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Cresce la pressione internazionale su Gheddafi

· Per fermare la violenza in Libia sanzioni anche dall’Unione europea ·

La comunità internazionale intensifica la pressione su Muammar Gheddafi. L’Unione europea ha adottato ieri sanzioni contro il raìs e altre 25 persone tra familiari e alleati. Tra queste vi sono il congelamento dei beni, l’embargo sulla vendita di armi e il divieto di ingresso nei territori europei. Sono provvedimenti — sostengono fonti di Bruxelles — superiori alle sanzioni già varate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Gli Stati Uniti premono per imporre una no-fly zone sulla Libia; considerano l’ipotesi dell’esilio per Gheddafi; prendono i primi contatti con i ribelli; riposizionano le loro forze navali e aeree intorno alla Libia, e intanto congelano 30 miliardi di dollari che la Libia ha su conti americani. Queste le diverse azioni, da parte degli Stati Uniti, per venire a capo della crisi libica.

Anche la Cina ha lanciato oggi un appello sulla crisi libica: «È imperativo mettere fine alle violenze ed evitare nuove vittime in Libia», ha dichiarato Jiang Yu, portvoce del ministero degli Esteri di Pechino. Intanto, un convoglio umanitario organizzato dal regime di Gheddafi e composto da circa 40 camion che trasportano cibo, sacchi di farina e medicine, sta partendo da Gar Ben Gisher, località a una ventina di chilometri da Tripoli, diretto a Bengasi. L’operazione, salutata da migliaia di manifestanti pro-Gheddafi che sventolano bandiere verdi e inneggiano alla vittoria, sarebbe un tentativo di mediazione con i ribelli. Ai preparativi per la partenza del convoglio sovraintendono carri armati.

Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, e l’ambasciatore statunitense all’Onu, Susan Rice, hanno confermato che tra le opzioni sul tappeto vi è quella di imporre una no-fly zone sulla Libia, anche se per la Casa Bianca «è fondamentale prendere ogni decisione in accordo con gli alleati». L’opzione militare è prematura, ma è tra le opzioni ha detto la Rice, e gli Stati Uniti premono per una robusta risposta umanitaria. Da Washington — ha precisato il portavoce della Casa Bianca — sono stati presi i primi contatti con i gruppi ribelli in Libia.

Nello stesso tempo il sottosegretario al Tesoro, David Cohen, ha annunciato che, per effetto dell’ordine firmato venerdì scorso dal presidente, Barack Obama, sono stati bloccati già venerdì scorso 30 miliardi di dollari libici su conti americani. L’Amministrazione statunitense vuole fare in fretta. Ma vuole farlo di concerto con gli alleati. È fondamentale «che Gheddafi lasci subito e senza violenze», ha ribadito a Ginevra il segretario di Stato, Hillary Clinton. Perché per Washington quella in atto in Libia è una transizione irreversibile, il mondo è ispirato dal popolo libico e non bisogna perdere tempo. Poco importa che Gheddafi in un’intervista alla Abc abbia definito il presidente statunitense «una persona perbene ma male informata» e negato «di aver mai ordinato di sparare contro la sua gente». Per Washington mantenere alta la pressione su Gheddafi è un dato positivo, hanno detto al «New York Times» fonti del dipartimento di Stato. E proprio di questo si è parlato ieri in un incontro alla Casa Bianca tra Obama e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Nel colloquio, come ha riferito la rappresentante statunitense all’Onu, l’ipotesi no-fly zone è stata valutata «seriamente e attivamente». L’azione di Washington è duplice. Da un lato Hillary Clinton ha messo in chiaro che se le violenze non cessano un intervento militare non può essere escluso. Dall’altro lato il Pentagono ha annunciato di aver cominciato a riposizionare le sue forze armate navali e aeree attorno alla Libia. «I nostri strateghi sono al lavoro, abbiamo molti piani per far fronte all’emergenza» ha detto il portavoce del Pentagono, David Lapan.

Ma il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov — pur condannando Gheddafi perché «non è accettabile usare la forza militare contro civili come è successo in Libia» — ha sottolineato che i popoli della regione devono affrontare pacificamente senza ingerenze esterne i problemi scaturiti dalle rivolte nei Paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord.

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