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Credere profondamente
nell’architettura

· Il documentario «Mario Botta. Oltre lo spazio» ·

Giunge a Roma il documentario «Mario Botta. Oltre lo spazio», che dell’architetto — premio Ratzinger 2018 — dischiude molti segreti. Loretta Dalpozzo e Michèle Volonté, saldando perfettamente professionalità e sensibilità, col loro film indagano ciò che origina forme architettoniche note in tutto il mondo per qualità e rigore. C’è un uomo, con la propria voce, l’accento dei luoghi natali e i legami di una vita, che si rapporta alla grande storia e a continue sorprese. Lo si vede di spalle, in apertura, avanzare in silenzio — il rumore solo dei passi — nell’antica abbazia di Viboldone, alle porte di Milano. Lo spazio sacro della navata e la luce che inonda gli affreschi incontrano le linee contemporanee del coro monastico da lui disegnato. Nel film, che sarà proiettato il 30 ottobre presso la Pontificia Università Gregoriana in apertura dell’incontro tra il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, e lo stesso Botta, l’architetto appare anzitutto in un momento contemplativo. Le mani sul legno, lo sguardo verso l’alto, la voce a far sintesi di una lunga carriera: «Sei io potessi farei solamente sacro. Perché un uomo ha bisogno di uno spazio predisposto per la meditazione per la preghiera? Fare delle costruzioni legate a questo bisogno di andare sempre oltre il finito».

Il punto è dunque una ricerca giunta a maturità: non di fama, non di perfezione, ma di ordine, di senso, di luce. Brusco, ma voluto, il passaggio dal coro al cantiere, dal silenzio al rumore, dall’eterno al tempo. Perché Botta dimostra che un autentico sbilanciamento sull’“Oltre” si realizza solo se non cercato, privilegiando una fedeltà costante al concreto e al particolare. Due livelli del concreto il film, come la vita, intreccia: l’ordine dei legami e quello della professione. L’uno e l’altro, intessuti di dettagli, richiedono tempo e cura, maturano in quel continuo ricominciare che mai è ripetere. Anzitutto Maria, a fianco di Mario sin dalla primissima giovinezza e una rossa matita, per pensare disegnando: due costanti senza le quali il Botta che il mondo conosce non sarebbe tale.

Marito e moglie, mattinata invernale. Una porta che si apre; abbracci: «Ciao come stai? Siamo venuti a svegliarti». Nell’atelier di Giuliano Vangi, l’architetto osserva, si accovaccia, davanti ai bozzetti immagina già il rapporto tra opere d’arte e volumi della chiesa in costruzione in Corea del Sud. Il medesimo calarsi fisico nel progetto è immortalato nel laboratorio di Ivan Kunz, artigiano modellista, che da decenni materializza le idee dell’architetto. E che dice: «Ho visto tutta la sua evoluzione. Rimane fedele a forme semplici, che però messe insieme e scavate configurano una materia interna che solleva, quasi fosse qualcosa di magico». Vangi, Kunz, Botta: uomini che in totale confidenza dialogano, analizzano, studiano soluzioni, sorridono, si sollecitano vicendevolmente, discutono i tempi di realizzazione. Le urgenze della committenza, la lentezza dell’artista e dell’artigiano: Botta sa e incoraggia. Nel modello di legno pare immergersi incantato, quasi entrasse nella sua architettura, anticipando i tempi del cantiere.

