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Cosa possono fare le religioni

· ​Per creare una cultura di pace ·

«Creare una cultura di pace: cosa possono fare le religioni?» è stato il tema della conferenza tenuta nei giorni scorsi a Roma, presso il Lay Centre del Foyer Unitas, dedicata al tema. All'incontro, al quale hanno partecipato ventotto studenti provenienti dall’England’s Cambridge Muslim College e dal Centro per la teologia islamica dell’Università di Tubinga, è intervento l’arcivescovo Paul R. Gallagher,segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana. Questo il testo integrale del suo intervento.

Il titolo del nostro discorso suggerisce due parti: in primo luogo Creare una cultura di pace, e in secondo luogo la questione Cosa possono fare le religioni.

Creare una cultura di pace

Iniziamo la nostra riflessione questa sera su ciò che esattamente vogliamo intendere con “cultura di pace”. Forse è utile richiamare che i principali movimenti per la pace del ventesimo secolo nacquero dagli orrori di due devastanti guerre mondiali. 

Fortunatamente, la maggior parte di noi, nati dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, non ha dovuto soffrire direttamente per le conseguenze della guerra. Nella mia famiglia, io sono il primo a non essere andato in guerra: mio padre combatté nella Seconda Guerra Mondiale e suo padre prima di lui, mio nonno, combatté nella Prima Guerra Mondiale. Certamente la pace è di più che l’assenza di guerra, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II[1], ma è un punto di partenza necessario per la creazione di una cultura di pace. Sfortunatamente, quest’anno, ed anzi in giorni recenti, abbiamo ricordato il 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, che è stata la guerra più distruttiva e devastante dell’intera storia dell’umanità. Consideriamo la dimensione di quella distruzione, in termini di vite perdute e di vite distrutte ed è utile ricordare che tutto accadde nel breve periodo di sei anni, dal 1939 al 1945. Ciò che è ancor più raccapricciante da ricordare è che tale guerra estremamente distruttiva avvenne dopo appena una generazione dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale, la cosiddetta Grande Guerra, la guerra che doveva terminare tutte le guerre. In realtà non soltanto si fallì nel porre fine a tutte le guerre, ma molti pensano che i termini della sua conclusione portarono inevitabilmente alla Seconda Guerra Mondiale. Lo scorso anno segnò il primo centenario dello scoppio di quella guerra, e negli anni presenti ricordiamo e facciamo memoria di tutti i tragici eventi di quella guerra, condannata nel 1917 dal Papa Benedetto XV come “l’inutile strage”. Benedetto XV, eletto nel settembre del 1914, era cosciente dell’“inutile strage” della guerra, che era già in corso quando lanciò un appello per la pace il 1° novembre 1914, con la sua prima enciclica Ad Beatissimi Apostolorum: «Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non v’è quasi altro pensiero che occupi ora le menti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia. Qual meraviglia perciò, se ben fornite, come sono, di quegli orribili mezzi che il progresso dell’arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche carneficine? Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che tali genti, l’una contro l’altra armata, discendano da uno stesso progenitore, che sian tutte della stessa natura, e parti tutte d’una medesima società umana? Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre, che è nei Cieli?» (Papa Benedetto XV, Lettera enciclica Ad Beatissimi Apostolorum, 1 novembre 1914).

Poco meno di venticinque anni dopo, la storia si è ripetuta: un altro Papa appena eletto, questa volta Papa Pio XII, scrive anche lui la sua prima enciclica, Summi Pontificatus, subito dopo lo scoppio della guerra: “Venerabili fratelli, il momento in cui vi giunge questa Nostra prima enciclica è sotto più aspetti una vera ora delle tenebre (cf. Lc 22,53), in cui lo spirito della violenza e della discordia versa sull'umanità una sanguinosa coppa di dolori senza nome. È forse necessario assicurarvi che il Nostro cuore paterno è vicino in compassionevole amore a tutti i suoi figli, e in modo speciale ai tribolati, agli oppressi, ai perseguitati? I popoli, travolti nel tragico vortice della guerra, sono forse ancora soltanto agli «inizi dei dolori» (Mt 24,8), ma già in migliaia di famiglie regnano morte e desolazione, lamento e miseria. Il sangue di innumerevoli esseri umani, anche non combattenti, eleva uno straziante lamento specialmente sopra una diletta nazione, quale è la Polonia, che per la sua fedeltà verso la chiesa, per i suoi meriti nella difesa della civiltà cristiana, scritti a caratteri indelebili nei fasti della storia, ha diritto alla simpatia umana e fraterna del mondo, e attende, fiduciosa nella potente intercessione di Maria «Soccorso dei cristiani» l'ora di una risurrezione corrispondente ai princìpi della giustizia e della vera pace” (Papa Pio XII, Lettera enciclica Summi Pontificatus, n. 106, 20 ottobre 1939).

