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Costantino e la conversione

· Pubblicati gli atti di un convegno milanese ·

Con qualche anno di ritardo sulle celebrazioni del 2013 è finalmente uscito il volume (Roma, Bulzoni editore, 2017, pagine 592, euro 50) contenente gli atti del convegno su Costantino promosso dalle due università milanesi (Cattolica e Statale) e dall’Accademia Ambrosiana in collaborazione con la Pontificia accademia di scienze storiche: esso comprende 27 contributi divisi in tre sezioni, dedicate rispettivamente al testo e al valore dell’Editto di Milano, al suo contesto, cioè ai rapporti tra Chiesa e Impero sotto Costantino e lungo l’intero IV secolo, e infine alla fortuna medievale e moderna della figura di Costantino e della “Chiesa costantiniana”, per richiamare una definizione tanto appunto fortunata quanto impropria. Questa pubblicazione appare davvero significativa per fare il punto sullo stato attuale delle ricerche su Costantino, giacché dai lavori del convegno sono emerse conferme e novità non trascurabili.

Icona di Manuel Panselinos  raffigurante l’imperatore Costantino (XIII secolo)

Tra gli altri, Ignazio Tantillo ha studiato materiale epigrafico, riletto o inedito, proveniente dall’Africa e certamente databile tra il 312 e il 313, che contiene il cristogramma: siccome si tratta di testi ufficiali e pubblici come i miliarii, è impensabile che il magistrato locale vi apponesse tale simbolo senza averne ricevuto l’indicazione da Costantino stesso, recente vincitore a Ponte Milvio; perciò Lattanzio è esatto, quando riferisce che il cristogramma fu apposto sugli scudi dei capireparto prima della decisiva battaglia contro Massenzio, e soprattutto non si può interpretare tale segno come un simbolo magico adottato in occasione di uno scontro militare: se Costantino volle che il cristogramma apparisse sui miliarii africani, non poteva non rendersi conto che sarebbe stato interpretato come un simbolo cristiano, ma evidentemente intendeva che così venisse interpretato.

Il riesame linguistico e contenutistico dell’Editto di Milano, condotto soprattutto da Noel Lenski, induce a confermarne la storicità e dunque a ribaltare un luogo comune risalente alla fine del XIX secolo; il ruolo di Costantino nella redazione del testo sembra rilevante, non solo nella seconda parte, dove ci si preoccupa di restituire alla Chiesa i beni espropriati durante la recente persecuzione e si indicano i vescovi come gli unici interlocutori riconosciuti dal governo in questa delicata questione economico-giuridica, ma specialmente nella prima parte, dove si riscrive l’editto di Galerio; costui aveva appena riconosciuto la liceità della religione cristiana, ma ancora la qualificava come “follia”, mentre ora si concede a tutti, imperatore compreso, la libertà di scegliersi il proprio dio: l’imperatore stesso era, in quanto tale, pontefice massimo di Giove e quindi la precisazione che non era più tenuto a credere nello stesso Giove è il più chiaro indizio che Costantino voleva essere anch’egli libero di credere in Cristo.

L’anno dopo, nel 314, Costantino promosse il concilio di Arles, che condannò in via definitiva l’eresia donatista; la lettera da lui inviata nell’occasione ai padri conciliari è stata a lungo sospettata di manipolazione, perché pareva impossibile che già allora l’imperatore avesse maturato una fede cristiana così consapevole. In realtà un più sereno riesame conferma non solo l’autenticità, ma anche lo “spirito” costantiniano del documento: Costantino attende il giudizio dei vescovi sulla questione donatista come fosse l’autentico giudizio di Dio e qui noi ritroviamo tutta la quasi commovente fiducia dell’imperatore nella gerarchia ecclesiastica già manifestata nell’Editto di Milano.

Proprio perché i vescovi erano secondo lui i degni rappresentanti di Cristo in terra, egli poté definirsi «vescovo di coloro che sono al di fuori della Chiesa», cioè di quei sudditi pagani, per i quali egli si sentiva in dovere di svolgere il ruolo equivalente a quello dei presuli cristiani per i loro fedeli.

Quando molti anni dopo, verso la fine del suo lunghissimo regno, Costantino rievocò al vescovo e storico Eusebio di Cesarea la visione avuta nel 311 in Gallia, è certo possibile che egli la rileggesse col senno di poi, in base agli straordinari successi ottenuti in seguito alla sua scelta religiosa; tuttavia un particolare non sembra revocabile in dubbio: egli disse che, per intendere il senso della visione, si era rivolto ad alcuni vescovi della zona e che questi avevano cominciato a introdurlo al cristianesimo a partire dalla dottrina dell’incarnazione.

Fu dunque l’incontro con sacerdoti di retta dottrina ed elevata spiritualità, che si sono potuti identificare in Materno di Colonia, Reticio di Autun e Marino di Arles, a convertire Costantino; questi era già cristiano e dotato di conoscenze non superficiali sui contenuti della religione cristiana, quando scese in Italia nel 312; una scelta religiosa recente, ma non recentissima e tantomeno emotiva spiega le sue iniziative degli anni successivi e in particolare il suo coinvolgimento in una questione squisitamente ecclesiastica come l’eresia donatista.

La celebre tesi di Jacob Burckhardt, talvolta ancora ripetuta in ambienti evangelici, secondo cui Costantino si fece cristiano per allearsi con la Chiesa e quindi per motivi di utilitarismo politico, va così ribaltata: Costantino si convertì per motivi religiosi e poi mise queste sue nuove convinzioni al servizio della sua azione di governo volta a restaurare e perpetuare la grandezza dell’impero romano.

di Giuseppe Zecchini

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15 novembre 2019

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