«Il cantiere — confida l’architetto — ha sempre un’inerzia molto forte, perché prima è necessaria la programmazione, poi trovare i fondi, le imprese... E soprattutto lavorare all’estero comporta un grado di difficoltà maggiore, ma poi quello che sembrava un progetto del tutto impossibile avanza». Lo stupisce molto in Corea la vitalità della comunità cattolica: «Questo prete è riuscito a trovare i fondi per aprire il cantiere e ad avere anche la prospettiva di chiuderlo». Durante la dinastia Joseon, quando arrivò la Chiesa cattolica, ventimila persone furono uccise nelle persecuzioni. Alcuni martiri giacciono proprio dove ora sta sorgendo la grande chiesa di Botta: «È chiaro — continua l’architetto — che mettere un segno di fede e di umanità all’interno di un contesto che fu territorio di tragedie è un gesto che comporta responsabilità, perché si segnala un punto, una localizzazione particolare rispetto alla storia». Nevica, ma s’intravvedono una grande croce e gesti di pietà popolare. Un’altissima gru gialla gira sopra la pineta. Operai si scaldano a una stufa in cantiere. La comunità è trovata in preghiera. Il parroco: «Chiedo loro se possono rinunciare a una tazza di caffè per la Vergine Maria e così avere pietà dei nordcoreani, dedicando questi piccoli sacrifici alla riunificazione. Chi dona riceve una medaglia e una benedizione. Ventimila persone donano ogni mese 18 franchi. Hanno bisogno di andare oltre il materialismo, di uno spazio per lo spirito dove trovare pace e tranquillità. Voglio che questa chiesa sia un luogo di conforto per chi è esausto». La volontà del sacerdote asiatico intercetta perfettamente le convinzioni di Botta. I due dialogano in italiano e francese, con un interprete coreano. Si pongono il problema dell’iconografia. Osservano i bozzetti di Vangi — «Ha voluto portare il tempo di Gesù nel mondo attuale» — con reinterpretazioni di Giotto e Cimabue da inserire in un contesto altro, ma desideroso d’innestarsi nella storia del cristianesimo latino. Botta: «Vorrei sapere che cosa pensa di questa idea; ho bisogno che mi aiuti. Da solo non ne esco. Io penso che lei debba venire dall’artista: adesso vorrei un interlocutore, perché mi sembra di far violenza a scegliere io troppo. Altrimenti lei lavora come architetto e io come teologo: è un po’ troppo anche per me!». Confini, dunque. E incontri, contaminazioni.

Le intuizioni sorte in un architetto già affermato, sul finire degli anni Ottanta, attraversano ormai il globo e ridisegnano lo spazio sacro non solo cristiano. Il punto di partenza rimane però, consapevolmente, la propria matrice. D’altra parte ogni moschea rinvia all’impianto di antiche chiese bizantine: come trovare strano che l’architetto della cattedrale di Evry si possa cimentare con un luogo di culto islamico nella Cina in cui sorgono nuove gigantesche città? «È curioso come partendo da una tipologia apparentemente particolare e rara — quella del sacro — dentro una società secolarizzata, invece io abbia trovato le ragioni più profonde del mio mestiere stesso. La gravità, la luce come generatrice dello spazio, le mura come limite, ma anche percezione, oltre il limite, dell’infinito; la soglia, passaggio dal macrocosmo esterno a un microcosmo controllato dall’uomo. Tutti elementi di questa tipologia particolare, che offre all’architetto una storia millenaria». Botta la interpreta senza ripeterla, a vantaggio di nuove dinamiche spirituali e anche civili. Lo testimonia un committente venuto da Tel Aviv a bussare allo studio dell’architetto. Racconta Norbert Cymbalista: «È una storia divertente. Gli chiesi di venire in Israele e venne per un giorno. Lo svegliai alle sette di mattino in albergo: “Ok, andiamo a visitare una sinagoga!”. Entrati, dopo mezz’ora lì in piedi, Botta mi disse: “Ora possiamo andare”. Gli chiesi che cosa ne pensasse e mi rispose: “Adesso so come non costruire una sinagoga. Credimi: farò qualcosa di diverso”. Israele ha molti problemi già risolti, che si stanno risolvendo o che si risolveranno: quello militare, la pace con gli arabi, le difficoltà economiche. Ma c’è un problema che non so come si possa risolvere: il problema tra religiosi e laici». Di qui la decisione di affidare a Botta una sfida di ordine non solo teologico, ma culturale e politico. Religiosi e laici, continua Cymbalista, «non s’incontrano mai, perché abitano in aree diverse, frequentano asili, scuole e università diverse. Quindi ho pensato che, se il problema non è mai stato risolto alla base, si dovesse cominciare dall’alto: forse in un ambiente accademico persone di entrambe le parti avrebbero iniziato a parlarsi». Ed ecco il compito, eseguito magistralmente, di costruire una sinagoga che non stravolgesse l’identità laica dell’università di Tel Aviv. Assoluto equilibrio architettonico tra le due parti, con un luogo di culto per i religiosi connesso allo speculare centro culturale dei laici. L’atrio d’ingresso comune: un invito a riconoscersi.

