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Così morì il pastore Bonhoeffer

· Testimoni di fede e libertà nei lager nazisti ·

«Soltanto chi prega può ancora riuscire / ad arrestare la spada alzata sulle nostre teste, / a strappare questo mondo alle potenze dominanti / con una giustificazione di vita»: questi versi, composti in clandestinità, sono di Reinhold Schneider, un intellettuale evangelico condannato al silenzio dal nazismo. La preghiera di tanti testimoni, non soltanto cattolici, contribuirà a sconfiggere il nazismo, quel «peccato contro Dio e l'umanità» denunciato da Giovanni Paolo II, e farà maturare i semi di un ritrovato ecumenismo.

I lager hanno prodotto una schiera di confessori, anche protestanti: dei beati e santi tedeschi abbiamo scritto in occasione della canonizzazione a Münster, domenica 19 settembre, di Gerhard Hirschfelder; ma altri, da numerose nazioni, arricchiscono la storia del mondo. È viva la memoria di alcuni di quei martiri: il polacco padre Massimiliano Kolbe, l'olandese Titus Brandsma, l'austriaco Franz Jaegerstaetter. Ma è necessario ricordare il nutrito manipolo di testimoni polacchi che si affianca a quelli di lingua tedesca, austriaci e altoatesini (rammentiamo la figura di Josef Mayr-Nusser, dell'Azione cattolica bolzanina) e dell'est europeo, al gruppo degli italiani, i servi di Dio Giovanni Palatucci e don Giuseppe Girotti, per i quali, insieme con Teresio Olivelli e Odoardo Focherini, seguono il loro corso le ricognizioni canoniche. Le testimonianze più significative, anche nelle degradate condizioni dei lager, consistevano nella capacità di fattiva compassione verso i compagni di sofferenze, di perdono nei confronti degli aguzzini, di costanza nella preghiera, di permanente speranza.

Un frutto meraviglioso dello spirito fu la rinascita, alimentata dalla prova comune, della vocazione ecumenica già presente nel dialogo ad alto livello teologico del cattolico Romano Guardini con il protestante Karl Barth. Nei lager quello spirito di appartenenza a Cristo trovò appunto nel dolore un terreno fertile dal quale nasceranno iniziative di solidarietà e di reciproco ascolto e aiuto. Una delle più note vittime del nazismo, James von Moltke — protestante, animatore del «Circolo di Kreisau» di opposizione al nazismo e i cui membri furono decimati dalla repressione seguita all'attentato a Hitler del luglio 1944 — scriveva nel suo diario: «Le Chiese in questo periodo hanno compiuto cose grandiose. Alcune prediche di eminenti vescovi cattolici come pure protestanti sono conosciute all'estero (...) Ma la cosa più importante è la continua evoluzione, e cioè che l'intero clero, quasi senza eccezioni nonostante l'intensa propaganda e la pressione che viene esercitata su di esso, ha mantenuto intatti i grandi principii».

Non va dimenticato come il regime avesse l'intenzione, a conflitto finito, di fare una volta per tutte i conti con le Chiese. Nelle conversazioni private, registrate da Martin Bormann, un fedelissimo di Hitler, questi aveva detto: «La guerra arriverà a concludersi e io avrò, nel risolvere il problema della Chiesa, l'ultimo grande obiettivo della mia vita». E lo stesso Bormann, in una circolare riservata del 1942, aveva scritto che le Chiese cristiane si consideravano nemiche del nazismo; aggiungeva quindi: «Devono essere eliminate tutte le istituzioni che esercitano in qualche modo un controllo del popolo e potrebbero ostacolare o addirittura diminuire l'influenza che spetta in modo esclusivo al Führer con il sostegno del partito nazionalsocialista».

Dello sterminio, abbiamo detto, rimasero vittime significative figure del protestantesimo tedesco, come i pastori luterani Dietrich Bonhoeffer, Paul Schneider, Justus Perel assassinati dai nazisti. Bonhoeffer era stato l'animatore della «Chiesa confessante», cioè di quella parte del luteranesimo tedesco che respingeva l'ideologia hitleriana, contestando le pretese del regime di nazificare la sua Chiesa e di introdurre nei suoi statuti il «paragrafo ariano». Si era battuto contro l'assurdità dell'antisemitismo, «un fatto — scriveva — unico nella storia, per cui l'ebreo, indipendentemente dalla sua religione e soltanto per la sua razza, viene sottoposto dallo Stato a un diritto speciale». Fu arrestato nel 1943 e, dopo due anni di peregrinazioni da un carcere all'altro, impiccato nel campo di Flossenbuerg, poche settimane prima della fine della guerra.

Uno dei medici del Lager, dieci anni più tardi, scriverà: «Attraverso la porta semiaperta di una stanza dell'edificio delle baracche ho visto, prima che lo spogliassero degli abiti da prigioniero, il pastore Bonhoeffer in ginocchio in intima preghiera con il suo Signore. L'atteggiamento pieno di abbandono, nella consapevolezza di innalzarsi nell'orazione mi ha scosso nel profondo. Sullo stesso luogo dell'esecuzione fece ancora una breve preghiera e salì poi coraggiosamente e con rassegnazione lo scalino del patibolo. La morte seguì dopo pochi secondi. Nei quasi cinquant'anni di pratica medica non ho mai visto morire allo stesso modo un uomo consacrato al Signore».

Una sua statua è collocata in una delle nicchie della Westminster Abbey a Londra, accanto a quelle del vescovo Oscar Romero e di Martin Luther King, simboli di pace. Benedetto XVI, in occasione della presentazione delle credenziali del nuovo ambasciatore della Repubblica Federale di Germania, ha osservato «come certi uomini, a partire dalla loro convinzione cristiana, siano disposti a dare la propria vita per le fede, per il diritto a esercitare liberamente il proprio credo e per la libertà di parola, per la pace e la dignità umana».

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