Anche se il Papa Benedetto XV, nel 1914, parlò delle “più tremende armi [della] moderna scienza militare”, sicuramente non avrebbe potuto prevedere il cataclisma delle distruzione delle bombe atomiche, lanciate dal cielo nell’agosto del 1945. L’enorme ampiezza di tale distruzione ha inaugurato la nuova epoca della guerra moderna delle armi nucleari. Ed esse non sono nulla di comparabile a ciò che abbiamo oggi.

Giustamente ricordiamo gli orrori della guerra, per non dimenticare l’“inutile strage”, per non dimenticare che potrebbe facilmente capitare ancora; giustamente ricordiamo i morti, per non dimenticare il loro sacrificio, ma soprattutto facciamo memoria affinché le generazioni presente e future siano risparmiate dagli orrori della guerra. Solo alcune settimane orsono abbiamo ricordato il centenario dell’inizio della campagna di Gallipoli, che causò la perdita di 100,000 vite da entrambe le parti, ed abbiamo anche ricordato la terribile tragedia accaduta al popolo armeno. Questo atto di far memoria è cruciale per creare una cultura di pace; in verità, per porla in termini religiosi, è un esame di coscienza collettivo affinché i peccati dell’umanità non vengano ripetuti. Nel suo Messaggio ai partecipanti all’Incontro Internazionale della Pace ad Anversa, nel settembre del 2014, organizzato per commemorare il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, Papa Francesco ricordò ai partecipanti che “questo anniversario ci insegna che la guerra non è mai un mezzo soddisfacente a riparare le ingiustizie … e prepara la strada a ingiustizie e conflitti ancora peggiori”. Ricordare le trascorse atrocità della guerra, tuttavia, significa anche sfidare il presente. A tale proposito, Papa Francesco si è rivolto agli uomini e alle donne di buona volontà di ogni luogo chiedendo loro di non rimanere passivi di fronte “agli innumerevoli conflitti e guerre, dichiarate e non dichiarate, che oggi affliggono la famiglia umana e rovinano la vita ai più giovani e agli anziani, avvelenando rapporti durevoli di convivenza tra gruppi etnici e religiosi diversi e costringendo famiglie e intere comunità all’esilio” (Messaggio di Sua Santità Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro Internazionale per la Pace, organizzato dalla Comunità di S. Egidio, Anversa, 7-9 settembre 2014).

L’“inevitabilità della guerra” è uno dei motivi ricorrenti che mina la creazione di una cultura della pace, ed il soccombere a questa “inevitabilità” significa aderire ad una cultura di guerra e di morte, che attende con crudele cinismo “la pace” che deriva dal totale annientamento e distruzione dell’altro. La logica della guerra totale può terminare soltanto nella sconfitta, poiché quale sarebbe il trofeo della vittoria se tutto viene distrutto? La guerra ha molte forme: guerre fredde, conflitti latenti e guerre per procura. In ogni continente vediamo guerre in tutte le sue forme. Sino a che non ci toccano direttamente, c’è il rischio che il mondo si accontenti di gestire l’inevitabilità della guerra, quando il conflitto sembra irrisolvibile, o, peggio ancora, che la guerra sia necessaria per risolverlo. La guerra, come Papa Francesco ci ha ripetutamente ricordato, “non è mai necessaria, né inevitabile” poiché vi è un’altra via: “la via del dialogo, dell’incontro e della sincera ricerca della verità” (Ibid.).

Abbiamo così tanto da imparare dal passato. La scorsa settimana alla conclusione dell’Udienza generale del mercoledì, nel ricordare il 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, Papa Francesco pregò che “la società umana impari dagli errori del passato e che di fronte anche ai conflitti attuali, che stanno lacerando alcune regioni del mondo, tutti i responsabili civili si impegnino nella ricerca del bene comune e nella promozione della cultura della pace” (cfr Appello di Papa Francesco, Udienza generale del 6 maggio 2015).

Mentre è importante guardare agli “errori del passato”, dobbiamo volgere gli occhi anche ai successi del passato, ed in particolare alla costituzione delle Nazioni Unite nel 1945. Il preambolo della Carta delle Nazioni Unite afferma che la ragione principale della fondazione dell’organizzazione è “salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità” e le Nazioni del mondo si sono impegnate “a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti dì buon vicinato, ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. La Carta prosegue ed afferma che il suo scopo e fine primario è di “mantenere la pace internazionale e la sicurezza”.

