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Così il Myanmar
uccide se stesso

· ​Leader e fedeli cattolici mobilitati per fermare il progetto della diga sull’Irrawaddy ·

Quel corso d’acqua è come una madre che nutre i suoi figli. Se Erodoto diceva che l’Egitto è un dono del Nilo, si può ben dire che il fiume Irrawaddy è tutto per il Myanmar. Per questo i popoli che abitano l’ex Birmania, di diverse etnie, culture, lingue e religioni, faranno di tutto per difenderlo e per sottrarlo a un baratto politico ed economico che, secondo gli osservatori, è in corso tra Naypyidaw e Pechino, e che è «foriero di un disastro ambientale e sociale». 

Lo hanno affermato con chiarezza, nelle manifestazioni degli ultimi giorni, leader e fedeli cattolici scesi in piazza a centinaia nella città di Myitkyina, nel nord del Myanmar, per chiedere di cancellare in modo definitivo il controverso progetto della imponente diga idroelettrica di Myitsone, una infrastruttura da 3,6 miliardi di dollari, pronta a strangolare e deturpare per sempre una regione incontaminata. «Quella diga è una condanna a morte per il popolo del Myanmar», dicono. Perché «l’Irrawaddy è il simbolo più sacro del paese. Non è una merce da barattare. Se vogliamo un futuro di pace per il Myanmar, quel progetto va accantonato per sempre».
Il lungo serpente d’acqua di oltre duemila chilometri che scende dalle pendici dell’Himalaya, con il suo bacino di oltre 400.000 chilometri quadrati è una importante via per trasporti e commerci e, soprattutto, è essenziale per popolazioni che vivono di pesca e agricoltura. Taglia in due la nazione da nord a sud e ne costituisce un’arteria vitale, fino a sboccare col poderoso delta, da secoli ambiente perfetto per la coltivazione del riso, nel mare delle Andamane. Il fiume è il volano di un complesso ecosistema che include, nel suo delicato equilibrio, piantagioni e foreste ma anche la vita stessa di circa settanta gruppi tribali del Myanmar.

di Paolo Affatato

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15 settembre 2019

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