è andato in entrambe le direzioni. Certamente i testi cristiani dell’epoca sono stati influenzati dal vocabolario taoista e buddista ma, reciprocamente, i missionari cristiani hanno probabilmente influenzato gli scritti di alcuni maestri taoisti.

È un futuro, quindi, tutto da scrivere…

Papa Francesco ama dire che «il tempo è superiore allo spazio». Cioè, è importante mettere in pratica processi di dialogo e di incontro, realisticamente e pazientemente, sempre animati dalla fiducia e dalla speranza di poter andare oltre. Si tratta di scrivere una pagina della storia.

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