La fondazione delle Nazioni Unite fu e rimane un’importante istituzione e strumento per il mantenimento e la promozione della pace, ed il suo preambolo indica con linguaggio semplice e chiaro gli scopi della pace e dell’armonia nel mondo. Non intendo fare una storia delle Nazioni Unite e passare in rassegna i suoi vari sforzi nel preservare e promuovere la pace nei trascorsi 70 anni; tuttavia penso sia utile far riferimento ad una particolare iniziativa del sistema delle Nazioni Unite che attiene alla nostra riflessione e alla nostra discussione qui stasera. Nonostante l’importanza degli accordi politici ed economici e le attività della diplomazia internazionale nel risolvere dispute e mantenere la pace fra Nazioni, la pace è in ultima analisi edificata su un più profondo senso di cooperazione e solidarietà. Alla fin fine, la pace è un obiettivo spirituale, e la costituzione fondante dell’UNESCO (l’Organizzazione Educazionale, Scientifica e Culturale delle Nazioni Unite) riconobbe proprio attraverso la sua affermazione che “poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle loro menti che le difese della pace devono essere costruite”.

Il preambolo della costituzione fondante dell’UNESCO incoraggia a guardare approfonditamente a ciò, dato che ha identificato l’ignoranza, il sospetto e la sfiducia tra i popoli quali cause di guerra, mentre la guerra che era appena terminata nel 1945 “fu una guerra resa possibile dalla negazione dei principi democratici della dignità, uguaglianza e reciproco rispetto degli uomini, mediante la diffusione, nei loro luoghi, della dottrina dell’ineguaglianza degli uomini e delle razze attraverso l’ignoranza e il pregiudizio”. Come suggerisce il nome stesso dell’organizzazione, l’ignoranza e il pregiudizio sarebbero stati contrastati mediante la promozione della cultura e dell’educazione, considerate “un sacro compito” indispensabile per la dignità umana: “…l’ampia diffusione della cultura, e l’educazione dell’umanità alla giustizia, alla libertà e alla pace sono indispensabili per la dignità dell’uomo e costituiscono un compito sacro che tutte le nazioni devono adempiere in uno spirito di mutua assistenza e dedizione”. Il Preambolo riconosce inoltre le limitazioni della “pace basata esclusivamente sugli accordi politici ed economici dei governi”. Infatti, sottolinea che solo la pace “fondata sulla solidarietà intellettuale e morale dell’umanità” sarà capace di assicurare “l’unanime, duraturo e sincero sostegno dei popoli del mondo”.

Al mandato dell’UNESCO di promuovere una “cultura di pace” venne dato un ulteriore impulso dalla decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dichiarare il primo decennio del 21° secolo quale “Decennio Internazionale per la Promozione di una Cultura di Pace e Non-violenza per i Bambini del Mondo” affidandone il coordinamento all’UNESCO. Attualmente, quale parte del suo mandato, l’UNESCO sta promuovendo il Decennio Internazionale per l’Avvicinamento delle Culture (2013-2022).

Nel riflettere sul ruolo delle Nazioni Unite, e dell’UNESCO in particolare, di promuovere una cultura di pace, ciò che risalta è che, mentre l’educazione, la conoscenza e la cultura hanno ruoli importanti, vi è una crescente consapevolezza dell’importanza dei valori religiosi nel creare una cultura di pace. Infatti, le religioni sono rappresentate nell’ambito dell’educazione e della cultura in molti Paesi, e forse, organizzazioni religiose possono essere le prime o anche le sole responsabili in tali ambiti. Ma, in se stesse e per se stesse, l’educazione e la cultura non sono un fine, bensì un mezzo per qualcosa che è oltre e al di là di noi stessi, ovvero la dimensione spirituale dell’esistenza umana. L’aspirazione universale alla pace è sicuramente prova di questo. Pertanto, sembra evidente che ci sia una dimensione religiosa per incoraggiare e promuovere quei valori che sono essenziali per creare una cultura di pace. E’ forse questo il “sacro dovere” al quale si riferisce la carta costitutiva dell’UNESCO? Il fatto che l’84% della popolazione mondiale descriva se stessa come appartenente ad una religione e che nella vasta maggioranza delle Nazioni i credenti siano più del 95% suggerirebbe che le religioni hanno indubbiamente un ruolo importante da svolgere nel creare una cultura di pace. Questa capacità di credere rappresenta un enorme potenziale per il futuro dell’umanità. Credere in Dio è credere che l’umanità è stata creata da e per un bene più alto. La fede religiosa non diminuisce il potenziale dell’umanità; al contrario rende l’umanità capace di realizzare il proprio pieno potenziale. La chiamata religiosa aiuta l’umanità nella sua capacita di fare pace e quella pace è possibile!

