Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Costruire case per i poveri

· Dallo Sri Lanka in attesa di Papa Francesco ·

A quasi duemila metri sul livello del mare, Nuwara Eliya è la città più elevata dello Sri Lanka. Fu fondata dai britannici nell’Ottocento e oggi a rievocare quel passato vittoriano resta un campo da golf, un grazioso laghetto per le gite in barca e degli splendidi hotel. È proprio in questa cittadina che un gruppo di suore ha da poco avviato un laboratorio dove si fabbricano borse di diverse taglie e stili.

Il tessuto che utilizzano è la juta. Vi lavorano sedici giovani ragazze. Dietro il progetto non c’è solo una ragione ecologista — eradicare nel loro piccolo le irriciclabili borse di plastica — ma soprattutto occupazionale: «Se non lavorassi qui non saprei cos’altro fare!», esclama una delle giovani madri impiegate. Siamo all’interno del grande convento costruito più di cento anni fa dalle suore del Buon Pastore, che comprende anche una scuola, un dormitorio e una mensa.

A guidarmi è la superiora suor John, una donna dalla corporatura robusta, lunghi capelli grigi e, dietro un paio di solidi occhiali da vista, uno sguardo autorevole. L’idea di un centro per il cucito è venuta a lei. Ma l’officina delle borse di juta è solo uno dei progetti della congregazione che vanno nella direzione di favorire lo sviluppo della comunità locale. Il più ambizioso è quello di realizzare case per i poveri.

«Dopo aver visitato i poveri nella periferia di Nuwara Eliya, ho capito che molti dei problemi psico-sociali che affliggono tante famiglie indigenti sono associati proprio al fatto di vivere in alloggi inadeguati» racconta suor John, mentre tira fuori da una scatola di cartone delle fotografie di qualche anno fa. Mi mostra i siti su cui hanno lavorato: l’idea da cui il progetto è partito era quella di riconvertire in vere e proprie abitazioni quegli alloggi improvvisati, che poi altro non sono che quattro tavole di legno tenute assieme da chiodi battuti di traverso. Questi alloggi costituiscono una buona parte delle dimore alla periferia di Nuwara Eliya.

«ll padre di una sorella della nostra congregazione è venuto a parlarmi di Habitat Humanity, organizzazione che lavora per costruire case per i poveri. Mi disse, perché non li inviti a darti una mano? E io seguii il consiglio. Vennero e ci spiegarono nei dettagli il piano di lavoro. Ero soddisfatta. Così abbiamo cominciato subito» dice suor John, che all’inizio aveva provato da sola a costruire una casa con dei fondi messi assieme dalla sorella in Germania. Ma ben presto in quella nuova abitazione cominciò a pioverci dentro: suor John comprese che da sola non ce l’avrebbe mai fatta. Bisognava inventarsi qualcosa. Così è partito l’housing project.

«I risultati sono stati straordinari. Centosessanta case in soli cinque anni» afferma la religiosa, mentre punta il dito con fierezza sulle foto che ritraggono le nuove abitazioni.

Se a finanziare l’opera era la ong, è stato però introdotto un sistema per coinvolgere le famiglie direttamente. Sono stati creati dei gruppi composti da dodici nuclei familiari. Ogni gruppo doveva risparmiare una cifra prestabilita ogni mese per contribuire con quella alla costruzione di una casa fino al completamento delle dodici abitazioni.

«Noi diciamo sempre: lavora duro per la tua casa e sarai sempre orgoglioso di averla costruita con i tuoi sforzi e il tuo sudore. Per questo è importante che le famiglie partecipino alla costruzione. Abbiamo iniziato con le case che si trovavano nello stato peggiore. La prima fase riguardava la costruzione di due camere; finite queste, le strutture erano già abitabili, e solo poi si costruivano le ultime due camere, in modo da consentire a tutti di avere un primo alloggio essenziale nel minor tempo possibile».

Suor John fa l’esempio della casa costruita per Rita, trent’anni e tre figlie. Il marito lavora in una fabbrica di riparazioni di elettrodomestici mentre lei tiene la cassa per l’officina delle borse di juta. Prima dell’intervento di re-styling sulla sua dimora, Rita con la sua famiglia viveva in una baracca di fortuna, con un telo di plastica per tetto; durante la stagione delle piogge si trasformava in una pozza invivibile di acqua e fango. Ora abitano in una casa vera, fatta di mattoni e di un solido tetto di tegola. L’acqua non penetra più e Maria può sognare all’asciutto.

Ma ci sono famiglie in condizioni peggiori. Come quella di Riccardo, che non può più lavorare perché per anni ha fatto il facchino — o meglio lo scaricatore, un lavoro molto comune da queste parti — portando enormi pesi sulle spalle e ora si ritrova con le ginocchia distrutte. La moglie lavorava saltuariamente come babysitter e prima di incontrare suor John vivevano in un tugurio di legno, sempre fradicio. «Qui piove metà giorni dell’anno» sottolinea la suora. Adesso Riccardo e la famiglia vivono in una casa modesta ma confortevole e in più grazie a un sistema di prestiti agevolati, sempre organizzati dalla congregazione del Buon Pastore, possono coltivare ortaggi nel proprio giardino che soddisfano gran parte del loro fabbisogno alimentare giornaliero.

«È un’esperienza che cambia la vita quella di abitare in una casa nuova dopo che per anni si è vissuto in un tugurio» commenta suor John che ha inaugurato lei stessa l’inizio del progetto innalzando, spatola alla mano, la prima fila di mattoni. «Una volta terminata la costruzione vengono celebrati dei riti locali, riso e cocco vengono sparsi sul terreno come da tradizione. Ma per i cattolici ci sono io che porto l’acqua benedetta» mi dice la sorella che però ci tiene ad aggiungere che il progetto non è orientato ai soli nuclei cattolici.

Sono curioso di visitare una di queste nuove abitazioni. Fuori piove a dirotto. Saliamo su un furgoncino. Risaliamo un terreno ripido e strettissimo mentre l’acqua scorre in pendenza prendendo la consistenza di un piccolo torrente. Alla nostra sinistra compare la bella e nuova abitazione. Entriamo in casa e noto immediatamente che dal soffitto pende un piccolo vaso. Mi spiegano che si tratta di un simbolo di prosperità: il vaso è riempito di riso, curry e altre spezie: ogni famiglia ne appende uno simile nel soggiorno. Per questa gente, al limite della povertà assoluta, possedere una casa è sempre stato un lusso, ma che non manchi il cibo è una preoccupazione costante. Non è un caso che le famiglie a cui il progetto housing è dedicato non abbiano mai avuto la proprietà della terra sulla quale hanno risieduto per tanti anni.

«Solo ora abbiamo avuto la garanzia dal sindaco che quelle terre non verranno richieste indietro dal comune» mi dice suor John, che aggiunge: «È una grande vittoria. Ora potremo costruire su quei terreni senza la paura che un giorno chi andrà a viverci verrà sfrattato».

di Cristian Martini Grimaldi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE