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Costruirsi un tesoro
in cielo

· ​Poveri, ricchezza e aldilà nell’ultimo libro di Peter Brown ·

Quando finisce l’antichità e quando inizia il Medioevo? È una domanda che molti storici si sono posta, e che non si può liquidare solo con un generico riferimento al passaggio dal paganesimo al cristianesimo perché, come ci spiega Peter Brown nel suo ultimo libro, Il riscatto dell’anima (Torino, Einaudi, 2016, pagine xv-245, euro 30), il cristianesimo stesso ha subìto molte trasformazioni. Soprattutto per quanto riguarda la visione della morte e dell’aldilà, dove si passa da una immaginazione ancora fortemente influenzata dalla cultura pagana alla nuova visione cristiana nata nei monasteri. Lo scrive Lucetta Scaraffia aggiungendo che mentre ancora nei cimiteri del IV secolo ci sono lapidi in cui i vivi tessono le lodi del defunto e lo immaginano proiettato fra le stelle, in quelle della metà del VII secolo il morto stesso, consapevole dei suoi molti peccati, prende la parola per chiedere ai vivi di pregare per lui. «L’idea che i credenti potessero fare qualcosa per i trapassati — scrive Brown — concedeva al credente medio la sensazione tanto desiderata di un possibile intervento da parte sua, ma è proprio in questo legame essenziale tra la vita e la morte che possiamo percepire la pressione silenziosa di un’intera società».

Il convento benedettino di Subiaco

L’idea diffusa nel mondo cristiano era che con le elemosine ci si potesse costruire un tesoro in cielo, per sé e per i propri cari, concetto particolarmente avvincente perchè offriva la possibilità di unire due realtà apparentemente inconciliabili. Elemosine e preghiere d’intercessione, dunque, testimoniano «una vera e propria lotta volta a congiungere potenti entità fra loro inconciliabili e incompatibili: Dio e l’uomo, il cielo e la terra, i ricchi e i poveri, i vivi e i morti».

Nella Gallia dove stavano nascendo i primi e grandi monasteri i predicatori cominciarono a diffondere l’idea che al momento della morte l’anima sarebbe stata contesa fra demoni spietati e angeli, creando così un senso di pericolo ultraterreno che contribuì a far arrivare donazioni imponenti ai monasteri, dove i monaci erano incaricati delle preghiere di intercessione. E le sepolture intorno alle tombe dei santi si diffusero sempre di più, soprattutto fra quelli che potevano permetterselo, perché davano l’idea di una protezione immediata per il destino dell’anima.

La discesa in Gallia del monaco irlandese Colombano, portatore di un progetto monastico ispirato a grande severità, segnò una profonda rivoluzione spirituale. Giovani aristocratici di ambo i sessi correvano ad abbracciare una dura vita monastica, così numerosi da influenzare anche la vita di corte, creando così un rapporto simbiotico fra la santità di monasteri e la vita laica dei loro protettori. I monaci, che vivevano in una rigida povertà per scelta, venivano così a sostituire i poveri come intercessori per eccellenza. Questi monasteri costituivano come delle «centrali elettriche di preghiera» che garantivano ai loro mecenati una morte tranquilla.

L’agile scrittura di Peter Brown rende questo libro appassionante, mentre la possibilità di un legame fra poveri, ricchezza e aldilà suggerisce molte riflessioni sulla società di oggi, su una Chiesa che sta riportando l’attenzione sui poveri sollevandoli però dal ruolo di intermediari con Dio per la salvezza dell’anima che la tradizione aveva loro attribuito. Le dure critiche dei protestanti nei confronti della pratica delle indulgenze hanno sicuramente contribuito a spezzare il legame fra elemosina e espiazione, spiritualizzando la carità. Ma privando i fedeli di un legame concreto, comprensibile, con l’aldilà, che infatti è quasi scomparso dal nostro orizzonte culturale.

di Lucetta Scaraffia

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20 agosto 2019

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