Discutendo sul ruolo della religione nel creare una cultura di pace, dovremmo tener pure a mente l’accusa spesso ripetuta che le religioni sono causa di guerra e conflitto e l’affermazione utopica che un mondo senza religione sarebbe un mondo senza conflitti. Tali affermazioni non reggono neppure alla più semplice critica: tanto per iniziare, la maggior parte dei conflitti, siano essi politici o economici, non ha nulla a che fare con la religione e molto spesso essi sono stati combattuti fra correligionari. Anche quando un conflitto sembra essere per natura religiosa, una più ravvicinata analisi di solito conferma che vi sono altri elementi, siano essi etnici o culturali, che ne sono le cause primarie. Permane, tuttavia, una questione importante che occorre affrontare: la religione può essere manipolata – e lo è – per giustificare l’estremismo e la violenza. Quando questo accade, i leader religiosi devono essere pronti e non equivoci nel condannare l’uso della religione per giustificare violenza e guerra. Papa Francesco è stato molto chiaro su questo punto. Durante la Sua visita in Albania, nel settembre del 2014, dichiarò quanto segue: “Ciò significa che tutte quelle forme [di religione ed etiche] che presentano un uso distorto della religione, devono essere fermamente rifiutate come false, dal momento che sono indegne di Dio e dell’umanità. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano… Quello che ci accomuna è la strada della vita, è la buona volontà di partire dalla propria identità per fare il bene ai fratelli e alle sorelle. Fare del bene! E così, come fratelli camminiamo insieme” (Papa Francesco, Incontro con i leader di altre religioni e altre denominazioni cristiane, Tirana, 21 settembre 2014).

Cosa possono fare le religioni?

Sulla base delle statistiche religiose che ho citato, le religioni hanno un potenziale immenso nel contribuire a creare una cultura di pace, ed in verità tali statistiche suggerirebbero che le religioni dovrebbero essere in prima linea per la creazione di una cultura di pace. Le religioni hanno un ruolo importante nel promuovere quei valori che sono essenziali nel creare una Cultura di Pace. Pertanto, i leader religiosi hanno una responsabilità particolare nel promuovere la tolleranza e la riconciliazione e nel rigettare l’uso errato della religione come giustificazione della violenza.

Le due guerre mondiali del 20° secolo hanno lasciato profonde ferite nell’umanità, ma esse sono state pure uno stimolo per creare istituzioni inter-governative per promuovere e salvaguardare la pace. Nella visita alle Nazioni Unite nel 1965, il Papa Paolo VI rese omaggio al loro compito di edificatrici di pace: “L'ONU è la grande scuola per questa educazione. Siamo nell'aula magna di tale scuola; chi siede in questa aula diventa alunno e diventa maestro nell'arte di costruire la pace. Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti, ai costruttori della pace.

E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l'equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi già lavorate in questo senso. Ma voi siete ancora in principio: arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi; e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo” (Papa Paolo VI, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965).

Come aveva notato Papa Paolo VI, la pace è edificata non soltanto con mezzi politici ma anche attraverso la mente, con idee, con opere di pace. Con le nostre menti e le nostre idee, ed in questa attività le religioni hanno un ruolo particolare, siamo chiamati a riflettere, ed alla luce delle nostre tradizioni religiose, ad edificare un’etica nei confronti della guerra e della pace. A tale proposito, una cultura della pace non dovrebbe essere ridotta al pacifismo. Come Papa Francesco ci ha ricordato durante il viaggio di ritorno dalla Corea lo scorso anno, di fronte al male è legittimo fermare l’ingiusto aggressore. Ma per determinare cosa è giusto o ingiusto, la religione ha un ruolo particolare nel provvedere la cornice etica e morale di tale riflessione.

Un altro aspetto dell’edificazione della pace, notò il Papa Paolo VI, sono le ‘opere di pace’, che caratterizzano i molti movimenti religiosi per la pace, fondati nell’immediato secondo dopoguerra, basati sul bisogno di promuovere la riconciliazione fra Nazioni e popoli quale via della pace.

