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Cosa c’è ai piedi
degli alberi della foresta?

· Gli indigeni hanno bisogno del resto del pianeta per continuare a esistere ·

Tratto da «San Bonaventura informa», pubblichiamo ampi stralci di una riflessione che prende spunto dalla foto di un bambino dell’Amazzonia brasiliana, in qualche mondo simbolo, nei suoi tratti somatici, di quell’incrocio di etnie che tanto caratterizzano il grande paese sudamericano, anche tra gli abitanti della foresta.

Cosa c’è sotto i giganteschi e millenari alberi? Quale tipo di vita vive sulle immense vastità di acque scure e argillose dei grandi fiumi? Chi è questo popolo? E la Chiesa? Chi è? Cos’è? Dov’è? Ma prima di addentrarci nelle possibili risposte a tali domande tocca a noi fare un resoconto della nostra esperienza in mezzo alla vita amazzonica. Quando si parla di Amazzonia dovremmo dire che stiamo parlando di un continente del globo terrestre. Sì, un continente! In generale, un continente dovrebbe essere una grande massa terrestre circondata dall’acqua. Non dimentichiamoci che il 20 per cento dell’acqua dolce del mondo è concentrata nei bacini idrici dei fiumi amazzonici. Altre proprietà che caratterizzano un continente sono i suoi elementi storici, politici e culturali. I popoli nativi abitano queste terre da millenni, i loro villaggi e accampamenti situati nella foresta e lungo i margini di giganteschi fiumi davano e danno ancora il contributo umano alla vita della foresta. Oltre alle popolazioni native è possibile trovare altri tipi di strutture politiche tra i ribeirinhos, ossia le comunità che abitano vicino ai corsi d’acqua.

La multiculturalità è così grande che forse non riusciamo neanche a misurarla, senza dimenticarci di dire che sono popoli multietnici e plurireligiosi. Ma che cosa hanno a che fare questi popoli con la Chiesa? Secondo il documento di san Domenico «l’apertura all’azione di Dio, il senso di gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l’importanza del culto, il credo in una vita ultraterrena e tanti altri valori» .

Sotto gli immensi alberi millenari esiste una quantità di vita incommensurabile. La fauna e la flora sono qualcosa di straordinario. Qui si possono trovare enormi diversità di felini, roditori, uccelli, tartarughe e primati e, per quanto riguarda la vita acquatica, qui esiste la più grande diversità di pesci del mondo: circa 2.500–3.000 specie diverse. Per quanto riguarda la flora, l’Amazzonia è all’incirca 7,5 milioni di chilometri quadrati, di cui 5 milioni sono in territorio brasiliano. All’interno della foresta esistono numerose specie commestibili di semi oleosi, di medicinali e coloranti. Ma questo, in cosa ci aiuta? «Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso. Il tempo e lo spazio non sono tra loro indipendenti, e neppure gli atomi o le particelle subatomiche si possono considerare separatamente. Come i diversi componenti del pianeta — fisici, chimici e biologici — sono relazionati tra loro, così anche le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e comprendere» (Laudato si’, 138).

La bellezza dell’Amazzonia non si limita alla sua flora e fauna, nel mezzo di questi giganteschi alberi esistono innumerevoli civiltà. In primo luogo, si evidenziano le popolazioni native. Sono all’incirca 390. Sì, quasi 400 espressioni di cultura, lingua, religione, politica, esperienze umane differenti. Sono popoli! Ciascuno con le proprie caratteristiche e singolarità, 140 di queste etnie sono considerate etnie libere. Ma esiste un dato preoccupante: «La società tende a screditarli, ignorando la ragione delle loro differenze. La loro situazione sociale è contrassegnata dall’esclusione e dalla povertà» (Documento di Aparecida, 89).

Vicino a loro ci sono i ribeirinhos, abitanti delle zone fluviali. Uomini, donne e bambini dimenticati dalla società. Sono persone che vivono sulle rive dei fiumi amazzonici, non in grandi città, ma in piccole comunità fluviali e della foresta. La grande maggioranza di queste famiglie è originaria del nord-est brasiliano. In una grande quantità di comunità ribeirinhas è possibile trovare la fedele devozione a san Francesco, patrono di una città nello stato del Ceará.

Possiamo inoltre trovare, in mezzo a questa miscela di popoli, gli abitanti delle zone rurali: le cosiddette “comunità della strada” che, di solito, fanno parte delle città ma, sono così lontane da non avere “assistenza” e nemmeno accesso alla vita cittadina. Parlando delle “comunità di strada”, possiamo, comunque addentrarci nelle problematiche della nostra seconda domanda: Quale tipo di vita si vive sulle immense vastità di acque scure e argillose dei grandi fiumi?.

La capacità dell’essere umano di sapersi reinventare è così grande che i popoli dell’Amazzonia hanno scoperto che possono perfino vivere sull’acqua o in un raggruppamento di case, costruite su giganteschi tronchi di alberi, o in case singole lontane dalle altre comunità. Le cosiddette “città galleggianti” ospitano numerose persone nei fiumi amazzonici. In questi ambienti ci sono scuole, mercati e chiese, per soddisfare le esigenze dei residenti. La foresta, rappresentata dai tronchi sommersi, e il fiume, quest’ultimo che già di per sé spiega tutto. Sia la sua furia e violenza, sia la sua tenerezza e la gratuità, offrendo il cibo necessario affinché l’uomo possa vivere.

In questo momento di piena completezza tra la creazione, il non razionale e l’uomo, arriviamo alla nostra ultima domanda: chi sono queste persone, dinanzi alla Chiesa?

«La Chiesa, quando incontrò questi popoli nativi, cercò di guidarli nella lotta per la propria sopravvivenza, insegnando loro la via di Cristo Salvatore, a partire dall’ingiusta situazione di popoli sopraffatti, invasi e trattati come schiavi» (San Domenico, 245). La Chiesa è madre! Sì, nel mondo amazzonico, la Chiesa cattolica è Madre. Tutto questo percorso fatto non ci dirà cosa sia o sarà l’Amazzonia ma ci aiuterà a considerarla parte integrante di questa vita vissuta lì. Il “polmone del mondo” è una nostra responsabilità. Soprattutto noi, che ci diciamo inviati di Gesù. I popoli del “continente amazzonico” hanno bisogno del resto del pianeta per continuare a esistere. Dobbiamo puntare gli occhi sull’Amazzonia finché siamo in tempo. Dobbiamo fare in modo che questo sinodo aiuti a cambiare il modo in cui noi, come Chiesa, vediamo e giudichiamo il mondo sotto gli alberi giganteschi e al di sopra degli immensi fiumi.

di Luis Felipe Marques e Antonio Junior
Fra Felipe Marques, guardiano della casa di formazione
San Francesco e preside dell’Istituto San Bonaventura a Brasília;
Fra Antonio Junior, studente del terzo anno di Teologia

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16 settembre 2019

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