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Per costruire
un futuro di pace

· Dentro una lunga storia di santità, ma senza nostalgia del passato ·

Una giornata molto intensa la prima del viaggio del Santo Padre in Bulgaria, ieri domenica 5 maggio. Diversi incontri e ben quattro tra discorsi, saluti e omelie. Tre punti, tra i molti interessanti, meritano una riflessione: l’ecumenismo, la nostalgia, l’amore.

L’ecumenismo: è, insieme alla pace, il primo motivo e il senso ultimo del viaggio in due terre-ponte come la Bulgaria e la Macedonia del Nord. In queste nazioni crocevia tra est e ovest il Pontefice viene a fare quello che il suo titolo promette, un’impresa difficile. Nel saluto iniziale alle autorità, nella piazza intitolata a Atanas Burov perseguitato dal regime comunista, il presidente della Bulgaria, Rume Radev, ha sottolineato che per quanto sia facile innalzare muri, è invece altrettanto faticoso costruire ponti. È un’impresa che costa, a volte in modo estremo. «Quanti cristiani in questo paese hanno patito sofferenze per il nome di Gesù» ha esclamato il Papa «in particolare durante la persecuzione del secolo scorso! L’ecumenismo del sangue!». Questo è il primo dei tre ecumenismi indicati dal Papa nel discorso al patriarca Neofit e al santo Sinodo della Chiesa ortodossa, che insieme all’ecumenismo del povero e a quello della missione costituisce una via concreta per la pace che resta l’orizzonte che muove questo come tutti gli altri viaggi di Papa Francesco.

Per illustrare l’ecumenismo del povero il Papa ha ricordato Angelo Roncalli, chiamato il “Papa bulgaro” per la sua lunga permanenza come Delegato Apostolico in questa nazione a metà degli anni ’20, un periodo di circa dieci anni caratterizzato dalla sua accoglienza verso gli ultimi e i bisognosi. Il terzo ecumenismo indicato dal Papa è quello della missione e l’esempio citato in questo caso è quello dei grandi santi missionari Cirillo e Metodio, i due fratelli di Tessalonica elevati nel 1980 co-patroni dell’Europa insieme a san Benedetto e sul loro esempio «anche noi siamo chiamati ad essere artefici di comunione, strumenti di pace nel nome di Gesù».

Il secondo è un tema particolare, la nostalgia, che il Papa ha affrontato in due modi e momenti diversi, perché c’è una nostalgia che non è buona, la “nostalgia del passato” simboleggiata dalle reti di Pietro. Nell’omelia della messa per la terza domenica di Pasqua, il Papa ha commentato il passo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù risorto ritorna dagli apostoli per chiamarli di nuovo alla missione e li ritrova lì, nella stessa situazione in cui li aveva incontrarti anni prima, accanto alle reti, come se nulla fosse accaduto, tornati alla solita vita di sempre, presi dalla logica del “si è sempre fatto così”. È la tentazione che nasce, dice il Papa, dalla «psicologia del sepolcro che tinge tutto di rassegnazione» che corrode ogni speranza. Contro questa nostalgia Gesù viene incontro con un amore sorprendente che smuove e rinnova la vita di chi è disposto ad ascoltarlo. Una nostalgia negativa quindi, ma esiste anche una nostalgia buona, una nostalgia non del passato ma del futuro. Ne ha fatto un breve cenno il Papa nel discorso al Santo Sinodo rivelando di provare nel cuore qui in terra bulgara sulle orme di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, «la nostalgia del fratello, quella salutare nostalgia per l’unità tra i figli dello stesso Padre». Quell’unità è il destino a cui gli uomini sono chiamati, è di quel futuro che è giusto e sano provare nostalgia. Una nostalgia che spinge all’azione concreta nel presente verso i fratelli.

Infine l’amore, già riconoscibile in questa nostalgia del fratello. Dio sorprende, dice il Papa, «perché Dio ama. L’amore è il suo linguaggio. Perciò chiede a Pietro e a noi di sintonizzarsi sulla stessa lingua “Mi ami?”». Mentre Francesco pronunciava queste parole, in italiano, i 14.000 presenti potevano vedere le immagini del Papa sul maxischermo con in basso, a mo’ di sottotitoli, il testo tradotto nella lingua bulgara. Quella stessa folla che ha riempito la grande piazza Alexandar I ha potuto vedere al termine della messa il dialogo tra la folla dei giovani e il Papa e l’intenso abbraccio che c’è stato tra il Vicario di Cristo e un giovane ragazzo disabile e non sono serviti i sottotitoli sul video, perché era il linguaggio dell’amore.

Quell’amore che ha un unico nemico, la paura. Ecco perché il Papa ha voluto chiudere la sua omelia con un’esortazione al coraggio della santità: «Non abbiate paura di essere i santi di cui questa terra ha bisogno, una santità che non vi toglierà forza, vita o gioia».

Vengono in mente le parole conclusive di un’altra omelia, di 14 anni fa, quando Benedetto XVI il 24 aprile 2005, appena eletto successore di Pietro, invitava i cristiani a non avere paura perché «chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla — assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande [...]. Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto». La santità non toglie nulla ma anzi permette di vedere già incarnato oggi quel destino a cui siamo chiamati sin dall’origine dei tempi: «una santità che non vi toglierà forza, vita o gioia» ha ripetuto concludendo il Papa, «anzi, proprio al contrario, perché giungerete voi e i figli di questa terra ad essere quello che il Padre sognò quando vi creò».

Andrea Monda

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