D’altra parte — confessa nello studio di Mendrisio la figlia Giuditta — «mio padre nel disegno dello spazio sacro riesce a dare il meglio di sé. Il perché non lo so. Forse perché gli spazi sacri dialogano con la luce, sono meno legati alla funzionalità stretta, quindi danno all’architetto maggiore libertà d’espressione».

I nipoti dell’architetto giocano e si rincorrono tra i venti tavoli di lavoro, mentre Mario si curva col figlio Tommaso su nuovi disegni. Tre figli: «Lui ha fatto il suo lavoro, le sue scelte e noi non siamo mai stati spinti a scegliere la sua professione. Sì, forse abbiamo studiato tutti architettura per cercare un avvicinamento: anche se presente lui era infatti molto occupato». Una piccola nipote, matita in mano, disegna. Giuditta osserva: «Questo mondo di papà è sempre stato un mondo un po’ fantastico, pieno d’incontri, di personaggi, di entusiasmo, di gioia, di esperienze, per cui lui non deve sentirsi responsabile di averci tutti in studio: noi abbiamo fatto le nostre scelte». La moglie sfoglia l’album di famiglia, dove amore, studio, lavoro si rincorrono sin dalla prima ora. Venezia, 1970, con Carlo Scarpa Louis Kahn. Maria: «Nel 1968 la facoltà di architettura era occupata. Mario non sopporta non far niente. Allora mi dice: “Noi ci sposiamo così quel mestiere è fatto!”. Eppure sono 50 anni! È stato bello, un sogno, passa troppo in fretta. E adesso la domanda è: come abbiamo fatto a vivere tutto questo? Sono molto contenta quando Mario parla del sacro o gli propongono di fare una chiesa. Anche se lui non lo dimostra, trovo sia una direzione che prende molto volentieri. Lui dice sempre che lo fa per lo spazio, da architetto, ma io penso conti anche la sua educazione: lui ha studiato alla Scuola Beato Angelico di Milano, poi è stato accompagnato da una personalità come don Oliviero che è stato davvero la chiave della sua vita». Proprio l’anziano parroco di Genestrerio porta una delle più commoventi testimonianze: «Mi viene in mente un ragazzino molto intelligente. Un ragazzino che sapeva disegnare, già allora gustoso d’arte: aveva un certo culto per le chiese, vedendole disegnate». La canonica in cui vive li lega ancora: «Era stata allargata la strada e bisognava rifare la casa parrocchiale e allora io ho pensato subito a Mario Botta, che non era ancora architetto ma disegnatore tecnico alla Carloni e l’ho forzato, perché volevo una persona del posto. Non ho avuto opposizioni radicali. Erano più forti le resistenze perché giovane. Ma se non mandiamo avanti i giovani chi mandiamo avanti?». Ricorda l’architetto: «È il parroco arrivato quando ero bambino. Gli ho fatto il chierichetto ed era un intellettuale molto attento, molto curioso, molto critico anche rispetto alla gerarchia ecclesiale che gli stava attorno. Un uomo quindi capace di tollerare, di accettare, di riconoscere il diverso. E per me è stato importante. Con mia madre si andava in chiesa e quindi le prime grandi emozioni della scoperta della vita sono maturate all’interno della chiesa stessa. Io non ho mai voluto giustificare il mio lavoro professionale con il problema della mia fede». Al maestro s’inceppa qui la parola in un fremito di emozione. «La mia fede mi appartiene ed è misteriosissima e quindi non posso fare una relazione diretta con la professione e credo sia sbagliato farla. La fede nel proprio lavoro è importante, ma non bisogna confonderla con la fede della propria anima. Bisogna, per fare una chiesa ben fatta, o una sinagoga, o altri edifici di culto, credere profondamente nell’architettura».

Questo documentario ha il coraggio di narrare una storia senza volerla chiudere, indicandone l’interna energia, come un misterioso fuoco. Chi mercoledì all’Università Gregoriana si siederà come spettatore, probabilmente alla fine si alzerà come attore. Il primordiale gesto di disegnare un perimetro sul terreno, tanto presente nel pensiero di Mario Botta, rinvia a un modificare la realtà per cui il Creatore ci ha fatto spazio. Oltre lo spazio c’è un Mistero che impegna ciascuno a tracciare il proprio segno, a dire la propria parola.

di Sergio Massironi

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19 novembre 2019

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