Uno di questo movimenti, nella tradizione cattolica-cristiana, è Pax Christi, fondato in Francia nei mesi precedenti la fine della Seconda Guerra Mondiale dal Vescovo Pierre-Marie Théas, Vescovo di Montauban nel sud della Francia, e da una Signora laica, Marthe Dortel-Claudot. Il modo in cui giunsero a fondare Pax Christi è una testimonianza rimarchevole del ruolo positivo che la religione può giocare nel creare una cultura di pace. Il Vescovo Théas, imprigionato nel 1944 per la sua protesta contro la deportazione degli Ebrei francesi, incoraggiò i compagni di prigionia a pregare per i loro carcerieri. Non sorprende che la sua predicazione di perdono e riconciliazione non sia stata facilmente accolta dai compagni di prigionia. Dopo il suo rilascio, il tempo trascorso nel campo di prigionia lo influenzò profondamente e gli fece comprendere intimamente quanto fosse difficile per la gente perdonare i propri nemici. Marthe Dortel-Claudot, sposa di famiglia e madre, nonché cattolica profondamente devota, mentre si avvicinava il Natale del 1944, fu spinta a pregare per le sofferenze del popolo tedesco. Scrisse nel suo Diario: “Gesù è morto per tutti. Nessuno dovrebbe essere escluso dalla preghiera di un altro”. Con l’incoraggiamento del parroco, formò un piccolo gruppo di preghiera per elevare orazioni per il popolo tedesco e per la pace fra la Germania e la Francia. Nel marzo del 1945, cercò il sostegno del Vescovo Théas per la “Crociata di Preghiera” per la Germania, che avrebbe in seguito assunto il nome di Pax Christi.

Il Vescovo Théas e Marthe Dortel-Claudot furono ispirati dalle loro convinzioni religiose che la pace viene attraverso il perdono, la riconciliazione e la preghiera per i propri nemici. Le iniziative di preghiera dei gruppi di Pax Christi, che si diffusero rapidamente attraverso la Francia e la Germania, hanno contribuito non poco alla riconciliazione franco-tedesca nel dopoguerra.

Vi sono molti altri esempi di movimenti e di individui che sono stati ispirati dai valori della fede religiosa per promuovere la pace. Il ruolo di Marthe Dortel-Claudot nel fondare Pax Christi è un potente promemoria di come le persone credenti hanno un ruolo e una responsabilità nel creare una cultura di pace, nelle proprie famiglie, nei posti di lavoro e nelle comunità. L’esempio di Marthe Dortel-Claudot e di innumerevoli uomini e donne di fede è la risposta alla questione su dove dovrebbe iniziare la creazione di una cultura di pace: comincia con ciascuno di noi e riafferma che la testimonianza personale e la preghiera dei singoli membri di una comunità di fede può essere trasformante.

Il contributo più importante e specifico che le religioni possono dare nella creazione di una cultura di pace è il dono della preghiera, specie quella di pregare per i propri nemici e ciò è il più grande atto di carità che trasforma l’odio in amore e fa nascere la riconciliazione. Papa Francesco ha sottolineato che “la preghiera e il dialogo sono profondamente correlati e si arricchiscono a vicenda” (Messaggio di Sua Santità Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro Internazionale per la Pace, organizzato dalla Comunità di S. Egidio, Anversa, 7-9 settembre 2014). Mediante la potenza della preghiera e del dialogo, le varie tradizioni religiose possono dare un contributo specifico alla pace, associandosi all’‘altro’ nella preghiera, le tradizioni religiose promuovono il rispetto e il dialogo e, pertanto, sono maggiormente capaci di promuovere la cultura dell’incontro e della pace, nel coltivare relazioni giuste e pacifiche fra persone e gruppi sociali, che sono fratelli e sorelle di un’unica famiglia umana.

La pace è un concetto centrale in tutte le religioni. Noi preghiamo per le benedizioni della pace, per il dono della pace. Nel tempo di Pasqua, i cristiani sono coscienti che il primo dono offerto da Cristo Risorto fu quello della pace. Egli ha salutato i discepoli con il dono della pace: “Pace a voi”. In questo tempo di Pasqua riceviamo di nuovo il dono della pace di Cristo, ma è un dono il cui significato è quello di trasformare le nostre vite, così che a nostra volta diventiamo portatori di quel dono di pace nel mondo nel quale viviamo, ed anch’esso possa essere trasformato dal dono della pace.

Concludendo, desidero ringraziare tutti voi per la vostra attenzione e sarò lieto di ascoltare le osservazioni degli ambasciatori tedesco e britannico presso la Santa Sede come pure una vivace discussione.

di Paul R. Gallagher


[1] Cfr Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 78.

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