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Quando le Quaresime erano lunghe

· Ricordi di una Settimana santa toscana ·

Quando ero bambina e giovanetta, le Quaresime sembravano molto lunghe. Non credo che ciò avvenisse perché allora la Quaresima era veramente un periodo austero e, salvo il breve respiro gaio della domenica di «mezza quaresima» era completamente spoglio di divertimenti, mentre oggi tutto l’anno sembra Carnevale. Noi avevamo abbastanza fantasia da divertirci da soli, senza bisogno di essere divertiti da rumorose occasioni esterne. Ma c’era il detto dei grandi «lungo come la Quaresima», e c’erano i nostri ritmi biologici, per cui più si è giovani, più il tempo sembra favolosamente lungo. 

Veduta di San Miniato al Monte (Toscana)

Le ricordo lunghe, dunque, le Quaresime del mio lontano passato, ma anche molto belle. Parte di quel passaggio di stagione, da un inverno capace di riservare ancora qualche sorpresa, ma ormai intimamente rabbonito, ed il primo presagio e poi lo schiudersi della primavera, io la vivevo in campagna, dove abitavano i miei nonni paterni. Ricordo con un particolare incanto le Rogazioni, che ora non si fanno più, ed erano legate alle Tempora di primavera (le Quattro Tempora — quattro settimane, una per stagione, in cui c’erano tre giorni particolari di preghiera — sono ormai scomparse, come la civiltà contadina nella cui cornice s’inserivano). Le Rogazioni erano una processione che si faceva per la campagna di prima mattina, dietro al prete che passava per stradine sterrate e viottoli, a benedire i campi.
L’aria era fresca e pura, il cielo, che non conosceva inquinamenti, aveva quel tenerissimo azzurro che è, o era, proprio di certe zone della Toscana, lungo le viottole crescevano i primi fiori spontanei, gli alberi mettevano le prime gemme e gli uccelli cantavano allegramente. Anche le persone in processione cantavano — non ricordo più che cosa, ma quell’uscita mattutina per la benedizione dei campi lasciava un senso di letizia, anche se il canto probabilmente, era stato penitenziale.
Nella mia famiglia si raccontava di un certo prete Martino, vissuto non si sapeva bene quando, che aveva il potere di farsi venire dietro, dai campi, gli animali nocivi, come per esempio le talpe, che s’incamminavano dietro di lui come al pifferaio della favola, e andavano poi a una destinazione coatta che lui gli aveva assegnata. L’indeterminatezza che avvolgeva il prete Martino mi fa pensare oggi che fosse anche lui un personaggio di favola, ma allora fantasticavo su quel suo potere, e mi domandavo se sarebbe toccato anche a me di vedere un prodigio del genere, durante le nostre semplici processioni. Tutto sommato, preferivo che non avvenisse, perché mi avrebbe molto spaventata esser seguita, sia pure pacificamente, da una colonna di talpe.
Ma la Quaresima diventava sempre più bella via via che si avvicinava alla fine culminando nella Settimana Santa. I miei ricordi giovanili della Settimana Santa si biforcano; perché a volte la passavo in campagna e a volte la passavo a Firenze. In campagna c’erano delle funzioni molto belle nella Pieve di Fagna, dove convergeva una popolazione contadina allora molto numerosa. Durante i riti liturgici, erano solo gli uomini a cantare, in un latino storpiato ed in un gregoriano che si prendeva forse qualche involontaria licenza, ma in un modo indicibilmente suggestivo, con voci profonde e un po’ rauche, che corrispondevano perfettamente alle loro fisionomie, segnate dalle fatiche della terra e alle loro mani brune e callose.
Pensavo che dovevano somigliare ai compagni di Gesù, ai poveri di Galilea: anche loro avranno avuto certamente visi come quelli e voci come quelle che smuovevano qualcosa in fondo al cuore e vibravano a lungo. Il momento culminante era quando intonavano il Vexilla regis (da loro chiamato la Vessilla) dove le parole latine, non importa se un po’ sformate, si saldavano così intimamente alla dolorosa melodia che si stampava nell’anima la comparsa della Croce. Anche il canto, responsoriale, degli «Improperia» creava un’emozione che non ho mai dimenticato.
Quando per la Settimana Santa ero invece a Firenze, avevo, per le funzioni liturgiche, un’altra mèta, di pari, sebbene diversa suggestione. Salivo con la mia mamma a San Miniato al Monte, officiata da una comunità, allora numerosa, di monaci benedettini. Lì il gregoriano ci veniva proposto nella sua forma più esatta e pura (ho sentito qualcosa di simile in una trasmissione della Radio Vaticana dedicata all’Abbazia di Solesmes) e la straordinaria bellezza ed austerità della chiesa, uno dei più assoluti gioielli del romanico fiorentino, sanciva l’unione di architettura e musica, quasi l’una fosse il rispecchiamento o addirittura l’incarnazione dell’altra in una diversa arte, mentre l’afflato di preghiera che le aveva ispirate tutte e due, venendo di lontano per andare lontano, continuava a percorrerlo, insieme umile e maestoso.
La salita e la discesa che mia madre ed io facevamo a piedi, passando dal Monte alle Croci, erano anch’esse piene d’incanto; un incanto sempre mattutino, perché allora gli orari delle funzioni erano esattamente l’inverso degli orari attuali: quello che ora si fa la sera, allora si faceva la mattina e viceversa. So che l’orario odierno è più fedele a quello dei primordi della Chiesa, ma per me, vecchia e stanca, è diventato molto più difficile partecipare a quei riti, e sarà forse anche per questo che ricordo con tanta vividezza quelle lontane e solari immagini della mia adolescenza.
La più solare veniva il Sabato Santo, con la messa, lo scrosciare del «Gloria» e il tripudio delle campane nel pieno fulgore di mezzogiorno. C’erano delle ingenue credenze popolari, legate a quel momento, e anche quelle ricordo con tenerezza. Chi restava in casa, correva ad aprire tutte le cannelle, quando si scioglievano le campane, credendo che l’acqua che ne usciva sarebbe stata acqua benedetta; e con quella si faceva il segno della croce. E chi aveva dei bimbi piccini li poneva in terra e sorreggendoli sotto le ascelle faceva far loro qualche piccolo passo; perché quei piccoli passi simbolici, fatti durante lo scampanio di risurrezione avrebbero affrettato il momento in cui il piccino avrebbe camminato veramente e sarebbero stati di buon augurio per tutti i passi da porre poi sul cammino della vita.
La domenica di Pasqua stabilizzava la gioia: «Sì, il Signore è veramente risorto!». Confermati nella fede, si riprendeva il corso ordinario dell’anno; ma con un senso di elevazione, come su un grande altipiano. Se il Signore della vita, dopo avere traversato la morte, regna vivo, come dice la Sequenza Pasquale, anche i fedeli che seguono le Sue orme, dalla croce alla luce, parteciperanno alla Sua stessa vittoria.

di Margherita Guidacci

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